Buffy prima di Buffy: alla riscoperta del film

All’inizio degli anni Novanta, Joss Whedon era un giovane di belle speranze che lavorava nelle writer’s room di un paio di sitcom di successo (Pappa e ciccia, Fra nonni e nipoti) e che cominciava a farsi le ossa anche con il cinema come script doctor di film tipo Speed e Twister. Nel tempo libero, però, Whedon coltivava ambizioni più grandi: diventare regista, scrivere i suoi stessi film e vedere il suo nome nei credits, raccontando storie diverse da quelle che si stavano raccontando in quel periodo.

 

Rhonda, the Immortal Waitress

Fu così che ebbe l’idea di un creare personaggio chiamato Rhonda, the Immortal Waitress, della quale non sappiamo assolutamente nulla se non che, nella testa di Whedon, era “una donna che sembra completamente insignificante e che scopriamo essere straordinaria”; e che quel personaggio cambiò nome e identità e diventò Buffy, l’ammazzavampiri, protagonista del primo film ufficialmente scritto in solitaria da Whedon, e che nella sua testa avrebbe dovuto sovvertire la formula della “bionda che viene uccisa in un vicolo in tutti gli horror” trasformando suddetta bionda da vittima a eroina.

Buffy, ovviamente, divenne poi la protagonista dell’omonima serie TV, che per sette stagioni riscrisse le regole della serialità televisiva, vinse ogni premio possibile e venne salutata dalla critica come un capolavoro e dal pubblico come una delle opere di maggior successo e dal fandom più fedele e affezionato di tutti gli anni Novanta e Duemila. Ma prima di questa sua trasformazione, veicolata dal volto e dalla personalità di Sarah Michelle Gellar, Buffy era altro: il primo tentativo di Joss Whedon di farsi un nome nel mondo del cinema, di ribaltare come un calzino certi archetipi e certi stereotipi, nonché il suo primo vero faccia a faccia con l’insuccesso.

 

Buffy, the cheerleading vampire slayer

Rivedere oggi Buffy, intendiamo il film del 1992, sapendo che cos’è diventata poi Buffy, intendiamo la serie TV e i successivi fumetti, è un’esperienza istruttiva per chiunque abbia passione per la preistoria delle serie cominciata nel 1997. Diretto da Fran Rubel Kuzui, che diventerà una delle produttrici della serie nonostante le differenze creative tra lei e Whedon riguardo al film, e prodotto dalla Sandollar di Dolly Parton, che nella vita fa la cantante country e la ragione per cui Buffy esiste, è in sostanza una brutta copia di quella che sarebbe diventata la prima stagione dello show, un tentativo un po’ (molto) grezzo di tratteggiare almeno i contorni dell’universo di Buffy e i tratti distintivi della sua protagonista.

Innanzitutto il film non si svolge a Sunnydale, nella ridente e sonnolenta provincia, ma a Los Angeles, la città da cui canonicamente Buffy proviene anche nella serie e nella quale vive una vita di lusso e frivolezze insieme alle queen bee sue amiche (tra le quali spicca un’inaspettatissima Hilary Swank). E Buffy non è la ex reginetta del liceo trasferita in periferia e diventata reietta perché ha la fama di quella che ha dato fuoco alla palestra della sua vecchia scuola ed è quindi costretta a passare il tempo con gli sfigati: è la reginetta del liceo prima di quell’incendio (che è stato tagliato dal film ma che fa parte anch’esso del canone di Buffy), una Regina George che sta con il bello e bullo e che si riferisce ai suoi compagni più poveri come “the unwashed masses”.

 

Sono un femminista, bitch!

Forse per via di questo cambio di location e di personalità, forse perché Whedon era ancora acerbo e non gli erano ancora del tutto chiari certi dettagli, Buffy il film è anche molto più figlio dei suoi tempi rispetto al progressismo della serie. Parte da un’idea suppostamente femminista – prendere la bella-e-scema e dotarla di poteri incredibili che la fanno crescere e superare la superficialità e diventare un’eroina – ma la declina esattamente come avrebbe fatto qualsiasi commedia romantico-sexy-liceale degli anni Novanta: l’elegante vampiro di Rutger Hauer, che nella serie diventerà l’ancora più affettato Master di Mark Metcalf, si rivolge a Buffy chiamandola “stupid bitch” in almeno due occasioni, solo per dirne una, e i dialoghi messi in bocca al 99% dei maschi del film sono talmente intrisi di sessismo esplicito che fa sorridere pensare che siano scritti dalla stessa persona che si autodefinisce “a super woke bae”.

