La nostra analisi di Le Mans ’66, di James Mangold, al cinema dal 14 novembre.

Porsche v Ferrari ovvero McQueen v Hollywood

Vi è piaciuto impersonato da Alessandro Nivola in C’era una volta a… Hollywood mentre fumando uno spinello nei pressi della Playboy Mansion ammette amareggiato che non avrebbe mai avuto alcuna possibilità sentimental/sessuale con Sharon Tate? Se solo il Rick Dalton di Leo DiCaprio, ossessionato dall’essere stato scartato a suo favore nel casting de La Grande Fuga, avesse potuto vedere The King of Cool in quel momento. Sai che rivelazione. Avrebbe scorto la sconfitta negli occhi di colui che a suo parere era professionalmente invincibile ancora in quel 1969. Si sarebbe accorto che Steve McQueen, in quel momento di passaggio di potere generazionale, non era poi così tanto più felice e realizzato di lui. E nel 1971? Come stava McQueen? Ancora furente per essere stato scartato nel 1966 a favore di James Garner in un film sulla sua amatissima Formula Uno intitolato Grand Prix di John Frankenheimer (curiosità: quell’anno di produzione è lo stesso decisivo dentro il tempo del racconto del film di James Mangold, citato anche nel titolo). E allora ecco la star de I Magnifici Sette (1960), La Grande Fuga (1963), Il Caso Thomas Crown (1968) e Bullit (1968) entrare in antagonismo con le regole hollywoodiane di accessibilità drammaturgica e romanticismo a lieto fine per la sua idea di film sulla 24 ore di Le Mans da interpretare in quella fine anni ’60 di spinelli carichi di rimpianto. Diventato un filmmaker a tutti gli effetti (c’è anche la sua Solar in coproduzione) McQueen comincia a parlare di arte, “superare la barriera del film” (cioè far sentire rischio, velocità e adrenalina oltre gli standard consueti mainstream), approccio documentaristico, assenza di sceneggiatura di ferro, zero love story per il suo pilota protagonista fittizio Michael Delaney. Contemporaneamente ai primi vagiti della New Hollywood figlia della Nouvelle Vague a sua volta ispirata dal nostro Neorealismo, uno degli ultimi figli dello star system classico diventa più easy rider dei capelloni che avevano fatto Easy Rider (1969) preferendo il rombo dei motori alle voci dei personaggi, la verità del documentario alla favola della fiction, la sperimentazione alla tradizionale epicità del cinema di largo consumo. Pura rivoluzione interna alla sua filmografia. Questo affascinante momento di crisi e tumulto creativo nel divo è rappresentato dall’assunzione come regista del fidato John Sturges per poi non fargli fare un film à la John Sturges ovvero un dramma sportivo con il suo personaggio di eroe maschile che lotta, rischia ma alla fine vince e ama. Il veterano director aspetta un po’ sul quel set francese e poi prorompe nella classica battuta: “Sono troppo vecchio e troppo ricco per sopportare queste stronzate” lasciando le riprese di un film senza lo straccio di una sceneggiatura in cui McQueen è felice di passare le giornate pilotando la sua Porsche ascoltando chiacchiere e memorie di sfide mitologiche dalla bocca di professionisti del volante come Herbert Linge, Jonathan Williams e quel David Piper che avrebbe perso una gamba durante le riprese. Ferrari? Nel film la troviamo contro la Porsche del protagonista Michael Delaney interpretato da un McQueen volutamente sottotono con l’aria di voler essere uno tra i tanti. La casa di Maranello è anche contro la produzione del film perché, saputo che dentro la storia la Ferrari avrebbe perso contro la casa automobilistica tedesca (le uniche informazioni di cui si era in possesso durante la lavorazione), si rifiutò di fornire direttamente i veicoli dall’Italia facendo passare i realizzatori per il concessionario belga. All’epoca quello strano oggetto misterioso, over budget e fuori controllo (la Solar viene estromessa quando si sfora il piano di lavorazione), fu un mezzo disastro commerciale. Oggi sembra modernissimo. McQueen è di un autolesionismo stupefacente nel distruggere il divismo a favore di macchine, percorso, stadio, pubblico, luoghi e tradizioni legati a questa affascinante gara inventata nel 1923. Le due dita a v come “vaffanculo” che il suo Delaney mostra nel finale senza troppo mordente al rivale Erich Stahler, interpretato Siegfried Rauch, sono qualcosa di più di un insulto al rivale della storia. C’è poca grinta nella recitazione di tutti come se fossero dei sonnambuli circondati da oggetti più animati di loro: i veicoli. Quell’indice e medio alzati sembrano più un sincero “andate a quel paese” a tutti quelli che si sono messi contro di lui durante l’estenuante sviluppo di quel suo amatissimo progetto legato a una delle sincere passioni della sua vita visto che aveva effettivamente corso la 12 ore di Sebring.
Diciamo che James Mangold aveva altre idee per il suo film su Le Mans.

