Alexandre O Philippe ha presentato all’edizione 2019 del Trieste Science+ Fiction Festival, di cui sarà anche un membro della Giuria Asteroide, il suo film Memory: The Origins of Alien in cui, a 40 anni dall’uscita del cult diretto da Ridley Scott, se ne approfondiscono i legami con la mitologia greca ed egizia, i riferimenti al mondo dei fumetti e alle opere di H.P. Lovecraft e Francis Bacon, raccontando inoltre la collaborazione tra lo sceneggiatore Dan O’Bannon e il designer H.R. Giger. Attraverso materiali inediti appartenenti ai due artisti, il regista analizza in modo originale uno dei film sci-fi hollywoodiani più amati degli ultimi cinquanta anni e, nella nostra intervista, l’autore dell’interessante lungometraggio parla di come l’approccio al franchise sia cambiato nel corso degli anni, di sequel e dei finali alternativi di Alien ancora avvolti dal mistero.

Nel film si parla anche dell’accoglienza riservata ad Alien al suo debutto nei cinema, a distanza di 40 anni come pensi sia cambiata la reazione degli spettatori che vedono per la prima volta l’opera di Scott?
Penso che sia interessante perché le nuove generazioni apprezzano realmente il film e credo che, stranamente, Alien sia ora più legato alla società contemporanea rispetto a 40 anni fa, quando è stato distribuito nel 1979, perché all’epoca, in modo inconsapevole, affrontava in parte l’idea degli equilibri di genere esistenti nella società e in un certo senso li sovvertiva. Ora, nel 2019, è in corso proprio questo dialogo dal punto di vista culturale, non è più qualcosa di inconscio, è un pensiero consapevole. Quando si guarda ora Alien non si può quindi evitare di vederlo attraverso quella prospettiva. Credo sia davvero interessante e vorrei realmente parlare ai giovani che vedono il film per la prima volta e scoprire come lo interpretano. Io credo che sarà una visione molto diversa rispetto a quella delle persone che l’hanno visto alla fine degli anni Settanta.

In questi anni le piattaforme di streaming e le realtà di video on demand permettono di accedere ai contenuti molto velocemente e in modo immediato, quanto pensi sia importante offrire anche la possibilità di approfondire i processi creativi alla base dei film e i significati delle opere tramite documentari e film come Memory?
È il motivo per cui faccio i miei film e continuerò a realizzare i miei progetti perché credo si debba essere davvero attenti per quanto riguarda questa cultura dei contenuti in cui ci troviamo. I film, l’arte, la letteratura… non sono ideati semplicemente per essere visti in velocità e poi passare alla cosa successiva. Non si tratta di numero di visualizzazioni. Non sono importanti i click. Si tratta di farci riflettere, prendere in considerazione le nostre vite e, si spera, in modo diverso. E credo che, quando si scoprono delle opere d’arte, possa essere fatto solo rivisitandole e pensandoci. Per me guardare più volte un film è più importante che vederlo la prima volta, come leggere un libro più volte è essenziale. Sono onestamente preoccupato per la direzione che sta prendendo la cultura perché credo non ci stiamo concedendo il tempo per riflettere su cosa è importante. Spero che film come il mio siano un piccolo passo nella giusta direzione, ma non posso fare molto. Sono però felice di vedere la reazione delle persone a un film come Memory e permette di andare maggiormente a fondo nella creazione di Alien e generalmente, come esercizio, dimostra che se approfondisci un lungometraggio grandioso si crea molta gioia.

Hai un approccio molto originale dal punto di vista della regia, distante dai tradizionali documentari e making of, come avviene il tuo processo creativo?
Non considero affatto i miei film come documentari o making of, sono dei saggi, dei “film sui film” in un certo senso. Per me devono essere delle esperienze cinematografiche, mi ispiro più dalle opere di finzione rispetto a quelle in stile saggio. Devo avere un’idea davvero chiara di quello che voglio esprimere. Non ho mai iniziato un progetto senza avere un’idea precisa dell’approccio stilistico e della struttura, ma ovviamente alle volte scopri durante la lavorazione delle cose che cambiano lo sviluppo del film. Per quanto riguarda Memory inizialmente volevo approfondire realmente la scena dell’alieno che esce dal petto del protagonista, concentrarmi su quel momento come ho fatto con la scena della doccia di Psycho in occasione di 78/52, ma mi sono reso conto che sarei finito a fare un documentario più in stile dietro le quinte e avrei parlato di cultura pop e non avrebbe funzionato. Ho quindi sviluppato l’idea che Alien parli maggiormente dell’antichità rispetto al futuro, rendendomi inoltre conto che Memory doveva affrontare gli aspetti mitologici e quindi alla fine il film parla della risonanza dei miti e dell’inconscio collettivo. Parla di Alien, certo, ma più in generale affronta queste tematiche più ampie.

