Sic transit gloria mundi. Edith utilizza questa frase nel primo episodio della sesta stagione di Downton Abbey per sottolineare la circostanza in cui i Crawley si recano alla residenza di un loro vicino che, per varie motivazioni, si trova a dover vendere i suoi beni e trasferirsi. Arrivato all’ultima stagione, lo show di Julian Fellowes chiude quasi tutte le storyline aperte. Più che di storie con un inizio, uno svolgimento e una conclusione, si tratta di stati d’animo incompiuti, di una realizzazione personale per i personaggi mai completamente raggiunta e che qui invece, in quasi tutti i casi, troverà il giusto compimento. Tutto questo veicolato attraverso sottotrame ora troppo ripetitive, ora troppo costrette dalle maglie della narrazione, ora non sfruttate a dovere. Non i fatti, ma il modo di raccontarli. Tutto questo, per riallacciarci alla citazione iniziale, alle soglie di un mondo che sta cambiando oppure è già cambiato del tutto.

Resiste ancora, dopo tanti anni, quel caldo abbraccio delle campagne dello Yorkshire che abbiamo imparato a conoscere tanto bene. Rimane un piacere tornare nei caldi alloggi della residenza dei Crawley, ritrovare quella familiarità nei modi, nel vestiario, nelle relazioni sociali e soprattutto quei personaggi che abbiamo imparato ad amare. Tutti loro, anche i più antipatici, orgogliosi e altezzosi, e proprio per i loro difetti che li rendono tanto umani. Tra le altre cose, questa è la stagione di Mary, ma anche di Thomas. Per loro come per altri arriva una chiusura. Una chiusura ideale naturalmente, che può soddisfare chi vuole vedere un punto d’arrivo, ma che al tempo stesso sa che la vita va avanti, anche se per canali che non si erano previsti.

È la fine di qualcosa e l’inizio di qualcos’altro. Negli anni la distanza, non solo fisica, tra i lussuosi saloni e le camere da letto da un lato e gli alloggi della servitù dall’altro si è assottigliata. Mai come quest’anno è stata tanto rimarcata l’idea di una grande famiglia allargata, in cui la relazione professionale non esaurisce affatto il legame tra gli individui. Appare normale e scontato che i Crawley si offrano di ospitare il matrimonio di Carson e di Mrs. Hughes, appare ovvio che difendano in prima linea gli interessi di Mrs. Patmore, oppure che Mary si interessi direttamente della salute di Anna. E in tutto questo i Crawley che non devono essere trascinati fuori dal palco, ma che capiscono da soli che qualcosa sta finendo, che il loro stile di vita è retaggio di un passato che è, appunto, passato. Quindi fantasmi di licenziamenti da un lato e apertura al pubblico dei loro locali.

Il grande tema della stagione – probabilmente della serie intera – è questo. Naturalmente ci sono alcune storyline che verrebbe da definire “classiche” per il modo in cui ci hanno accompagnato in questi anni. Con un lampo di scrittura improvviso terminano le vicessitudini giudiziarie dei coniugi Bates. E verrebbe da dire che era ora di riservare un po’ di felicità alla coppia, se non fosse che tutto viene immediatamente oscurato dai problemi di gravidanza di Anna. Negli anni ogni goccia di empatia possibile è stata spremuta dalle sfortunate vicende dei due. Da un lato con successo, dato che è impossibile odiarli e non fare il tifo per loro, dall’altro lato con un certo accanimento quasi compiaciuto.

In questo caso, come in altri, in realtà c’è ben poco di nuovo nella stagione. Tutto è soprattutto prosecuzione e conclusione delle vicende raccontate negli anni precedenti. Quindi il matrimonio tra Carson e Mrs. Hughes, una delle parentesi più riuscite della stagione, la realizzazione di Joseph Molesley – ma nel suo rapporto con Baxter ci aspettiamo ancora qualcosa – e il definitivo cambiamento di Thomas. In quest’ultimo caso da un lato funziona l’empatia che si è riusciti a costruire negli anni con un personaggio inizialmente così negativo, ma gli esiti – tra l’altro molto prevedibili – non sono all’altezza delle aspettative. Stona invece il ritorno di Tom, che dopo tutta la costruzione dell’addio nella stagione precedente appare troppo come un ripensamento di scrittura.

Con un rapido salto arriviamo al finale di stagione. Qui il grande problema è che molto va come deve andare, ma lo fa non per naturale evoluzione dei personaggi, ma perché, si vede, la scrittura e la necessità lo impongono. L’altezzosa, fredda, invidiosa Mary – un personaggio difficile da amare, ma facile da ammirare nel suo rifuggire costante degli stereotipi – alla fine sposa Talbot. Come ci si aspettava, come tutti le suggeriscono di fare, eppure non c’è un momento in cui questa relazione sia stata costruita in modo valido ai nostri occhi. Rimane sospeso il litigio furioso con Edith, con Mary che compie un gesto orribile, non chiede scusa, predispone il proprio lieto fine in fretta e furia pur non meritandoselo.

Fellowes ci chiede in pratica di gioire per una persona con la quale in quel momento siamo ancora arrabbiati (grave errore), e invece riserva la parte del leone, quella della persona matura, a Edith, che nella vita ne avrà anche combinate parecchie, ma mai come stavolta si prende tutta la scena da sola. Non è un caso che l’ultima immagine della stagione e l’ultimo dialogo siano riservate a lei. Tutto questo in attesa della conclusione di quella che nonostante tutto rimane una bella storia. Appuntamento con lo speciale di Natale per l’addio ai Crawley.