“Ma quali ripetizioni, compratece i campioni!” 

Recita polemico lo striscione in Curva Sud all’Olimpico. Il Campione subito ci presenta un contrasto di mondi all’interno della storia più decisivo di quello che può sembrare. Il film di D’Agostini, vero risultato della squadra Groenlandia grazie al coinvolgimento di talenti del peso di Lattanzi-D’Agostini-Steigerwalt-Rovere-Sibilia, ci propone subito il desiderio di un ambiente di tifosi visto da lontano (non ci sarà un avatar degli ultrà in primo piano, nemmeno tra i personaggi secondari) contrapposto all’ascesa e caduta dei protagonisti… o meglio caduta ed ascesa. Da una parte c’è chi vuole i fuoriclasse per vincere e dall’altra chi invece vede in quelle ripetizioni lo strumento fondamentale per stimolare in qualcuno il salto di qualità. Ecco perché è un film molto coraggioso. Specie nel finale. Ma torniamo al fischio d’inizio.

Menischi

La AS Roma non ha scelta. L’interno d’attacco Christian Ferro (Andrea Carpenzano), nome in codice CF24, ha un valore di mercato troppo alto per non studiare nemmeno le basi della I Guerra Mondiale all’interno delle scuole private di Trigoria frequentate dai futuri campioncini del rettangolo verde. Vale troppi soldi Christian per rubare felpine e t-shirt firmate nei centri commerciali. Interessante parallelismo con La Paranza Dei Bambini: due scene praticamente identiche ma lì il senso è ostentare il rotolo di banconote con l’orgoglio dei piccoli gangster mentre qui rubare per confermare la ribalderia delinquenziale di quando si era un turbolento pischello del Trullo. Pregevole scena iniziale: Christian, sfidato dagli amici a dimostrare di non essersi imborghesito, esce dal negozio senza pagare e dribla le guardie di sicurezza del mall come se si trovasse in campo, facendole cadere al tappeto dopo svariate finte. “Ma veramente ci stiamo preoccupando per il menisco di un vigilantes?” chiede il procuratore del fuoriclasse quando le marachelle di Christian coinvolgono anche risarcimenti fisici. Altro punto fondamentale del film: siamo tutti uguali. Il classismo e/o la supremazia sociale del calciatore in quanto superuomo è rifiutata con ferma compostezza dagli autori del film. In questo contesto storico è una vera e propria manna dal cielo. Perché il calciatore può essere, oggi, anche un manager, un artista, un uomo politico, insomma un qualsiasi potente della contemporaneità la cui vita sembra più importante di quella di altri. Tutto Il Campione smonta punto per punto, battuta per battuta e inquadratura per inquadratura, questa ideologia disgustosa, ben più che sotterranea in un paese asservito al potente di turno come l’Italia che, come puntualizzava Ennio Flaiano, è sempre pronta a correre in soccorso dei vincitori. Tornando a Christian… i tifosi lo idolatrano (anche tra i vigilantes che dovevano “arrestarlo” per il furto c’erano sbavanti ammiratori; che bella scrittura protestante quella che rimarca l’asservimento del popolo), in campo è un genio irascibile, fuori un teppistello qualsiasi che il Presidente Tito (occhio alla crescita fuori campo del personaggio interpretato da Massimo Popolizio) non sopporta più visto il costante danno d’immagine. Arriverà per quelle tanto contestate ripetizioni  l’ex prof statale Valerio Fioretti (Stefano Accorsi) che chiede a bruciapelo: “Come ti chiami?”.

