È sul nuovo numero del Venerdì di Repubblica che Daniel Kraus parla di I morti viventi, il primo e ultimo libro di George A Romero, uscito da qualche giorno in Italia grazie a La nave di Teseo (che recentemente ha pubblicato anche l’autobiografia di Woody Allen). Nel 2017, alla morte del grande regista, sua moglie Suzanne Desrocher Romero e il manager Chris Roe hanno raccolto tutti i suoi appunti affidandoli poi a Kraus (già co-autore con Guillermo del Toro di Trollhunters e dell’adattamento di La forma dell’acqua) per la stesura definitiva del libro.

La storia è la seguente: un virus sconosciuto trasforma buona parte degli abitanti della Terra in cadaveri assetati di sangue. Quando zombie e sopravvissuti si trovano a convivere, si scatena l’inferno. I vivi cercano di ricostruire una società, ma ben presto iniziano a torturare gli zombie per noia e divertimento, utilizzandoli per il loro intrattenimento e ghettizzandoli.

Secondo Kraus, Romero vedeva il suo libro come una rivincita nei confronti di Hollywood, potendo finalmente raccontare una storia senza censure, limiti di budget e compromessi con i produttori. Kraus ha messo molto di suo, e ha terminato il libro durante la pandemia, come spiega nell’intervista:

All’inizio non riuscivo a crederci. Mi sarebbe piaciuto parlarne con George perché sembrava proprio un suo film. Il virus senza controllo, gli esperti che propongono soluzioni ragionevoli per ridurre il contagio e migliaia, anzi milioni, di persone che si comportano in modo egoista e pericoloso, soprattutto qui in America… Poi ho pensato che è stato un bene che non fosse qui. Non lo avrebbe sopportato. Soprattutto il modo in cui si è comportato Trump. Come si fa a non vedere l’arroganza e il fascismo di quell’uomo? La storia non insegna nulla? George aveva molta paura della tecnologia. Secondo lui, smartphone e social media alla lunga ci avrebbero distrutti.

Trovate l’intervista completa su Repubblica.