La recensione di Tatami, il nuovo film diretto da Guy Nattiv e Zar Amir Ebrahimi, in arrivo al cinema dal 4 aprile.

Tommie Smith e John Carlos che alzano il pugno guantato di nero sul podio olimpico di Città del Messico ’68, la testa china per timore di una pallottola; la nazionale congolese ai mondiali del 1974 che gioca con la disperazione di chi sa che la propria famiglia è ostaggio della polizia di Mobutu. La purezza dello sport contro la violenza dei regimi l’hanno sempre raccontata meglio i grandi fotografi e cronisti. Tatami è fra i pochissimi film ad avere la stessa forza d’urto di quelle istantanee in bianco e nero, di quelle immagini televisive sgranate. Sotto l’elegante superficie autoriale batte il cuore del più potente e viscerale film sportivo visto di recente al cinema; uno di quelli che capiscono l’intrinseca capacità di sintesi politica del genere, mischiando tensione agonistica e invettiva in un’esemplare parabola umana.

Judo significa “via della cedevolezza”. Ma non...