Ottavio Taddei è un attore italiano che si sta facendo strada a Los Angeles. L’occasione per parlare viene dalla sua partecipazione, con una piccola parte, a Le Mans ’66 – La Grande Sfida, il film di James Mangold che ha dominato la classifica mondiale lo scorso weekend e che racconta la celebre sfida lanciata da Carroll Shelby (Matt Damon) e Ken Miles (Christian Bale) alle auto di Enzo Ferrari nella 24ore di Le Mans in Francia nel 1966.

Ciao Ottavio! Iniziamo subito con Le Mans ’66: puoi dirci che parte hai nel film e come è nato il tuo coinvolgimento?

Ho avuto il grande onore di far parte del cast di Le Mans ’66 nei panni di un personaggio di supporto chiamato “Italian Photographer” al quale era stato dato il nome Mario, dettaglio omesso nel montaggio definitivo. Non vorrei spoilerare dettagli della storia per coloro che ancora non avessero visto il film, diciamo che sono un fotografo malizioso, alcuni mi hanno definito, “il Salvatore delle Ferrari”, attributo che mi piace assai! Diciamo che c’è spazio per speculare sulle reali intenzioni di Enzo Ferrari, se di fatto stesse considerando la vendita agli americani di Ford o se li usò per far leva sull’acquirente italiano Gianni Agnelli. L’opportunità di lavorare al film è nata grazie alla mia talent agency, Abstract Talent Management, che mi ha proposto per la parte in quanto adeguato alla richiesta del casting breakdown. Sono andato negli studi della Twentieth Century Fox e ho incontrato Emma Sands-Milsom, casting director associata, con la quale ho fatto un audizione e una gradevolissima chiacchierata. Nell’arco di 24 ore ho ottenuto la parte.

Hai qualche aneddoto da raccontarci sulle riprese a cui hai partecipato?

La mia scena è molto vivace… e con mia soddisfazione la posso proprio definire “la mia scena” poiché sono al centro dell’attenzione. È stata un’esperienza particolarmente interessante perché mi trovavo su un set molto affollato, realizzato con estrema cura per ogni singolo dettaglio, e allo stesso tempo ero “completamente solo”, nel senso che ognuno aveva chiare mansioni e la mia era quella di recitare. Ci sono vari aneddoti che potrei raccontare, a partire dal mio incontro con Jon Bernthal, attore di cui ho grande stima e che conoscevo da “The Walking Dead”, “The Wolf Of Wall Street” e altri grandi successi. Mi trovavo nella roulotte del trucco e parrucco, quando Jon è entrato non sapevo bene come comportarmi ma lui immediatamente mi ha levato dall’imbarazzo presentandosi amichevolmente. Gli abiti scelti per il mio personaggio consistevano in un maglione di lana a collo alto e una giacca anch’essa di lana e le mie riprese sono avvenute d’estate in una zona limitrofa a Los Angeles, non esattamente un clima montano! Nella mia scena mi muovo con una certa urgenza e tra i vari ciak in pochi minuti mi sono ritrovato completamente fradicio di sudore, mentre vari collaboratori dotati di asciugamani si adoperavano nel tentativo di rendermi presentabile. Ma l’aneddoto più buffo è probabilmente questo: conversando con il direttore James Mangold, ho chiesto il permesso di rivolgermi a Gianni Agnelli con il titolo di Avvocato come storicamente veniva appellato, ma il regista mi ha chiesto di lasciar perdere per timore che gli americani fraintendessero con la parola “avocado”!

È stata una delle produzioni più grandi a cui hai partecipato: che differenze hai trovato rispetto ad altri progetti a cui hai lavorato?

Trovarmi su un set di questa portata è stato differente in termini di aspettative riposte negli attori: tutto è molto formale e organizzato, aspetti di essere chiamato nel tuo trailer e quando è tempo di lavorare non si perde tempo, proprio il modo in cui piace lavorare a me! Non sono il tipo che cerca la battuta o la chiacchiera, diciamo che la mia idea divertimento è molto personale, mi piace rimanere concentrato sulle mie cose.

Sappiamo che non nasci come attore ma come ballerino. Puoi raccontarci la tua carriera? Cosa ti ha fatto spostare a Los Angeles?