Per Memory hai potuto accedere a materiali inediti, c’è stata una scoperta in particolare che ti ha sorpreso?
Quando sono andato a casa di Diane O’Bannon e ho dato uno sguardo a questi otto scatoloni contenenti materiali relativi ad Alien è stato speciale, è una sensazione unica perché ti rendi conto quanto a lungo e profondamente Dan stava pensando a quel film nel corso di decenni. Ho compiuto molto scoperte e ho potuto leggere la prima versione della sceneggiatura, intitolata appunto Memory e che era lunga solo 30 pagine perché aveva avuto un blocco dello scrittore e non riusciva a trovare un modo per far arrivare l’alieno sulla nave, è stato davvero fantastico. Quella è stata davvero una scoperta perché quello script non è disponibile, non si può leggere. E poi c’erano così tanti finali alternativi, pagine e pagine, e questa versione della sceneggiatura chiamata The Bite e un’altra versione di Alien… Mi sono davvero reso conto che in un certo senso era ossessionato da quella storia e non l’ha lasciata andare. Dobbiamo essere davvero felici che non l’abbia fatto perché se no non ci sarebbe stato il film.

Dopo aver letto i finali alternativi pensi che ci fossero delle idee migliori o inaspettate rispetto alla versione che conosciamo dell’epilogo della storia?
Non penso ci fossero versioni migliori, ma Diane O’Bannon è davvero protettiva nei confronti di quel materiale quindi non posso parlarne molto. Spero di riuscire a convincerla a realizzare un libro e rivelare tutti questi elementi in futuro, fino a quel momento non posso condividere i dettagli.

La visione dei progetti successivi legati al franchise hanno modificato in qualche modo la tua visione di Alien?
I fan, in generale, hanno la tendenza a essere un po’ sconvolti quando esce un film ambientato nell’universo che amano così tanto e non apprezzano i nuovi progetti perché pensano che in un certo senso rovini quello che amano. Io non ho mai provato niente di simile. Credo che nessuno dei “cattivi” film di Alien o altri progetti legati alla mitologia possano cambiare il modo in cui considero il primo. Non sono un grande fan di Prometheus e Covenant, sono film fatti molto bene e interessanti da vedere, per me non si avvicinano alla grandiosità di Alien ma il fatto che Ridley abbia trasformato lo space jockey nell’Ingegnere, ad esempio, non rovina la mia visione di Alien perché per me quell’elemento rappresenta la paura lovecraftiana dell’ignoto, ed è quello che lo rende così grandioso. Il successo di Alien è il motivo per cui abbiamo un franchise e nel momento in cui c’è una saga non importa quanto siano grandiose le persone coinvolte, si tratta semplicemente di ottenere più soldi basandosi su un progetto che ha avuto successo. Penso sia davvero raro che si possa replicare quel tipo di grandezza. Non vuol dire che non possa accadere! Penso che Alien 3 sia un film migliore rispetto a quello che pensiamo…

Credi che l’impatto culturale del primo film possa mai essere replicato con i nuovi progetti del franchise?
No, non penso che possa essere replicabile. Ci sono alcuni sequel hollywoodiani che sono riusciti ad avere quel tipo di impatto culturale: L’impero colpisce ancora, Il Padrino: Parte II, è raro… Un franchise che mi ha sorpreso e continua a farlo è Toy Story! Il due è meglio del primo, il tre è piuttosto grandioso e il quarto… wow! L’ho trovato davvero, davvero buono e non riesco a pensare a un altro franchise che abbia quattro film davvero buoni. Spero che si fermino perché non so se riuscirebbero a replicare quel livello con un quinto capitolo! Diventerebbe davvero rischioso a questo punto!

Quali sono i tuoi prossimi progetti?
Alla Mostra del Cinema di Venezia ho presentato Leap of Faith in cui William Friedkin parla de L’Esorcista e l’ho intervistato per sei giorni, approfondendo il suo processo creativo, parlando di arte, musica classica, cinema del passato, è un approccio molto intimo e personale sul filmmaker, lo considero un film poetico. Attualmente sto inoltre lavorando su un progetto dedicato alla Monument Valley nei film di John Ford, sul modo in cui il regista ha usato inquadrature, fotografie, i monumenti nel corso dei nove western che ha girato lì e sul modo in cui ha ricreato il mito del western attraverso questo elemento. Si tratta di un altro approccio alla mitologia. Sono davvero interessato all’idea del mito e del cinema e voglio approfondire questa tematica.

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