Fondazione, David Goyer ci racconta la serie TV che non parla del futuro, ma dell’oggi | EXCL

“Finalmente riesco a parlarti, è dai tempi di L’Uomo d’Acciaio che t’inseguo”.

Dall’altro lato della videochiamata Zoom, in California, David Goyer si fa una bella risata dopo aver sentito questa mia dichiarazione “da stalker”. Perché diciamolo chiaramente: amato o criticato, lo sceneggiatore e produttore (e talvolta anche regista), è stato coinvolto in alcune delle produzioni più importanti e discusse degli ultimi anni, dai Batman di Christopher Nolan ai primi due cinecomic DC diretti da Zack Snyder, L’Uomo d’acciaio appunto e Batman v Superman. Progetti che, specie nel caso delle due pellicole di Snyder, hanno avuto una vita alquanto travagliata per le ben note ingerenze degli alti papaveri Warner culminate poi in tutto l’affare Justice League. Ingerenze fatte anche di assurde note di produzione scritte da dirigenti incapaci di capire che Superman, alla fine di Man of Steel, non poteva ritornarsene su Krypton perché il film dedicava giusto quei 20 minuti abbondanti di minutaggio a far vedere un lungo prologo in cui il pianeta natale di Kal-el non faceva una bella fine. E badate bene: non si tratta di un racconto iperbolico, ma di un autentico aneddoto di vita vissuta raccontato proprio da David Goyer in un lungo profilo dedicatogli dall’Hollywood Reporter lo scorso luglio (TUTTI I DETTAGLI).

Questa volta David Goyer ha accettato di supervisionare l’adattamento televisivo di un’opera, Fondazione (GUARDA IL TRAILER ITALIANO), il primo libro del Ciclo delle Fondazioni del leggendario Isaac Asimov per cui, come in passato era accaduto al Signore degli Anelli, Watchmen o, ieri come oggi a Dune di Frank Herbert, veniva generalmente accostato l’attributo “infilmabile”. E non si può certo dire che David Goyer non fosse consapevole dell’infilmabilità di una saga partorita dalla mente di uno dei più grandi scrittori del novecento che è stato capace d’influenzare una pletora di altri artisti, compresi molti registi e creativi di Hollywood e dintorni, tenendosi però a debita distanza dal mondo del cinema (e della TV). È stata la figlia di Asimov, Robyn, a ricordare le parole di suo padre in un editoriale scritto sul San Francisco Chronicle nel 2004 in occasione dell’uscita di Io, Robot, il film di Alex Proyas che tradiva con agilità e nonchalance l’opera omonima:

Il mio non apparire sullo schermo non mi ha mai infastidito. Sono una persona rigorosamente da pagina scritta. Scrivo un materiale che è inteso per la pagina stampata, non per lo schermo, grande o piccolo che sia. Mi è stato proposto innumerevoli volte di scrivere delle sceneggiature per il cinema e la televisione, sia roba originale che adattamenti di miei lavori o di qualcun altro, ma ho sempre rifiutato. A prescindere dai talenti che potrei avere, di sicuro lo scrivere per gli occhi non rientra fra quelli e sono fortunato abbastanza da sapere cosa non posso fare. Ma d’altro canto, se qualcuno dotato di quel talento in materia di scrittura visiva che io non possiedo dovesse adattare una delle mie opere per lo schermo, non mi aspetterei che fosse fedele in maniera letterale alla versione stampata.

E difatti, come avrete modo di vedere voi stessi, Fondazione di David Goyer è un adattamento nel vero senso del termine, che devia dal testo quando necessario e traduce per la TV parte di una saga monumentale in una serie di notevole ambizione produttiva, artistica, ricchissima di significati e incredibilmente stratificata. Un lavoro che a David Goyer era già stato proposto per ben due volte nel corso della sua carriera, quando si trovava intorno alla trentina e poi intorno ai quaranta, ma che ha accettato di sviluppare solo avvicinandosi ai 50. Un approccio che ha convinto anche la poc’anzi citata Robyn Asimov, curatrice degli interessi letterari ed economici dello scrittore scomparso il 6 aprile del 1992.

La chiacchierata con lo showrunner che trovate qua sotto qua sotto, nasce dopo che Apple mi ha permesso di vedere i primi 4 episodi di Fondazione in arrivo oggi su Apple TV+ ed è stata rieditata parzialmente per rendere più scorrevole la lettura. Una chiacchierata che prende il via partendo proprio da un paragone con l’esperienza avuta con la Warner e quella con l’accoppiata Apple e Skydance di David Ellison.

