Dopo otto anni, la morte di Tony Scott fa ancora malissimo
Era l’estate del 2012 quando Tony Scott si tolse la vita lanciandosi da un ponte, e ancora non ce ne siamo fatti una ragione
Era la mattina del 19 agosto 2012 quando in Italia cominciarono ad arrivare le prime notizie: Anthony David Leighton Scott era morto, si diceva, a 68 anni e per motivi non meglio specificati. Era il pomeriggio quando iniziarono a gocciolare i primi dettagli: forse Tony aveva un cancro, forse non era morto per cause naturali ma si era suicidato, forse era depresso. Tempo del tramonto e il quadro era un po’ chiaro: Tony Scott aveva lasciato due “suicide notes” nella sua auto e nel suo ufficio e si era gettato da un ponte a Los Angeles, un gesto che ancora due anni dopo il fratello Ridley descriveva in un’intervista come “inspiegabile” e che non aveva nulla a che fare con alcun problema di salute, ma solo con la sua voglia di farla finita.

Non sapremo mai davvero perché Tony Scott si sia tolto la vita, e siamo dell’idea che qualsiasi ipotesi e speculazione a riguardo vada evitata per una questione di rispetto. Meglio piuttosto parlare del regista, e partire da una considerazione che era valida allora e lo è altrettanto oggi, a otto anni dalla sua morte: non esiste ancora un vero erede di Tony Scott, nonostante il suo stile abbia fatto scuola per anni.
Storia di un tamarro
Tony Scott nasce come persona nella piccola cittadina di Tynemouth, e nasce come artista nella pubblicità: dopo gli studi comincia a lavorare alla Ridley Scott Associates e dirige centinaia, forse migliaia di spot televisivi – una palestra, dirà lui, oltre che un modo per fare soldi in fretta e costruirsi una piccola base finanziaria sulla quale costruire la sua carriera cinematografica.
Se conoscete anche solo un po’ Tony Scott riconoscerete parecchi elementi che torneranno nei suoi film: contrasti cromatici fortissimi, una palette estrema che va dall’ultravioletto all’infrarosso senza lasciarsi indietro nulla, tagli di luce da ogni dove come se piovesse, montaggio frenetico e che racconta anche un’azione semplicissima da mille angoli diversi fregandosene dell’unità di tempo e sacrificandola sull’altare dello spettacolo...

Trop ganz
È possibile che a contribuire a questo equivoco sia stata, be’, la carriera stessa di Scott, cominciata con un film che più autoriale e imperscrutabile non si può (Miriam si sveglia a mezzanotte, che applicava i dettami estetici delle pubblicità dirette fin lì da Scott a una storia eterea a base di vampiri) e proseguita con un’opera che su carta è talmente sciatta, raffazzonata e costruita per strizzare l’occhio al pubblico che è un miracolo che abbia incassato più di venti volte il suo stesso budget. Parliamo ovviamente di Top Gun, un film composto per metà da, letteralmente, riprese aeree a caso e close-up su attori con il volto mascherato così da potergli montare sopra una voce qualsiasi, e per l’altra metà da una classica storia da film sportivo calata però in un contesto militare con tutte le assurdità che ne conseguono. Un’opera che non ha il diritto di essere bella quanto è, nella quale tra le altre cose c’è la scena di una partita a beach volley che Tony Scott stesso non capiva a cosa servisse e quindi, parole sue, «l’ho girata come se fosse l’intro di un porno»; un film che ha lanciato Tom Cruise e che Scott è finito a dirigere solo perché anni prima aveva girato uno spot con gli aerei per la Saab e dunque sapeva come muoversi su una pista.
Giorni di Tony
Non esiste film di Tony Scott che non sia molto chiaramente un film di Tony Scott, che il regista inglese non abbia fatto suo indipendentemente dalla sua storia produttiva. Beverly Hills Cop II è un film al servizio di Eddie Murphy più di quanto Top Gun lo sia per Tom Cruise, eppure Scott si ritaglia per sé tutte le scene nelle quali Eddie Murphy non parla per girarle e montarle come piace a lui. Giorni di tuono doveva essere un Top Gun reloaded, e alla fine quello che più rimane del film sono scene tipo questa (ovviamente al tramonto), dove Scott riesce a rendere avvincente anche un tizio che corre in cerchio tutto da solo. Una vita al massimo? È scritto da Tarantino e si sente, e non è facile farsi notare di fianco a una personalità così ingombrante; eppure Scott sgomita e quando la gente smette di parlare e le pallottole cominciano a volare il film smette di essere “una tarantinata” (è un termine con accezione positiva, a scanso di equivoci) e diventa di nuovo “un film di Tony Scott”.

E quindi ci manca Tony Scott e ci manca il suo stile, il suo cinema, la sua passione per la moltiplicazione dei punti di vista e per l’arancione, e ci manca il fatto che per anni un sacco di gente abbia fatto di tutto per imitarlo, riuscendoci raramente se non mai ma regalandoci nel processo una lunga serie di action bellissimi e pieni di colori e movimento e macchine del fumo. Otto anni fa Tony Scott se n’è andato e si è portato via un pezzo di cinema, e nessuno che abbia ancora avuto il coraggio di andare a cercarlo come se fosse il sacro Graal.