È l’estate del 2018 e ci troviamo a Winnipeg, Canada, dove si stanno svolgendo le riprese di The Grudge, film horror soprannaturale prodotto dalla Sony Pictures Entertainment diretto da Nicolas Pesce e interpretato da Andrea Riseborough, Demián Bichir, John Cho, Lin Shaye e Jacki Weaver, il film arriverà nei cinema italiani il 27 febbraio.

Tra un ciak e l’altro, ci viene data la possibilità di intervistare Andrea Riseborough, inglese, classe 1981, protagonista femminile di Oblivion con Tom Cruise nel 2013 e nel 2014 nel cast del pluripremiato Birdman di Alejandro González. Dopo Animali notturni nel 2016, La battaglia dei sessi e Morto Stalin, se ne fa un altro, entrambi nel 2017, ha partecipato anche a film come Burden (di Andrew Heckler) e Mandy (di Panos Cosmatos) e ora è in televisione con ZeroZeroZero.

Cosa ti ha portato ad accettare questa parte?

Il regista, Nick Pesce. Credo che sia stato Nick a dare davvero vita al progetto, l’ho incontrato ed è stato davvero rigenerante. Non volevo fare un film di genere su una donna terrorizzata che scappa da luoghi sinistri per perdersi all’interno di una foresta. Lo so che sono cose che possono piacere a molte persone ma non era quello che volevo fare. E mi è piaciuto molto. Abbiamo parlato tanto. In genere in questo settore per le donne è molto difficile ottenere rispetto, invece quando mi sono seduta con Nick ho avuto l’impressione di essere a un incontro di lavoro piuttosto che a un appuntamento galante, cosa che invece mi era successa in passato. Davvero un ragazzo grandioso, così giovane e con così tanto talento. Mi piace davvero moltissimo lavorare con lui. È decisamente per lui che ho deciso di accettare questa parte.

Nel film interpreti una detective, cosa ci puoi dire di più di lei?

Il mio personaggio si è trasferito in questa piccola città per scappare da una vita difficile e complicata, forse da una dipendenza. Almeno questa è l’idea che mi sono fatta di lei. È una madre single in questa piccola cittadina dove sta cercando tranquillità e pace, ma troverà l’opposto. Verrà totalmente travolta da questa forza potente che non saprei nemmeno come definire.

Nick ti ha parlato di questa forza?
Non ne abbiamo parlato, e questo perché ci siamo capiti subito. Lo hanno capito anche tutte le persone nel film. Credo sia una forza molto umana. È quel buco nero che abbiamo tutti dentro, è andare a scavare in questa parte oscura di tutti noi. L’opposto della speranza.

Sei stata ispirata da personaggi di detective femminili?
Mmmh no, se dovessi trovare un’ispirazione direi Peter Falk, grandissimo attore. Spero che il pubblico si ritrovi nel mio personaggio, un personaggio che ha una vita sua. In genere per questo tipo di ruoli, come avvocati, poliziotti, dottori, difficilmente gli attori fanno scelte estreme sul personaggio perché non viene permesso oppure non vengono scelti attori fisicamente diversi. Quindi mi interessava fare qualcosa di diverso dal solito.

Quali film ti hanno terrorizzato da bambina?
Ce ne sono due, anzi uno, Gli orsetti del cuore 2! Mi hanno dovuto portare fuori del cinema perché ero terrorizzata. Lo giuro! Poi crescendo ho iniziato ad amare moltissimo Kubrick, soprattutto i suoi primi lavori. I suoi film passavano in televisione ed era una cosa fantastica la facilità con cui si poteva accedere ai suoi film per chi come me è cresciuto in periferia. Quello che mi piace di Nick è che è un regista molto visuale ed è anche molto gentile, sta cercando di fare qualcosa di diverso. Ma ha anche un’idea specifica in mente ed è la stessa cosa che amo di Kubrick. Quando vedi uno dei suoi primi film i colori sono ipnotizzanti, da bambina li trovavo veramente interessanti. Crescendo ha iniziato a piacermi anche Hitchcock. Adesso ho sentimenti contrastanti verso di lui.

Perché?
Per il modo in cui trattava gli attori.

Hai guardato il film originale giapponese?
No. Non riesco a guardare film horror. E non guardo nulla di mainstream. Quello che Nick sta facendo è molto interessante perché questo genere è diventato davvero affascinante. Ai registi vengono dati i mezzi per fare un bellissimo film ed è già qualcosa difficile da ottenere. È per questo che i registi di cinema indipendente si stanno spostando verso il cinema di genere, perché è un modo meraviglioso di realizzare quello che hai in mente.

Hai visto il film Babadook?
Sì, con Essie Davis, una mia cara amica. Me la ricordo dai tempi di Miss Fisher, l’ho guardato per anni come una vera fan. È un’attrice meravigliosa.