 

Fondazione David Goyer

 

AB: Hai avuto un’esperienza con Warner che è finita per diventare burrascosa, proprio con L’Uomo d’acciaio. Com’è andata con Apple e Skydance? Com’è stato lavorare con loro per una produzione così complessa come Fondazione?

DG: Cominciando dalla Skydance aiuta davvero il fatto che, a capo della compagnia, ci sia una persona come David Ellison che è un vero fan della fantascienza, non è uno che finge di esserlo, ha letto, crescendo, gli stessi libri che ho letto io. Anche mentre lavoravo a Terminator: Destino Oscuro, nelle varie pause, ci ritrovavamo a parlare insieme di sci-fi come due nerd. Per Fondazione è andata che mi trovavo in una stanza a lavorare proprio a Terminator quando David è entrato all’improvviso dicendo “Sono disponibili i diritti di sfruttamento di Fondazione. Ci stai? Vuoi lavorarci?”. Risposi “Oh mio Dio, questa è una domanda tosta, quanto tempo ho per pensarci?”. E lui di nuovo “Hai 24 ore per rifletterci”. Ma fece trascorrere solo 9 ore per poi richiamare e chiedermi “Allora, sei dentro o sei fuori?”. Sai, aiuta davvero quando il capo dello studio per cui lavori è un fan genuino del materiale con cui devi lavorare. Anche alcuni dei produttori Apple dello show sono dei veri estimatori dell’opera di Asimov. Come impresa sono incredibilmente di supporto e sostegno e le loro note di produzione dicevano semplicemente “Rendilo emozionante”. Alla fine della fiera è questo che conta, non sono i giganteschi set, le astronavi, le location in giro per il mondo. Una storia deve essere emozionante e accessibile anche e soprattutto per quelle persone che, magari, non hanno letto il libro o non si considerano propriamente come dei fan della fantascienza. Posso dire che, dal punto di vista del supporto creativo, quella con Skydance e Apple è stata l’esperienza più proficua della mia intera carriera.

AB: Per certi versi, lo show sembra parlare dell’oggi. Tolto il fatto che, dopo Chernobyl, Jared Harris interpreta nuovamente una Casssandra, uno scienziato che cerca di avvisare i politici in merito a un rischio che si sta correndo, pensi che la vera battaglia fra la scienza e certe frange della politica che si è creata in pandemia abbia fornito un ulteriore strato di profondità a Fondazione?

DG: Senza ombra di dubbio. Fondazione doveva, fin dal principio, essere una specie di commento sociale. La verità è che Fondazione non parla tanto del futuro. Parla del presente, dell’oggi. La fantascienza viene usata come strumento metaforico, come strumento d’intrattenimento che esplora le ansie della gente seguendo delle strade più accessibili, che rendono più digeribile la cosa. Si parla di un argomento affrontandolo per la tangente e non per direttissima. Mentre adattavo questo lavoro che Isaac Asimov ha scritto verso la fine degli anni quaranta, all’inizio dei cinquanta, eravamo subito dopo la Seconda Guerra Mondiale… Parlando con la Fondazione Asimov, ho fatto subito presente che non potevo adattare i libri come se stessimo ancora vivendo quegli anni, dovevo parlare dell’oggi, della Brexit, del #MeToo, del cambiamento climatico, dell’ascesa del nazionalismo. Ecco, se c’era una cosa che non pensavo di fare era di parlare di una pandemia che ha colpito la vita di tutti e, difatti, tutto quello che la gente vedrà si basa su degli script che sono stati realizzati prima che accadesse. Sai, ci sono sempre stati degli attriti fra scienza e politica, fra scienza e religione, ma è tutto finito per mettersi sicuramente in una posizione di maggiore rilevanza nei mesi che hanno preceduto la fin delle riprese. Ha assunto dei contorni stranamente preveggenti.

AB: Mentre mi rispondevi, ho pensato al concetto ebraico dell’Arvut che, se inteso in maniera ortodossa, è la regola che impone a ogni singolo ebreo di assicurarsi che tutti gli altri seguano le mitzvót.

DG: Certo, l’essere reciprocamente responsabili dell’osservanza dei precetti.

AB: Però, in maniera più estesa e meno ortodossa, è la regola che suggerisce a ciascuno di noi di prendersi cura non solo del proprio orticello, ma di ogni altro essere umano che ci circonda, a prescindere. E non a caso, la quasi totalità dei supereroi americani sono stati ideati da giovani immigrati ebrei, o da figli di, arrivati in America dall’Europa. In Fondazione, Hari Sheldon fa quello che fa per il bene di tutti. Ti pare un concetto applicabile anche a Fondazione considerato il background di Asimov, ma anche il tuo?

