C’era molta attesa, e anche un pizzico di preoccupazione, per la quinta stagione di Downton Abbey. La serie inglese che più di tutte – staccando anche Sherlock – negli ultimi anni è stata capace di ridefinire i confini della qualità televisiva, puntando la lente sull’Inghilterra e non permettendoci più di distogliere lo sguardo da quel panorama, ha vacillato. Dopo le tragiche defezioni della terza stagione, alcune causate da improvvisi abbandoni nel cast, qualcosa si è spezzato, e il sottile equilibrio di questo period drama di grandissima eleganza e tecnica è venuto meno. La quarta stagione, sospinta in avanti da una serie di plot device troppo meccanici, quando non già visti, era stata una delusione. Ora, al quinto anno, con una sesta stagione già confermata, la vicenda ha ripreso a funzionare. La perfetta alchimia dei primi anni probabilmente è irrecuperabile, ma Downton Abbey ha ancora qualcosa da offrire.

“There’s nothing simpler than avoiding people you don’t like. Avoiding one’s friends, that’s the real test.”

La pungente ironia di Lady Violet (Maggie Smith) ci riporta nel freddo abbraccio della campagna inglese. Siamo nel 1924, ed è ancora il microuniverso della tenuta della famiglia Crawley che ci accoglie, con le sue battute di caccia immerse nella nebbia del mattino, l’indaffarato aggirarsi della servitù alle prese con la solita mole di lavoro, i ricevimenti nello sfarzo di una ricca sala da pranzo o davanti al calore di un camino. E, come sempre, i cambiamenti in corso, la storia che si fa dietro le quinte, nelle lontante cronache dei giornali – e quest’anno anche nella radio – e che inevitabilmente ha un impatto anche negli equilibri interni alla tenuta. Mai come quest’anno, infatti, verrà sottolineato il clima di chiusura di un’epoca, l’eco della fine di qualcosa scatenatasi con la prima guerra mondiale e che ancora anni dopo lavora nella società.

La quarta stagione di Downton Abbey viveva inevitabilmente di luce riflessa rispetto alle tragedie che avevano scosso la famiglia Crawley l’anno precedente. Era impossibile ignorarle. D’altra parte questo quinto anno, che riparte cronologicamente alcuni mesi dopo lo speciale di Natale dello scorsa stagione, sembra più libero di giocare con i personaggi. Mary (Michelle Dockery) ha superato il lutto ed è ansiosa – lo dice lei stessa – di sposarsi. La sua scelta tra i vari pretendenti la condurrà su una strada diversa rispetto a quella seguita dal suo personaggio finora. La sua personalità gelida e distaccata rimane, ma c’è anche un maggiore desiderio di sperimentare, di avvicinarsi a quei cambiamenti culturali che ormai si avvertono nell’aria, fossero questi un semplice cambio di pettinatura o la voglia di vivere il rapporto con un pretendente in modo diverso rispetto alla tradizione. È questo l’obiettivo di una scrittura che per il resto non sembra aver mai nemmeno tentato di rimpiazzare la storica coppia Mary-Matthew.

Chi non sembra avere scelta dopo gli errori compiuti in passato è Edith (Laura Carmichael). Nel suo caso sembrano essersi ribaltati i ruoli e, proprio la Crawley che si era avvicinata al mondo dell’editoria, che pareva voler seguire la stessa strada di “ribellione” della sorella Sybil rispetto alle convenzioni del suo ruolo, si è trovata quest’anno intrappolata nel tentativo di riallacciare i contatti con la figlia segreta Marigold. Nulla di incoerente con lo sviluppo del personaggio, ma si è trattato di una vicenda praticamente tenuta in stallo per tutta la stagione, solo per essere risolta in un epilogo troppo rassicurante e poco “problematico” rispetto alle premesse. Chi davvero sembra non aver più nulla da offrire alla storia come personaggio è il buon Tom (Allen Leach), tant’è che il suo allontanamento dal nucleo di protagonisti pare una scelta inevitabile.

Funziona meglio allora l’intreccio di situazioni legate alla servitù. La stagione si apre con un comitato cittadino che richiede Carson alla guida della realizzazione di un monumento ai caduti della Grande Guerra. E quella che poteva essere gestita come una parentesi in uno/due episodi in realtà viene spalmata su tutta la stagione allargando le maglie e inglobando in qualche modo anche il conte di Grantham (Hugh Bonneville), Mrs. Patmore (Lesley Nicol) e anche Sarah Bunting (Daisy Lewis), l’insegnante amica di Tom. Intanto la grande problematica legata all’omicidio di Green viene ripresa negli ultimi episodi, e rimandata nella sua conclusione allo speciale di Natale, se non direttamente al prossimo anno: non è una storyline troppo ingombrante quella dei coniugi Bates, ma c’è un grande senso di già visto nelle cronache di questi poveri amanti.

Lo stile, ciò che ha reso grande Downton Abbey, è ancora intatto. C’è il fascino e un interesse ancora integro verso questo universo d’altri tempi, verso questa “Regola del gioco” che si aggrappa ad un passato ormai finito e un futuro ignoto e che spaventa (la scena dell’ascolto alla radio del discorso di re Giorgio V, con relative considerazioni, è illuminante). Dove poi non arrivano le vicende personali dei molti protagonisti, per la maggior parte probabilmente ormai al capolinea delle loro possibiltà narrative, giunge in aiuto l’empatia verso questo mondo un po’ cortese e un po’ ipocrita, un po’ rispettoso e un po’ rassicurante nel suo essere ancora all’oscuro degli orrori che sarebbero arrivati di lì a non molto tempo. La magia della serie di Julian Fellowes non durerà ancora a lungo, ma finché esisterà, sarà un piacere seguire Downton Abbey.