È in una nuova intervista pubblicata su EW, in cui parla più in generale di The Irishman e della fatica di fare un film nel sistema attuale vigente a Hollywood, che Martin Scorsese chiarisce meglio la posizione sui cinecomic da lui espressa alcuni giorni fa e che ha scatenato un vero e proprio putiferio nel quale è intervenito anche il CEO della Disney Bob Iger.

Nell’intervista, Scorsese approfondisce maggiormente la sua recente affermazione che i cinecomic “non sono cinema ma parchi divertimento“:

Uno studio cinematografico tradizionale ha come obiettivo quello di fare più soldi possibile, e questo è comprensibile. Ma credo che questa cosa sia andata troppo oltre. C’è pochissimo spazio per un film come il mio. Ti risponderanno: “Oh, ma puoi fare un film indipendente”. Ma questo significa relegarci ai margini. Mettere l’arte ai margini.

I grandi blockbuster, i cinecomic, sono parchi divertimento – per quanto siano ben fatti, su tutti i livelli. È una forma cinematografica diversa, o forse una forma d’arte completamente diversa. La nostra speranza è che ci siano cinema che mostrano film che non sono così. E se non lo faranno, a quel punto i registi devono rivolgersi allo streaming – che cambia l’esperienza, ma l’alternativa è che tra due o tre anni non si facciano più film come i nostri. Un bravo regista italiano o francese arriva e l’unico film che può fare è un grande franchise, altrimenti non ne potrà fare nessuno.

Spero che un film come il mio possa far cambiare il modo in cui la gente percepisce un film. Devono prendersi il tempo per vederlo. Oggi tutto è veloce, così veloce. Tutti si lamentano delle notizie composte da dichiarazioni ed estratti senza contesto, ma basta andare a vedere la fonte di questi estratti: probabilmente si finirà per leggerli all’interno di un contesto, ed è possibile che grazie al contesto si possa comprendere meglio il suo reale significato. È un pericolo non solo per il cinema, ma anche per la nostra cultura, per il nostro paese, per il mondo in cui vogliamo far crescere i nostri figli: accontentarsi della soluzione più rapida. Non dico che le persone dovrebbero per forza ingerire quella “medicina” che può essere una complessa opera d’arte. Ma si può cercare di aiutarle ad aprirsi a qualcosa che abbia più livelli di lettura, che inizino a capire magari due giorni dopo, che potrebbe rivelarsi interessante per loro.

Insomma, la posizione di Scorsese sembra più riferita al sistema produttivo e distributivo attuale che al fatto che i cinecomic appartengano o meno al cinema.

Il regista esprime anche la opinione su un’operazione come quella che ha fatto recentemente Quentin Tarantino con The Hateful Eight, uscito su Netflix in una versione “estesa” serializzata:

No, no, no, no, no! La director’s cut è il film che esce in sala – a meno che lo studio non avesse strappato il film al regista e lo avesse distribuito. Il regista ha preso le sue decisioni in base al processo che stava affrontando all’epoca. Possono esserci problemi di soldi, qualcuno che muore durante le riprese, i cambiamenti di dirigenza nello studio… e la persona successiva che odia il film. A volte un regista dice “vorrei tornare indietro e rifare tutto daccapo”. Sono cose che capitano… Ma penso che una volta che il dado è tratto, ci si debba rassegnare e dire “Questo è il film che ho fatto in quelle circostanze”.

È interessante. Avrei adorato vedere un’edizione estesa di tutta una serie di miei film, nei quali vennero tagliate delle scene. Intendo dire scene tagliate dalla mia versione del film, dalla director’s cut, non dal montaggio preliminare. È una grossa differenza. […] Faccio un esempio: bisognerebbe vedere Pat Garrett and Billy the Kid di Sam Peckinpah. Vidi la versione di due ore e mezza qualche giorno prima che uscisse in sala, durante un incontro. Poi la MGM fece uscire al cinema una versione da 90 minuti. Tutti ci rimanemmo male, perché era un capolavoro, e speravamo fosse stata salvata la versione precedente. Ebbene, il regista ne salvò una copia, e ora quello che potete vedere tutti quanti è il film che vedemmo noi. Quella è una director’s cut. Se il montatore dice che ci sono altri 20 minuti che Peckinpah voleva tenere nel film, allora vorrei vedere quei 20 minuti. Capisco il concetto di un pubblico che vuole essere intrattenuto per altri 20 minuti in quel mondo.

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