DG: C’è senza ombra di dubbio tutto questo. Penso che, sai, da un lato, la storia è condannata a ripetersi. Mi definirei un ebreo laico oggi come oggi, ma una delle cose che apprezzo davvero della religione è quando ci mette in una posizione conflittuale con Dio, quando ci fa porre a lui delle domande complicate con un approccio da dibattito quasi scientifico, polemico. È il lato della questione che amo di più. Non penso che dovremmo avere paura di litigare con Dio, penso sia il fondamento stesso della natura umana. Sai, in questi ultimi anni, mi pare proprio che il concetto che si è maggiormente

Fondazione David Goyer

David Goyer (Courtesy of Apple)

andato disgregando qua e là per il mondo è proprio quello del “siamo tutti sulla stessa barca”. Quando parli di un futuro ambientato a 25 mila anni da adesso in cui le nazioni non esistono più, la razza Umana, con la U maiuscola non esiste più, mi ritrovo a pensare se quello che così tanta gente ha attraversato durante la Seconda Guerra Mondiale, i sacrifici che sono stati fatti per il bene comune… non so se le persone li rifarebbero oggi. E sicuramente Fondazione è una maniera per parlare di tutto ciò, un modo per renderlo rilevante senza stare a fare un predicozzo noioso.

AB: Proprio a proposito del parlare alle persone, rispetto al libro la figura dell’Imperatore è molto più definita, “numerosa” e anche intimorente. È una maniera per rendere più accessibili la storia e i personaggi?

DG: Sì, assolutamente. La dinastia genetica è uno dei primi concetti sui quali abbiamo cominciato a far gravitare l’adattamento. I libri di Asimov non sono molto descrittivi, si basano più che altro sulle idee. Insieme a Josh Friedman, con cui ho scritto le prime due sceneggiature, mi sono chiesto “Come possiamo fare a far sì che le persone possano vedere dei personaggi in grado di esprimere le idee dei libri?”. Asimov ha creato questo monolitico impero del futuro che vuole far di tutto per resistere al cambiamento e abbiamo cercato di trovare la risposta alla domanda “Quale potrebbe essere la massima espressione narrativa di questa idea? E se ci fosse un individuo che clona costantemente sé stesso, nei secoli dei secoli, imponendo il proprio ego su un’intera galassia?”. Si è trattato di un espediente che è venuto fuori dalla trama stessa nel momento in cui dovevamo rispondere ai quesiti che Asimov poneva nei libri che poi è finito per spalancarci davanti tutta una serie di altre strade da percorrere con la narrazione. Mi è stata data la possibilità di prendere questi Imperatori, che sono a loro modo mostruosi, e di affrontarli anche dal punto di vista del “Cosa significa vivere all’ombra di quest’uomo dal quale, secoli e secoli prima, è partita la dinastia genetica?”. Volevo esplorare le loro insicurezze, la loro disperazione nel voler, in tutto e per tutto, lasciare un’impronta sulla Galassia. Sono delle figure estremamente tragiche che ci hanno traghettato verso tutta una serie di questioni filosofiche interessantissime da esplorare nello show.

AB: A che punto dello sviluppo di Fondazione hai capito che il tempo andava trattato come un vero e proprio personaggio?

DG: Era una delle cose che mi ero ripromesso fin dall’inizio. Ho subito fatto presente ad Apple che non era in alcun modo possibile raccontare questa storia senza fare dei salti temporali. In avanti di decenni, indietro nel tempo di secoli, e poi di nuovo avanti. Ci sono storyline separate da secoli. Non dovevamo fare altro che abbracciare e accogliere questo stile narrativo. Fa parte del viaggio.

AB: Dando per scontato che ci sarà un’altra stagione, avrai modo di andare a toccare anche altri libri di Asimov che s’intrecciano con Fondazione come il Ciclo dei Robot o ci sono problematiche collegate ai diritti?

DG: No, non necessariamente. Ci sono degli elementi degli altri libri di Asimov che possiamo impiegare per Fondazione. Anzi, ho già usato anche un paio di personaggi dei prequel e non c’è dubbio sul fatto che magari, nei prossimi episodi, racconteremo le guerre dei Robot perché i semi vengono già gettati nella Prima Stagione che vogliamo far germogliare, pensa anche solo a Demerzel. Sono davvero emozionato se penso alle possibilità future perché è come se questo primo gruppo di episodi serva per stabilire le regole di base, i personaggi, e poi, in quelle future, assisteremo a tutte le possibili variazioni. Come se si trattasse di un concerto jazz.