Christian & Valerio

La domanda scabrosa viene posta al colloquio per guadagnare 4000 euro al mese più 3000 netti se Fioretti gli fa passare la maturità. In Italia oggi nessuno più ha una lira… tranne che il mondo del calcio. Attitudine protestante in scrittura vuol dire non vergognarsi che il tuo personaggio non si vergogni di aver bisogno di quei soldi, e poi dopo di godere schiacciando il pedale dell’acceleratore con la Lamborghini per strada, senza il minimo senso di colpa (c’è un ricordo dell’iniziale esaltazione di Silvio Orlando quando entrava nell’entourage danaroso del Ministro Botero ne Il Portaborse di Luchetti). Dunque il novecentesco sfigato Valerio domanda al nativo digitale superstar Christian: “Come ti chiami?”. Risatine dei presenti. Ferro alza per la prima volta gli occhi dallo smartphone. Veramente questo piccolo, insignificante mortale non conosce il nuovo dio della “Magica Roma”? È qui che Il Campione di Leonardo D’Agostini comincia a guadagnare metri verso la porta con la coppia Carpenzano & Accorsi. Sono due attori diversi ma uguali per magnetismo: Carpenzano è un coatto british da sempre, come se da Via Del Porto Fluviale dell’Ostiense fosse emerso Daniel Day-Lewis. Accorsi ci aveva incantato con quel sorriso già ai tempi della pubblicità del Maxibon quando aveva 24 anni. I due sono uno spettacolo. Christian ha bisogno di silenzio, un padre meno losco (cosa sono tutte quelle carte da firmare?) e una fidanzata forse pure lei del Trullo (quartiere dove campeggia un murales di Jorit dedicato a CF24) che abbia voglia di lui più che di 500 mila followers su Instagram. A Valerio serve uno scatto sulla fascia perché tutto si è sfasciato anni fa quando sottovalutò un disagio della figlia e perse fiducia in sé stesso come padre, come maestro, come marito, come uomo, come tutto. Chi è il campione di due? Oppure il film è solo il campione di un grande racconto umano, laddove la porzione di un ordito ci dimostra la qualità principale di una trama più vasta?

Conclusioni

Il più bel film italiano sul mondo del pallone? Non ne abbiamo fatti tanti, soprattutto drammatici, o comunque non lo abbiamo mai fronteggiato a viso aperto, guardandolo negli occhi. È uno dei più belli, sicuramente. Forse il più bello insieme a Ultimo Minuto (1987) di Pupi Avati. Lo possiamo mettere in cima al gruppone, diverso per toni e genere, rappresentato da Il Presidente del Borgorosso Football Club (1970), L’Arbitro (1974), L’Allenatore Nel Pallone (1984), Ultrà (1991), L’Uomo In Più (2001), L’arbitro (2013; proprio con Accorsi) di Paolo Zucca. Ricordiamo anche quel momento fortissimo in Un’Altra Vita (1992) di Carlo Mazzacurati in cui un giovane calciatore strafottente dalle cattive frequentazioni, veniva brutalmente messo in riga da un gangster carismatico. Erano Kim Rossi Stuart (all’epoca 23enne; Carpenzano ne ha 24) e un grande Claudio Amendola. Ma se il capolavoro di Pupi Avati, pieno di doppi giochi e amicizie maschili tradite come da poetica dell’autore, alludeva, anche solo per colori della maglia della squadra gestita dal personaggio di Ugo Tognazzi, al mitico Lanerossi Vicenza… in questo caso la produzione Groenlandia ha voluto il marchio vero. Il film, dunque, è ancora più coinvolgente grazie alla credibilità resa dalla partecipazione ufficiale della AS Roma, come quando la Fifa concesse la sua sigla alla trilogia Goal (2005-2009) con protagonista un fanta campioncino in viaggio dal Newcastle al Real Madrid. Se il logo è importante, il logos, inteso come ragionamento e disegno, è fondamentale decidendo il senso ultimo dell’opera. Vogliamo chiamarlo schema cinematografico? Questo Good Will Hunting (1997) con atleta viziato e intellettuale depresso al posto di genio matematico ribelle e psicoanalista frustrato, chiede maturità allo spettatore: vincere può voler dire stop all’autocommiserazione e ok alla demistificazione del culto del pallone (ideona avere una signora alla sceneggiatura: l’arguta e protestante Giulia Steigerwalt). Finale così bello da poter essere autolesionista. Non solo non esiste la retorica della squadra o della bandiera, ma anche il trionfo professionale dei due eroi del racconto, viene accantonato per qualcosa di più antico, nobile e, oggi come oggi, incredibilmente anacronistico. Se questa chiusa così esistenzialista e vecchio stile deprimerà il tifoso del calcio o dei calciatori… piacerà invece molto al vero sportivo di quel gioco chiamato vita. È così che vogliamo ricordare Christian e Valerio. Sulle scale non di uno stadio, né italiano o inglese, ma sui gradini di una scuola. Dove dobbiamo spaccarci la schiena tutti.
Sia a lezione… che a ripetizione.

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