Ci sono film dei quali è difficile se non impossibile scrivere, e diventa sempre più difficile con il passare del tempo.

L’8 settembre del 1960, nelle sale degli Stati Uniti, debuttò un’opera senza la quale non avremmo circa il 90% di tutti i thriller/horror/slasher/varie ed eventuali usciti nei successivi sessant’anni; parliamo di Psyco (o Psycho, se preferite la grafia originale) di Alfred Hitchcock, un film sul quale sono state scritte intere biblioteche, che è stato copiato, citato e parodiato in ogni modo possibile, che ha generato quello che è a buon diritto uno dei primi meme cinematografici della storia (la c.d. “scena della doccia”), che ha subito l’onta di un tremendo remake, è diventato una serie TV, ha dato una spinta decisiva all’ingresso di sesso e violenza al cinema…

… capirete che parlare di Psyco oggi potrebbe sembrare un esercizio di stile, una ripetizione di cose già dette o scritte altrove. La realtà è, che come tutte le opere la cui influenza è paragonabile solo alla loro qualità, non c’è un momento in cui non valga la pena riguardare Psyco e discuterne, perché la loro stessa esistenza è fonte costante di nuove ispirazioni e nuove letture – l’avreste detto prima dell’uscita di Bates Motel che fosse possibile scrivere un prequel del film di Hitchcock, serializzarlo e fare pure un bel lavoro?

Alfredo contro il codice Hays

La storia di Psyco è la storia di come un uomo che aveva fatto successo con la tensione e il mistero e i colpi di scena decise che era arrivato il momento di spingere l’asticella un po’ più in là, e di dare la prima di tante spallate a quello che si chiamava MPPC, il Motion Picture Production Code. Hitchcock scoprì il romanzo da cui il film è tratto, scritto da Robert Bloch nel 1959, grazie a un’assistente che glielo passò avendone letto ottime recensioni, se ne innamorò, e decise che era la base perfetta per una sceneggiatura. Lo ripulì da alcuni eccessi (alcolismo, occultismo, pornografia), cambiò il peso dei personaggi e la loro presenza relativa all’interno della storia, scelse Anthony Perkins e Janet Leigh per i ruoli di Norman Bates e Marion Crane, e diede inizio alle riprese.

Vale la pena a questo punto spendere due parole sul 1960 e sul già citato MPPC, noto anche come Hays Code, quella raccolta di regole stabilite nel 1934 e che vietavano – o meglio, consigliavano caldamente di evitare: il codice Hays era prima di tutto un codice di condotta messo in pratica su base volontaria e nel rispetto della pubblica decenza – di mostrare sul grande schermo una serie di atti considerati immorali, dal sesso tra persone appartenenti a etnie diverse all’uso di droghe all’omosessualità.

Il rapporto di Hitchcock con queste limitazioni, per usare un eufemismo, non fu mai idilliaco, in parte perché il regista inglese amava controllare ogni aspetto delle sue opere e odiava che venissero sottoposte a tagli imposti dall’esterno, un po’ perché credeva che si trattasse di regole vetuste, superate, ormai lontane dalla morale comune e che, peraltro, avrebbero messo in difficoltà il cinema di fronte alla concorrenza della televisione. Hitchcock lottò quindi silenziosamente contro la censura per anni (questo libro racconta le sue battaglie), e dovette inventarsi un’enorme quantità di trucchi, trucchetti e scorciatoie per aggirare il codice Hays senza snaturare i suoi film.

Psyco è in questo senso un film-modello, nonché una collezione di pezzi di bravura eseguiti apposta per schivare i tagli e suggerire, senza necessariamente mostrare, alcune delle sequenze più estreme e rischiose che si fossero viste al cinema fino a quel momento.

Aggirare le regole per infrangerle

La scena della doccia è solo l’esempio più facile e più classico: sette giorni e settantasette angoli diversi di riprese, un montaggio fulminante fatto di inquadrature strettissime e concentrato sui dettagli scelti ad arte per suggerire una visione d’insieme senza sbatterla in primo piano, per una sequenza che contiene 50 tagli nel giro di tre minuti e che riesce a coniugare sesso, perversione, violenza e sangue senza mai sbandierarli – evitandosi così problemi di censura, e dimostrando una volta di più che il codice Hays era una sovrastruttura superata e facilmente aggirabile, e che non serviva più a nulla se non a proteggere degli spettatori immaginari da altrettanto immaginari offese alla loro morale.

Ma sarebbe appunto troppo facile limitarsi a citare una sequenza, per quanto si tratti della chiave di volta di tutto il film e del momento in cui Hitchcock toglie il tappeto da sotto i piedi del pubblico facendo fuori la presunta protagonista. Psyco è anche un film che parla di fluidità di genere e di cross-dressing, due tematiche che nel MPPC erano inserite molto in alto nella lista degli ASSOLUTAMENTE NO, e le interseca con suggestioni psicanalitiche, traumi infantili, malattia mentale, omicidio dei propri modelli e pure una vaga aria di incesto, non inteso come atto in sé quanto come suggestione di amore filiale che esce dal recinto dell’accettabile per sfociare nella sostituzione d’identità. È un film che si apre con due amanti semisvestiti a letto che discutono la loro tresca, in un’epoca in cui parlare di sesso extraconiugale era ancora considerato tabù.

Ieri e oggi

È chiaro che certi eccessi e certi momenti che sessant’anni fa erano considerati estremi oggi si ritrovano senza problemi anche nei film per l’infanzia e nelle pubblicità dello shampoo (esagerazione, ma non troppo), e che con gli occhi di oggi Psyco non è un film shockante o insostenibile, soprattutto per chi ama l’horror e da allora è stato abituato a vedere ben di peggio e in maniera molto più esplicita.

Se però Hitchcock non si fosse industriato per poter mostrare nudità e omicidi nella stessa scena, se non avesse giocato con il cinema e le sue potenzialità e la sua capacità di moltiplicare i punti di vista e ristrutturare un racconto lineare secondo esigenze creative – e se insieme a lui un’intera generazione non avesse cominciato a spingere contro il MPPC e a tentare di spostare l’asticella dell’accettabilità sempre un po’ più in là film dopo film –, oggi quello stesso fandom non si sarebbe mai potuto godere Non aprite quella porta, o Alien, o Martyrs, o scegliete voi quale altro titolo vi sembra adatto a completare la frase. Per cui festeggiate il compleanno di Psyco riguardandolo sotto quest’ottica, e ringraziando di cuore Alfred Hitchcock e Janet Leigh, prima scream queen della storia.