Prima ci hanno detto che questo film parla di un dramma umano. Come ti approcci a questo tipo di storie?
Con un caffè forte e un paio di occhiali! Come per qualsiasi altra cosa. Da attrice poi inizi studiando Shakespeare e cose simili, dove è tutto basato sulla parola quindi passi ore e ore a capire come dire una battuta di cinque parole mentre qui passi ore e ore a cercare di andare al nocciolo, al suono gutturale. A cercare di andare alla radice della paura, alla radice dell’euforia. È molto difficile e molto liberatorio. Molto liberatorio perché è come recitare in una maniera differente, recitare senza le parole perché gran parte è basato sul visuale, non passi il tempo a intellettualizzare tutte le stronzate, a sezionare le battute, qui il silenzio ha importanza. Credo che quello che rende i film di genere così potenti è il fatto che in quanto esseri umani vogliamo sapere tutto e siamo spaventati da quello che non conosciamo, vogliamo mettere le cose in scompartimenti e sapere cosa sono esattamente.

Hai anche lavorato su ZeroZeroZero di Stefano Sollima, com’è andata l’esperienza?
È stata un’esperienza incredibile, abbiamo appena iniziato, abbiamo iniziato a marzo e gireremo fino a dicembre in giro per il mondo. È stato davvero incredibile, specialmente con la troupe italiana. È stata decisamente una delle mie esperienze preferite. È stato tutto incredibile, Stefano e Gina Gardini sono stati meravigliosi. Erano costantemente spinti dalla creatività. Io parlo un po’ di italiano, molto male quindi non mi metto a parlarlo qui con te, mi metterei in imbarazzo! Ho lavorato in un ristorante italiano quindi conosco un sacco di parolacce, i nomi del cibo e delle forchette, dei coltelli… ma di certo non sono in grado di parlare dei miei sentimenti in italiano.

Hai visto Gomorra? Hai capito un po’ il dialetto napoletano?
Sì, l’ho visto… ma non ho capito nulla.

Anche tanti napoletani hanno letto i sottotitoli.
Lo capisco perfettamente, io vengo da un posto simile, Newcastle. Recentemente ho scritto un film e ho cercato delle case di produzione per questo film che è ambientato a Newcastle ed è stato scritto nel modo in cui si parla lì. Il nostro dialetto è un po’ come quello della Sardegna, come un’altra lingua. Nessun americano lo capisce, beh nemmeno gli inglesi lo capiscono! Ad esempio per dire home diciamo iem. Quindi ho dovuto tradurre tutto. Dunque produzioni come Gomorra mi fanno sentire un po’ a casa.

Essendo di Newcastle, sei cresciuta all’ombra di Sting?
Mia mamma e mia zia Angela lavoravano in una roulotte, erano segretarie per un hotel che era in costruzione. In quel posto lavorava anche l’assistente di Sting, che è finita per diventare la madrina di mia sorella, appunto perché lavorava insieme a mia zia nella roulotte. Quindi la mia conoscenza di Sting all’inizio è stata questa: è il fratello della madrina di mia sorella, ma non abbiamo mai interagito. Una volta però è stato così gentile da darmi dei biglietti per il suo concerto per il mio compleanno. Ricordo che ero estremamente imbarazzata perché indossava dei pantaloni gialli e le dr. Martens nere, e a metà concerto si è tolto la maglietta. Avevo nove anni ed ero con mio padre, ho pensato fosse imbarazzante. Poi quando ho lavorato per La battaglia dei sessi ho lavorato con Mickey Sunmer (figlia di Sting) tutti giorni. La cosa è stata meravigliosa perché ci conosciamo da quando abbiamo sei anni. Comunque credo che tutti a Newcastle vivano all’ombra di Sting!

Quali aspetti di un regista ti attirano?
Mi piace quando i registi sono gentili ma non accettano compromessi. Tutti i registi con cui ho lavorato sono stati così, e le cose per me non funzionano se non lo sono. La cosa peggiore per me è lavorare con registi che non hanno spina dorsale. Ci vogliono tanti soldi per fare un film e ci sono così tante persone che ci lavorano che finire per scendere a compromessi credo sia una perdita di tempo. Credo sia importante avere qualcuno molto gentile ma allo stesso tempo anche molto forte, un capo. Ad esempio ho appena lavorato con Lone Scherfig. Lei sa esattamente cosa vuole. Mi sento molto a mio agio con Nick, mi sento supportata, non ho mai avuto l’impressione che non ci fosse nessuno alla guida del film, che è la cosa peggiore che possa capitare. Anche lui sa esattamente cosa vuole e sa dove vuole andare perché ovviamente è importante essere flessibili come registi, ma se hai una visione è necessario che l’autenticità di quella visione finisca sul grande schermo piuttosto che su una sua versione annacquata. Se così non fosse non avremmo quel capolavoro di Odissea nello Spazio.

Qual è la tua regista donna preferita?
Devo dire che è molto difficile… Lynne Rasmsay, Lynne Ramsay, Lynne Ramsay. Ma mi piace anche Barbara Loden. Spero davvero ci saranno più registe donne in futuro. Quando il film Nancy doveva essere proiettato al Sundance Film Festival la mia casa di produzione era alla ricerca di una regista donna per fare un dibattito a fine proiezione. Abbiamo avuto Vera Jenkins a farlo ed è stata meravigliosa. Ma davvero non riuscivamo a trovare nessuna regista donna perché ce ne sono così poche e quelle poche fortunatamente hanno tutte un lavoro. Spero ce ne siano di più in futuro, e lo spero anche per registi trans e della comunità LGBTQ+.

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