Dopo aver inaugurato la testata Le Storie con Il boia di Parigi, Paola Barbato ritorna a scrivere per il mensile con un racconto dall’ambientazione e dall’atmosfera molto differente dalla sua storia precedente, come da prerogativa della testata.

Immergiamoci quindi nella Los Angeles di fine anni ’40 per seguire il divo Barry Melville, ricca star di Hollywood che può vantare un persecutore che lo minaccia di morte. Per scoprire l’identità dell’individuo, Barry si rivolge a Douglas Monroe, detective privato con le fattezze di Humprey Bogart… e se questo è l’incipit, il proseguimento non presenta meno stereotipi del genere. Dietro la suggestiva copertina di Aldo Di Gennaro (ispirata al quadro Nighthakws di Edward Hopper) troviamo infatti un racconto hard-boiled degno dei film noir della Hollywood anni ’40. I giochi d’ombre di Giovanni Freghieri, le inquadrature drammatiche e i dialoghi sopra le righe riescono a immergere in quel contesto, ma purtroppo sembra che manchi qualcosa. L’impressione è che l’attenzione principale dell’autrice sia stata riposta nel ricreare quelle atmosfere, nel presentare al lettore situazioni e atteggiamenti già visti in decine di pellicole del genere; nel fare questo è stata però trascurata la trama, soprattutto nella parte centrale dell’albo, con un’indagine a tratti confusa che si fatica a seguire quasi per inerzia.

Fortunatamente però, nell’ultimo quarto del volume, la trama subisce una brusca virata e si concentra sui personaggi, svelando retroscena interessanti e ben narrati di una trama che fino a quel momento appariva piatta e banale. Raccontare il passato di uno dei protagonisti e le esperienze che lo hanno portato a diventare la persona che abbiamo conosciuto nelle pagine precedenti è un modo efficace per dare una svolta alla storia e catturare il lettore, soprattutto visto che è fatto in modo efficace.
Rimane il problema del percorso confuso che ci ha portato a scoprire questo flashback: se è vero che è importante il viaggio in sé e non la meta, allora La Pazienza del Destino si salva solo in parte visto che, a fronte di una conclusione avvincente in grado di  soddisfare il lettore, rimane però il ricordo di un’indagine tra vicoli bui e set cinematografici che ha offerto ben pochi elementi degni di nota.