Sono cresciuto in un quartiere particolarmente tranquillo nel centro di Bologna. A 17 anni, dopo aver praticato vari sport sulle orme dei miei fratelli e una breve introduzione al Kung Fu, ho iniziato a ballare lyrical jazz sotto invito di una mia amica che aveva bisogno di ballare un passo a due per il saggio di fine anno della sua scuola. Quello fu decisamente un crocevia della mia vita, perché da quel momento la danza diventò parte integrante di me. La vita è di fatto imprevedibile e nonostante un liceo burrascoso per qualche motivo a me ignoto sono stato ammesso all’università Bocconi in uno dei corsi più rigorosi: accompagnando un amico interessato a fare il test ho deciso all’ultimo di partecipare e sono stato ammesso! Trasferitomi a Milano, ho continuato allo stesso tempo i miei studi di danza con veri professionisti e la passione ha preso il sopravvento. Tanta disciplina e dedizione sia nell’ambito artistico che universitario mi hanno cambiato drasticamente e ho iniziato a fare le cose che veramente volevo e ad ambire alla mia crescita personale. Una volta laureato in discipline economiche ho deciso di intraprendere la carriera artistica, ho ricevuto borse di studio a Firenze e Roma per proseguire la mia formazione e in seguito ho cominciato a lavorare come danzatore principalmente freelance esibendomi davanti a platee di migliaia di persone, al Teatro Degli Arcimboldi di Milano, al Teatro Dell’Opera Di Roma, alla Royal Opera House di Muscat, al Qatar Marine Festival di Doha, al Metropolitan di New York, alla Walt Disney Music Hall di Los Angeles alla Pasadena Playhouse di Los Angeles e molti altri fantastici teatri.

Come danzatore mi è sempre stata associata una particolare presenza scenica e venivo spesso diretto verso ruoli più interpretativi. Feci parte del primo cast del musical “I Promessi Sposi” di Guardì, Aprea che lo assisteva alla regia mi mise in contatto con una produzione Rai che realizzava contenuti per il programma “Articolo Tre”. Così mi affidarono un paio di reenactment su temi sociali ma al tempo la danza era ancora dominante nella mia vita e “persi il treno”. Ad ogni modo volevo studiare recitazione prima di lanciarmi seriamente in quel mondo, così ho iniziato a sondare il campo e ho fatto qualche workshop a Roma cercando percorsi formativi più completi ma l’età iniziava a essere un problema. A 28 anni ho avuto un problema di salute che mi ha impedito di ballare per alcuni mesi, fortunatamente risoltosi senza conseguenze. È stata l’occasione perfetta per esplorare il mio desiderio di cimentarmi nella recitazione: sono andato a New York per audizionare al “Stella Adler Studio Of Acting” dove mi hanno ammesso, dopo alcuni mesi mi sono trasferito per frequentare il conservatorio di due anni; da lì ho proseguito studiando tecnica di recitazione per film e televisione a Los Angeles e non sono più tornato indietro sulle mie scelte di vita.

Un momento in cui cinema e danza si sono fusi, nella tua carriera, è stata senza dubbio la partecipazione come ballerino a una scena di La La Land: cosa ricordi di quell’esperienza?

Ho di fatto lavorato sul set di La La Land ballando Lindy Hop nella cornice del bistro parigino che prende vita nell’immaginazione dei personaggi verso la fine del film. È stata una bellissima esperienza, seppur breve. In svariate occasioni ho fuso la mia abilità di attore e danzatore recitando la parte del coreografo, del danzatore che gareggia in un talent show, dell’insegnante di ballo, del giudice di ballo e altro sia a teatro che in film ed è sempre una bella soddisfazione fornire talenti non così comuni.

Qual è stato il tuo primo ruolo come attore?

Il mio primo ruolo come attore televisivo è stata la mia partecipazione alla trasmissione “Articolo Tre” su Rai Tre, sfortunatamente il format non ebbe lunga vita. Avendo frequentato il conservatorio di recitazione Stella Adler Studio Of Acting ho poi avuto modo di recitare in varie produzioni in un così detto “Safe Space”, cioè ho avuto la possibilità di esibirmi in contesti studiati per la crescita dell’attore e l’esplorazione del suo range. Il mio primo lavoro da attore di rilievo è stata l’opportunità di interpretare Adamo in una vignetta di Adamo & Eva narrata da Morgan Freeman per il suo show personale “The Story of God”, un viaggio tra le varie culture del mondo e il loro rapporto con la religione.

Quali sono le tue ambizioni come attore?

