Baltasar Kormakur ha rifiutato Shark e Fast & Furious per fare film come Beast: “Film che mi eccitano”

beast idris elba
Beast
di Baltasar Kormákur
22 settembre 2022 al cinema

Baltasar Kormakur e come fa a girare film come Beast in autonomia

Nel panorama dei registi americani gli stranieri trapiantati a Hollywood sono una specie a parte. Fanno film d’autore, fanno blockbuster e moltissimi fanno cinema di serie B. Baltasar Kormakur, sempre di più è un mestierante di lusso del cinema di tensione e azione, preso in film di grandezza sempre maggiore è arrivato ora a girare Beast per la Universal, un film che mette Idris Elba contro un leone nella savana per difendere se stesso e le sue figlie.

Come questo plot classico di “famiglia contro minaccia”, diventi un film non ordinario ma dotato di quelli che Kormakur definisce dei twist è il punto di tutto il suo metodo. Metodo non solo di regia ma anche di selezione dei progetti. Come sceglie cosa fare, come si muove dentro Hollywood e come trova una strada personale.

Ci sono veri leoni nel tuo film di leoni?

“Vorrei davvero evitare di dirlo ma se me lo chiedi ti devo rispondere: no, non ce ne sono.È il cinema… Però il solo fatto che tu non ne sia sicuro e me lo chieda mi conforta, è un buon segno”.

Tutto il film è molto particolare, anche per i tuoi standard. Mi pare ad esempio che tu non abbia mai usato così tanto i piani sequenza giusto?

“Sì in passato li avevo usati ma mai così tanti. È una questione di stile ma anche di punto di vista. Per questo film, volevo creare un senso particolare di claustrofobia. Anche per questo vedi il leone solo quando lo vedono loro e…”

…non è verissimo però, ad esempio quando Idris Elba è in quell’abitazione solo noi lo vediamo passare dietro di lui…

“È vero. Lo vedi ma attraverso di lui, cioè lui comunque è nell’inquadratura. E se è per questo c’è pure un momento in cui è sulla cima di una roccia e loro non lo vedono. Sai com’è? Non ci sono regole che non rompi”

I piani sequenza sono tutti veri?

“Alcuni sì altri no. Perché non tutti erano decisi. Per esempio il primo, nella scena in cui incontrano il primo leone e si coccolano, era una sequenza immaginata per essere poi tagliata ma girandola ho capito che veniva ancora meglio se la tenevo intatta, con quegli avanti e indietro dall’auto. È venuta bene al primo ciak, e sai si era creata anche quell’eccitazione sul set che mi pareva funzionare. Poi c’è quello del primo attacco, quando il leone sbatte contro il finestrino. A quel punto ho iniziato a capire che davvero era sensato per quelle scene lì, perché ti fa sentire lì con loro e quindi ho pensato di ampliare la soluzione il più possibile”.

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Immagino la felicità della produzione….

“Eh sì, c’era un po’ di nervosismo. Sai non è così che si girano i blockbuster di solito, ma io volevo un feeling differente dal solito filmone hollywoodiano. Il genere lo voglio abbracciare in toto ma anche fare un film che sia mio. Ad ogni modo alla fine mi hanno supportato. Erano nervosi ma mi hanno supportato”.

Com’è il tuo rapporto con Hollywood? Alla fine sono 15 anni che lavori lì…

“Mi è andata bene, non mi lamento. Però è anche perché non mi aspetto mai che nessuno faccia qualcosa che non vuole fare e mi tengo lontano dai film troppo grandi. Ad esempio mi avevano offerto Fast & Furious, ma cerco di fare i film dove so di poter avere il controllo. Non mi sono mai messo in una situazioni in cui posso essere obbligato a fare ciò che non voglio. Certo ci sono contrasti comunque ma non sono mai veri problemi. Io poi non tengo tutte le mie uova in un solo paniere e continuo a lavorare anche in Islanda, così so che se mi va male qui torno lì oppure ricomincio a fare l’attore. È una questione di aspettative: non pianifico molto ma procedo per istinto, non voglio scalare nessuna vetta. C’è un film da fare in Africa con i leoni? Sì dai facciamolo!”.

Cioè non scegli sulla base del possibile successo?

“Guarda, dovevo fare Shark – Il primo squalo in realtà, ma un film su uno squalo gigante non mi diceva granchè, i leoni invece mi esaltavano. Cioè mi esaltava l’anatomia del corpo proprio e poi non ne ho visti molti di film con leoni, specialmente fatti come volevo farlo io, con un feeling da film indipendente (a cui contribuiscono soluzioni come i piani sequenza) più che da blockbuster in stile Jurassic Park. Ho pensato che potesse essere sia buono per il pubblico che per me per fare un po’ di regia vera. 

E poi la trama è così essenziale che mi conquista. Alle volte ce n’è davvero bisogno. Ho girato anche serie tv da 8 episodi con molta trama e grandi intrecci, ma questo, che è un film per il cinema, sento che sia proprio rigenerante nella sua essenzialità. Alle volte non è tanto la trama o la storia ma il momento a contare, il luogo in cui stai e la sensazione viscerale che puoi provare. C’è un film russo, Va e vedi di Emil Klimov, che non ha una gran storia, è un ragazzo che si perde e finisce nel caos della guerra, tutto è visto dalla sua prospettiva. È da lì che sono partito”.

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Hai menzionato Jurassic Park e nel film una ragazza ha anche una maglietta di Jurassic Park, cosa che fa un po’ il paio con quello che il film è. C’è molto di quel senso di tensione e minaccia…

“Prendi un qualsiasi pasto, una pasta alla bolognese o una pizza, sono fantastici ma se ci aggiungi un twist è anche meglio. Ecco con il cinema è uguale: non è che devi reinventare la ruota ogni volta. Pensa poi che quella maglietta non ce l’ha imposta la Universal, l’ha tirata fuori la costumista. Che va bene eh, nemmeno abbiamo dovuto pagare i diritti… Ed è ovviamente una strizzata d’occhio al primo Jurassic Park, quello vecchio, quello di Spielberg”.

È impossibile non notare che in tutto il film nessuno parli mai del fatto che i protagonisti sono degli afroamericani che viaggiano in Africa. 

“Pensaci un attimo, quante volte in un film hollywoodiani vedi afroamericani in Africa? Vediamo sempre dei bianchi andare in Africa e incontrare dei neri, invece qui sono dei neri che lì incontrano un bianco. Anche questo è uno di quei twist su un canovaccio noto di cui ti parlavo prima, come pure il fatto che ci sono due figlie quando di solito sono o figli maschi o un maschio e una femmina. Sono le molte piccole cose che per me rendono eccitante il film. E poi ho capito molto tempo fa che se le cose non le dici e non le metti al centro di tutto è meglio. Il primo film, 101 Rejkjavik con Victoria Abril, aveva un personaggio gay, è su lei che si innamora della madre del protagonista, c’è una tematica gay ma non è mai il tema principale. La comunità gay lo abbracciò subito, proprio perché non era un film gay ma la storia comprendeva l’omosessualità. Credo che quando non sottolinei le cose, ma le tratti in modi naturali, vadano bene a tutti, come se fossero parte della vita vera”.

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