Ford v Ferrari

Mentre il primo film su Le Mans di Steve McQueen è un “io contro Hollywood in 106 minuti”, la bella pellicola in costume di Mangold, ambientata nel tempo del racconto cinque anni prima rispetto a McQueen con l’idea di ispirarsi a una storia vera, è un lungo film classico che tira in ballo amicizia, sport, capitalismo e possibilità Oscar per i due protagonisti. Dovevano essere Tom Cruise nei panni del diplomatico allenatore ex pilota Carroll Shelby e Brad Pitt in quelli del burbero asso del volante sporco di grasso Ken Miles. Difficile immaginare Pitt guidare una macchina con durezza ora che siamo rimasti incantati dalla languida tranquillità con cui fa galoppare la sua quattroruote per Los Angeles nel film di Tarantino. Il film di Mangold è parla di una potenza industriale che ha tutto ma non conosce le buone maniere e di come una competizione prestigiosa possa avere un forte significato anche per l’ideologia di “un nuovo barbaro” contrapposta al sistema antico. Ieri com oggi. Immaginate, ad esempio, Netflix e la corsa al Premio Oscar. Henry Ford II vende tante macchine ma nessuna è bella e sexy come una Ferrari o una Aston Martin, non a caso adorata dalla spia casanova arbiter elegantiarum già icona nel 1966 al secolo James Bond (“Non guida una Ford perché è un degenerato!” urla Ford interpretato da un grande Tracy Letts di fronte a chi dei suoi gli contesta le preferenze automobilistiche di 007). Gli yankee sono dunque dei capitalisti pesanti, sgraziati, poco sexy perché sessuofobi o anche solo dannatamente puritani rispetto a noi europei, crapuloni e licenziosi. Enzo Ferrari è pieno di debiti ma ha l’arte. Ford è un gigante ma è solo marketing. Sembra la diatriba Marvel/Scorsese. Dopo l’ennesima umiliazione ricevuta dall’imprenditore italiano, il tycoon americano decide: bisogna vincere la 24 ore di Le Mans, terra di conquista da anni dei bolidi rossi italiani provenienti da Maranello. C’è bisogno di un nuovo modello (FordGT40) ma anche di piloti fuoriclasse. Mangold a quel punto vira verso il dramma sportivo su due amici che, a differenza dell’orrido capitalismo nordamericano fracassone e maleducato di Henry Ford II (Enzo Ferrari commenta sprezzante circa il fatto che il rivale arriverà ad assistere a una corsa automobilistica… in elicottero), sanno costruire il ponte di passaggio culturale tra un mondo di antiche regole cavalleresche e la potente committenza della propria patria che chiede loro di conquistare nuovi territori. Shelby è un ex scavezzacollo ritiratosi, ottimo venditore, icona nazional-popolare che sa stringere la mano di tutti alle fiere (oggi sarebbe un mago dei selfie come Matteo Salvini) mentre Miles litiga pure con sé stesso, non conosce la diplomazia e non è un asso dello sguardo a favore di camera.
Matt Damon fa il suo common man alla Jack Lemmon, intriso di decenza umana, paziente ma rispettoso nei confronti della ribellione. Christian Bale tira fuori una delle sue solite prove in cui si trasforma fisicamente diventando una specie di Gobbo di Notre Le Mans, tremendamente simpatico nonostante vada in giro con un diavolo per capello.
Francamente non potremmo immaginare nessun altro al loro posto.

Carroll v Miles?

Ma niente affatto. Mangold vuole trasmetterci un potente racconto di due ore e trenta sulla forza, anche sportiva, della diarchia. Due è il numero perfetto: 1) le risorse di Ford con il talento “ferrariano” di Shelby e Miles 2) il riformismo di Shelby a mitigare rivoluzione di Miles. Nel finale la peculiarità dell’individualità idiosincratica cede di fronte all’amabilità della diplomazia. Carroll non chiederà a Ken di adeguarsi a una scelta che gli negherà dei record personali a favore dell’immagine di propaganda collettiva che vuole Ford ma nonostante la libertà concessagli da Shelby il riottoso Ken opterà per l’adeguamento alle regole di marketing di casa Ford. Lo farà per rispetto di un amico che si è fatto il mazzo da inizio film facendo da ponte tra ideologia Ferrari e quella Ford e assumendo la posizione dello scudo a protezione delle cattive maniere del “beatnick” (lo chiamano così ed era considerato un insulto) Ken, ovviamente odiato dall’intero marketing Ford.

Conclusioni

È un bel film che forse non riesce ad essere bellissimo perché gli manca un pizzico di epicità in più come se oltre alla quarta non riuscisse ad entrare la quinta marcia (ci riferiamo alla gara finale in cui ci sono più soluzioni che problemi) nella folle corsa verso, perché no, un’iniziale ipotesi Oscar presente nella natura stessa del progetto (emblematica storia americana, basato su fatti reali, patriottico, due star). Riusciranno a superare tutto e tutti Carroll Shelby e Ken Miles una volta capito definitivamente come l’unione possa fare la forza per vincere la sfida, piano piano sempre più lampante, Shelby/Miles v Ford? La risposta è contenuta in una coda dal sapore alla American Sniper di Eastwood.
Puoi combattere e vincere ogni sfida che ti si porrà davanti senza mai dimenticare che la vita, per gente come il Ken Miles di Bale o il Michael Delaney, è solamente guidare una macchina lanciata a tutta velocità.
Tutto ciò che viene prima o dopo di quell’atto… è aspettare.

Potete commentare qui sotto o sul forum.