AB: Asimov è uno dei padri della fantascienza, ma per un motivo o per l’altro, non è stato quasi mai preso di petto da Hollywood. Che però, nel frattempo, ha creato film, show TV e quant’altro che hanno preso a piene mani da lui. Hai paura di come il pubblico potrebbe finire per accogliere una serie direttamente tratta da Fondazione dopo decenni di opere indirettamente ispirate a?

DG: Una larghissima parte della fantascienza che tutti noi abbiamo visto e amiamo è – sarebbe inutile negarlo – ispirata in larghissima parte a Fondazione o ad Asimov. Ma nei libri di questo scrittore c’è un numero così elevato di idee che non abbiamo mai visto adattate in un altro medium che – e sono sincero nel dirtelo – non ho mai avuto il timore che “Oh mio Dio, ma questa cosa l’abbiamo già vista!”. Sono abbastanza sicuro del fatto che questo show sia qualcosa di veramente unico, qualcosa che, in televisione, non si era davvero ancora visto. Non sono minimamente preoccupato in tal senso.

AB: Hai citato, a inizio intervista, Terminator: Destino Oscuro, un film a cui sono molto legato perché ho trascorso quattro giorni sul set a Budapest, la mia ultima set visit prima che il mondo andasse in tilt. Dopo l’uscita, Tim Miller non ha mai nascosto i dissapori avuti con James Cameron. Cosa ne pensi?

DG: Apprezzo quel film e ho amato il fatto che, grazie a quella pellicola, abbiamo riportato in scena Sarah Connor interpretata da Linda Hamilton. Facevo parte di quel piccolissimo gruppo di persone che è andato a pranzo con lei convincendola in tutti i modi a tornare. Sono davvero orgoglioso. Per quel che mi riguarda, con Jim Cameron è sempre andata benissimo. Lo adoro. È sempre stato uno dei miei eroi, avevamo idee simili sulla storia del film e lavorare insieme a lui è stato uno dei privilegi più grandi della mia carriera. È stata una bella esperienza per me.

AB: Se c’è un film degli anni ’90 che si merita lo status di cult è Dark City, che hai scritto con Alex Proyas e Lem Dobbs. Si discute da anni sul fatto che Matrix abbia in qualche modo copiato da Dark City. Per me sono semplicemente due bei film figli dello stesso zeitgeist. Visto che fra qualche mese uscirà un nuovo Matrix, volevo sapere la tua idea in proposito.

DG: Penso che tu abbia ragione, cioè si tratta di qualcosa che era già nell’aria, nello zeitgeist di quegli anni. Ed è una cosa che avviene spesso, di tanto in tanto. Penso anche che le Wachowski, molto semplicemente, al tempo leggessero gli stessi libri e guardassero le stesse cose che guardavamo anche noi, cosa che ha portato alla nascita di alcuni “crossover estetici” per così dire, condividevamo tutti gli stessi interessi. Ma Dark City, che comincia con un’idea in tutto e per tutto appartenente ad Alex Proyas, era anch’esso una specie di crossover che nasceva da quello che piaceva ad Alex e a me. Penso che i due film possano tranquillamente coesistere, a me va benissimo. Penso che siano entrambi dei film grandiosi.

Quando il rivoluzionario Dr. Hari Seldon predice l’imminente caduta dell’Impero, lui e una banda di fedeli seguaci si avventurano ai confini della galassia per stabilire la Fondazione, nel tentativo di ricostruire e preservare il futuro della civiltà. Infuriati per le affermazioni di Hari, i Cleon – lunga stirpe di imperatori al potere – temono che il loro controllo sulla galassia possa indebolirsi, minato dal pericolo di perdere per sempre la propria eredità.

Con protagonisti i candidati all’Emmy Award Jared Harris e Lee Pace, insieme alle stelle nascenti Lou Llobell e Leah Harvey, questo viaggio monumentale racconta le storie di quattro personaggi-chiave che trascendono lo spazio e il tempo, superando crisi mortali, lealtà mutevoli e relazioni complicate da cui dipende il destino dell’umanità. Nel cast del dramma Apple Original troviamo anche Laura Birn, Terrence Mann, Cassian Bilton e Alfred Enoch.

Dallo showrunner e produttore esecutivo David S. Goyer, Fondazione è prodotto per Apple da Skydance Television with Robyn Asimov, Josh Friedman, Cameron Welsh, David Ellison, Dana Goldberg e Bill Bost sono produttori esecutivi.

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