Prende il via senza lode e con qualche infamia l’attesa – più per il forte battage pubblicitario che l’ha accompagnata che per altro – Salem, prima produzione originale del basic cable WGN America. Il drama storico-stregonesco (poco storico e molto stregonesco) si sviluppa nella famigerata città del New England dove, alla fine del XVII secolo, iniziò quella catena di persecuzioni ed esecuzioni sommarie miste a torture nota – con un’accezione che ormai è divenuta praticamente un modo di dire – come “caccia alle streghe”. Nella serie creata da Adam Simon e Brannon Braga il pretesto storico lascia presto spazio ad una totale riscrittura degli eventi, che pone al centro il sovrannaturale e i riti magici e che gioca a più riprese sul banale scandalo visivo piuttosto che scegliere di battere strade più originali. Risultato è un pilot piatto, prevedibile negli svolgimenti, insufficiente nelle interpretazioni.

The Vow, questo il titolo dell’episodio, costruisce gli input necessari alla vicenda nel corso di un lungo prologo ambientato nel 1685, sette anni prima dell’inizio delle persecuzioni. La morale puritana è la giustificazione delle torture e delle umiliazioni subite da un certo Isaac (Iddo Goldberg) e dalla compagna, colpevoli di “atteggiamenti osceni”. In questo clima di terrore la storia d’amore tra Mary (Janet Montgomery) e John Alden (Shane West) non può avere futuro, anche se la donna è incinta di lui. Quando l’uomo parte per la guerra, la donna viene condotta dalla strega Tituba (Ashley Madewke) nei boschi, dove perde il bambino e viene in qualche modo posseduta dalle forze oscure. Quando, dopo sette anni, Alden ritorna nella città, si trova di fronte ad un contesto in parte mutato nel quale – cambiamento maggiore – Mary ha sposato George Sibley, l’uomo più influente della città, artefice delle prime torture negli anni precedenti. In un clima di diffidenza e perdizione, gli eventi sovrannaturali si moltiplicano e la persecuzione ha inizio.

L’elemento più interessante di Salem è l’inserimento della doppia natura del personaggio di Mary, figura apparentemente angelica e santa (fin dal nome), che tuttavia nasconde da molti anni la propria metà oscura. È lei a controllare per vendetta George, ormai ridotto al mutismo, e sarà lei a manovrare i fili della prossima persecuzione delle streghe, muovendo con una mano la presunta giustizia degli uomini, e con l’altra i riti satanici che si compiono nella città e nei dintorni. Uno spunto interessante e originale, che tuttavia fatica ad emergere dal clima di ingenuità e trovate anticlimatiche nel quale annaspa il resto dell’episodio.

La scrittura dell’episodio, firmata dai due creatori della serie, corre lungo le due direttrici dello shock visivo ad ogni costo e della stampella costante dei dialoghi espositivi, raccogliendo il peggio di entrambe. I momenti violenti hanno il sapore del camp e dell’involontariamente ridicolo (mostri brutti e sporchi che mordono al collo, una donna portata in giro con una museruola, o la protagonista che si blocca in gesti improbabili). Tutto ciò senza rinunciare a qualche incursione nell’erotismo spicciolo, fatto di ansimi e di concessioni al nudo gratuito. Che il tema della sensualità e delle pulsioni sia legato alla stigmatizzazione della figura femminile in un clima di rigidità morale è evidente, e che l’horror se ne possa servire è anche giusto (le famose vampire del castello di Dracula), ma quello che abbiamo visto nell’episodio non ci ha convinto.

Per il resto molta, davvero troppa, esposizione verbale, anche inutile data la prevedibilità dei caratteri in scena e l’intreccio non proprio elaborato. Nessuna interpretazione convincente, poco carisma nei caratteri, poco o nulla da apprezzare a livello visivo o scenografico. Insomma, dopo American Horror Story: Coven, sembra che non sia la stagione migliore per le streghe.