Le mia ambizione da attore e quella di essere costantemente impegnato, imparare cose nuove, cimentarmi in cose che non mi sarei mai aspettato, sorprendermi e aver coraggio di osare. Spesso si ha paura di essere se stessi pensando che chi ci guarda, sia nella vita che nei panni dell’interprete, si aspetti di vedere qualcosa di collaudato ma in realtà ho raccolto i migliori frutti quando ho avuto fiducia in me stesso e non mi sono auto censurato né ho cercato consiglio, perché ho condiviso la mia vera natura e le mie personalissime scelte, cosa che mi ha reso unico come ciascuno di noi è.

Quanto è difficile fare carriera a Hollywood per un giovane attore italiano, e quindi straniero? Quali sono le difficoltà più grandi che hai incontrato?

Los Angeles attrae un incredibile quantità di talenti straordinari. Decisamente è tuttora la metà più ambita per ogni attore che aspira a una carriera nel cinema e televisione, tuttavia ci sono al giorno d’oggi varie altre città che offrono incredibili opportunità. La competizione qui non è semplicemente qualitativa ma anche quantitativa. Cosa significa? Per progetti di prestigio gli uffici casting ricevono migliaia di candidature “specifiche” anche per co-star, ruoli che hanno meno di 5 battute. Mediamente, riescono a vedere solo 30/40 attori sulla base di una fotografia formato fototessera visualizzata su un computer, pertanto si vive in questo circolo vizioso dove per avere un opportunità bisogna essere riconoscibili e per essere riconoscibili bisogna avere un opportunità. Insomma, la canzone New York New York di Frank Sinatra modificata si adatta perfettamente al concetto: If I can make it there, I’ll make it anywhere It’s up to you… Los Angeles, Los Angeles! È vero che la fortuna e varie altre dinamiche possono cambiare la vita di un attore in un istante, tanto quanto vincere la lotteria, ma i veri stacanovisti di questo mondo sembrano concordare che la carriera dell’attore sia una maratona piuttosto che uno sprint, statisticamente un orizzonte temporale settennale inizia a portare qualche frutto, pertanto bisogna veramente volerla questa vita. La realtà degli attori SAG, cioè facenti parte del sindacato più prestigioso nel mondo dello screen acting, mostra un altro fatto scoraggiante: solo un’esigua percentuale di questi attori professionisti è in grado di sostenere gli oneri della vita con esclusivo lavoro “artistico”. Insomma, per venire a qualcuno nella mia posizione ci aggiungiamo spese legali e amministrative e un estenuante lavoro per l’ottenimento del permesso di lavoro… la difficoltà ulteriore nel recitare in una lingua acquisita può a volte essere di beneficio per autenticità e a volte elemento di esclusione; basta pensare ad una qualsiasi storia dove i personaggi hanno un legame familiare o culturale, non possono di certo parlare in modo drasticamente differente. Inoltre è risaputo che vari network non prendono in considerazione attori che non sono muniti di green card (un permesso di soggiorno permanente), nonostante siano muniti di un visto di lavoro specifico nel campo dello spettacolo. Insomma, bisogna davvero volerlo ed essere disposti a grandi sacrifici ma per coloro che riescono a entrare in questo Olimpo dell’intrattenimento le soddisfazioni non mancheranno, e io sono qui per restare.

A quali progetti stai lavorando ora o hai lavorato di recente?

Di recente ho recitato nel film indipendente “His Only Son” diretto da David Helling e con Nicolas Mouawad, celebre attore libanese, e ho ballato e recitato accompagnato dalla fantastica Los Angeles Philharmonic Orchestra alla Walt Disney Music Hall. In questi ultimi mesi mi sto dedicando a vari progetti dalla finalità artistica, ma ho vari progetti in cantiere negli Stati Uniti. In particolare un film indipendente scritto e diretto da Philip Charles Mackenzie dal titolo “Italian Summer” che girerà a Los Angeles e in Italia, un cortometraggio al quale seguirà un lungometraggio scritto e diretto da Matteo Saradini intitolato “Apollo Jump”, una serie televisiva d’azione intitolata “Borders” ideata da Davide Belvederi, mio concittadino e amico e scritta in collaborazione con Selvir Katich la cui sceneggiatura dell’episodio pilota è al momento finalista in varie competizioni di screenwriting e altri progetti in lavorazione. Ho anche impegni di danza, con Lo Schiaccianoci, grande classico natalizio, e con una nuova compagnia chiamata “Freaks With Lines”.