Parte di questo scarto di tono, che è forse l’elemento che più stona nel film di Buffy se confrontato con la serie, potrebbe non essere colpa di Whedon, che scrisse sì il film, ma una volta iniziate le riprese entrò in polemica con la produzione perché secondo lui non aveva capito lo spirito del suo script – che avrebbe dovuto generare “un film spaventoso su una donna che scopre i suoi poteri” e che invece, nelle parole di Rubel Kuzui, diede alla luce “una commedia pop su quello che la gente pensa dei vampiri” –, e abbandonò il set a metà delle riprese sbattendo la porta e dicendo probabilmente qualcosa tipo “non voglio più avere a che fare con voi!”. Anni dopo Whedon corresse parzialmente il tiro, spiegando che il suo problema con il film era la protagonista: “Non è esattamente lei. È un inizio, ma non è ancora la ragazza che ho scritto”, e riguardando oggi il film di Buffy questa seconda versione ci sembra più precisa: i toni comici, le battute fulminanti, certi vezzi linguistici, il contrasto tra la normalità e la quotidianità di una ragazza del liceo e la presenza di vampiri succhiasangue, il fatto che lo scontro finale tra Buffy e Rutger Hauer con i baffetti si concluda grazie con una bomboletta di spray per capelli e una one-liner, sono tutti pezzi di Whedon, pezzi di Buffy che fanno capolino qui e là in mezzo al generico casino che è questo film.

 

Gli occhi del cuore, gli occhi del cuore…

Perché il vero problema di Buffy è che, una volta esaurito il giochino delle somiglianze e differenze tra film e serie, quello che rimane è un film mediocre e mal diretto, una collezione di topoi da film di formazione anni Ottanta (tra cui un terrificante training montage di cui la serie farà una parodia non sappiamo quanto involontaria nell’episodio musical) innestati su una struttura narrativa che avrebbe avuto bisogno di un altro paio di passate per potersi definire “lineare e coerente”, sullo sfondo di un potenziale universo che aveva chiaramente bisogno di diverse puntate di uno show televisivo e non di un’ora e mezza di film per poter davvero esplodere. Persino i momenti action, cioè i numerosi combattimenti tra Buffy e i vampiri, non aiutano a risollevare il morale, fondamentalmente perché sono girati come la pubblicità di un fichissimo giocattolo anni Novanta, ripieni come sono di rapidissimi zoom in avanti e di gente che si spara pose dopo che la loro controfigura ha fatto tutto il lavoro. E non fateci neanche cominciare a parlare di luci smarmellate perché non c’è abbastanza spazio sui nostri server.

Anche il cast, che nelle opere di Whedon, bravissimo a dirigere i suoi attori, è sempre infallibilmente uno dei punti di forza, non sempre aiuta il film. Donald Sutherland, che interpreta il mentore di Buffy Merrick (personaggio che verrà poi ripreso da Whedon e contestualizzato all’interno della serie), fa del suo meglio per donare gravitas alla situazione, ma fa troppo spesso la figura del pesce fuor d’acqua, dispensando talento e teatralità con l’aria schifata di quello che sta gettando perle ai porci – un’impressione confermata dai racconti dal set dello stesso Whedon, che lo ha descritto più volte come un fastidiosissimo snob con un gigantesco complesso di superiorità e una volta lo ha definito, in riferimento alle differenze tra il Merrick della serie e quello del film, “quell’ALTRO attore che continuo a odiare”. Luke Perry ce la mette tutta per interpretare un ruolo che in realtà non è nient’altro che una prima bozza del personaggio di Spike, e Kristy Swanson ha quantomeno il physique du rôle per interpretare Buffy, per quanto le manchino talento e personalità. Ma non è abbastanza, non se il confronto è con Sarah Michelle Gellar, Anthony Stewart Head e Alyson Hannigan.

 

Non hai vinto, ritenta, sarai più fortunato

Tutto sommato è difficile odiare davvero il film di Buffy, se non altro perché ha contribuito in maniera decisiva alla nascita di una delle migliori serie TV di sempre. Certo è che è difficile apprezzarlo in quanto film, e se il personaggio non avesse avuto un reset quasi totale e un’evoluzione lunga sette stagioni oggi ci ricorderemmo della cheerleader ammazzavampiri di Kristy Swanson come di una curiosità un po’ sgangherata uscita dal cestone degli anni Novanta. Per chi si appassiona alla filologia e all’archeologia creativa, però, rivisitare Buffy potrebbe essere un’esperienza istruttiva – e magari propedeutica a una lunga maratona davanti alla TV.