Chi di voi ricorderà A Quiet Passion, il film del 2016 con cui Terence Davies cristallizzava splendidamente la vicenda biografica della poetessa americana Emily Dickinson, troverà su Apple TV+ una sorta di visione al negativo serializzata in 10 episodi. Contrariamente a quanto visto nel biopic sopracitato, la prima stagione di Dickinson si concentra esclusivamente sulla giovinezza della letterata, e lo fa correndo il rischio di una rilettura in chiave pop che ricorda esperimenti come la Marie Antoinette coppoliana o il più recente Picnic a Hanging Rock.

Nel ruolo della protagonista troviamo Hailee Steinfeld (Il Grinta). Al suo fianco, un padre politico e una madre casalinga, interpretati da Toby Huss e Jane Krakowski, entrambi insofferenti verso le ambizioni accademiche della figlia e intenzionati a maritarla al più presto. Mentre Emily anela ad avere più tempo per esercitare il proprio intelletto sopraffino e si lamenta dell’inutilità delle faccende domestiche, nel suo cuore si fa strada un sentimento insidioso. Alla fine del primo episodio, si ritrova in un triangolo sentimentale quando lo scialbo fratello Austin (Adrian Enscoe) chiede in sposa Sue Gilbert (Ella Hunt), amica d’infanzia con cui Emily ha una relazione amorosa.

L’uso di costumi e scenografie storicamente accurati crea un contrasto immediato e accattivante con i dialoghi, volutamente contemporanei: i personaggi parlano come ragazzi di oggi, apostrofandosi a vicenda con slang e termini gergali che potremmo sentire in una qualsiasi teen comedy. Sebbene questa scelta risulti talvolta forzata, Dickinson sa giocare bene con l’apparente assurdità dei suoi anacronismi: ecco dunque una festa in casa tramutarsi in spirale allucinogena mentre i ragazzi si divertono con gli oppiacei, ingabbiati in una bolla musicale che sembra mutuata da Spotify o Deezer.

Ogni episodio reca il titolo di una una poesia e, quando Steinfeld ci traghetta nelle emozioni e nei desideri più profondi di Emily, la bellezza dei suoi versi diventa dolorosamente chiara. L’unico modo che la protagonista ha di esprimersi veramente è attraverso i suoi componimenti, sapientemente sfruttati nella serie. Vediamo infatti comparire una scrittura dorata sullo schermo mentre Emily compone nella sua testa, e la corrispondenza tra gli accadimenti della stagione e queste citazioni è commovente e sempre efficace.

Le poesie di Emily sono pregne di temi giovanili: fama, popolarità, intensi sbalzi emozionali e, naturalmente, una feticizzazione della morte, nella serie personificata da Wiz Khalifa. L’estrema modernità dei suoi componimenti consente allo show di mantenersi fedele al materiale originale: la modernizzazione coinvolge infatti il modo in cui i personaggi parlano tra loro, ma mantiene intatte le poesie, consentendo alle parole della scrittrice di diventare ancora più accessibili a un pubblico non avvezzo alla letteratura più alta.

In questo senso, Dickinson funziona benissimo e merita tutto il nostro plauso; seppur indulgendo forse troppo in un femminismo ostentato che rischia di scivolare in semplicistica faciloneria, questo primo arco di episodi sembra volerci ricordare passo dopo passo che la sventura di Emily sia stata nascere in un’epoca in tutto e per tutto ostile alla sua indole e alle sue aspirazioni. La morte profetizza che, nel giro di duecento anni, Emily sarà l’unico Dickinson di cui il mondo parlerà, ed è interessante notare come, in questo senso, la grande mietitrice sia connotata come foriera di consolazione, perfettamente in linea con la poetica dell’autrice.

Eppure, la frizzante opera che vediamo scorrere dinnanzi agli occhi poco o nulla ha di lugubre, a dispetto della mesta reclusione che, come sappiamo, caratterizzò quasi tutta la durata della vita di Emily; per ora, la solitudine sembra accompagnarsi sempre al più vitale sprazzo di ribellione, e la pulsione mortifera non è che l’ammiccante contraltare di una giovinezza pulsante in una serie che si dimostra, dall’inizio alla fine, sovraccarica di linfa vitale.

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