The Mandalorian 2×03 “Capitolo 11: L’erede”: la recensione

C’è un eccellente lavoro di sintesi visiva prima che narrativa in The Mandalorian. La capacità di intendere le forme di ciò che è semplice, necessario, funzionale, coerente e di inserirle nel racconto. Questo è un pilastro dell’immaginario di Star Wars, nel momento in cui è rappresentato come fantascienza western in cui nulla è mai davvero nuovo, e tutto è riutilizzo contorto di qualcosa che già esisteva e che deve necessariamente trovare una nuova utilità per chi non può permettersi di buttare nulla. L’erede (The Heiress), terzo episodio della seconda stagione, conferma tutto questo. Oltre ad essere eccellente di suo.

Lo fa recuperando un’idea cardine della trilogia classica. La Razor Crest è malmessa, cadente, un “pezzo di ferraglia” per recuperare una descrizione ricorrente applicata ad un altra nave della saga. Eppure, come la fatica mostruosa del Millennium Falcon dava una concretezza fondamentale alle disavventure nello spazio – l’idea di dare un pugno al pannello di un’astronave per farla funzionare rimane straordinaria – così le condizioni della Razor danno corpo alla ricerca senza sosta di Din Djarin. Qui lo vediamo atterrare con grande fatica e esiti tremendi sul pianeta Trask.

E lo schema si ripete. Sempre uguale – perché The Mandalorian è formulaico e uguale a se stesso – ma sempre memorabile. Quanti atterraggi, quante locande, quante discussioni con una fonte abbiamo visto. Ma quanta passione c’è nel raccontare tutto questo cercando di trarne il meglio ogni volta? Qui su Trask, pianeta abitato da razze “marine” come i Mon Calamari e i Quarren, vediamo una sorta di AT-AT riciclato come gru, o almeno un nuovo utilizzo di quell’idea. Ci sono tubi per versare un pranzo disgustoso, un passaggio che si apre sul ponte di una nave, reti usate per accomodare rottami. Questo è worldbuilding.

E poi c’è la trama. Il riciclo torna anche qui, con nuovi assaggi, gustati o promessi, del Filoniverse. Il protagonista incontra i mandaloriani che stava cercando, e tra questi spicca Bo-Katan (Katee Sackhoff), volto familiare per gli spettatori di Clone Wars e Rebels, nuovo personaggio con cui familiarizzare per gli spettatori di The Mandalorian. Mettendo da parte riferimenti e easter egg, compresa la sua ricerca della Darksaber, anche in questo caso l’incontro con un personaggio deve diventare occasione per una nuova quest slegata al termine della quale sarà possibile sbloccare l’informazione cercata. In questo caso i quattro (gli altri interpreti sono Sasha Banks e Simon Kassianides), devono intercettare una nave degli imperialisti.

Lo scontro è ben coreografato e diretto. La regia di Bryce Dallas Howard gioca sulla profondità dei corridoi e ancora una volta sulla linearità della messa in scena. E se cercate indizi sulla memorabilità della serie, un esempio qui è rappresentato dall’idea – semplice, ma ancora una volta molto buona – di sovrapporre una narrazione parallela allo scontro. In cabina di pilotaggio, un ufficiale interpretato da Titus Welliver (Bosch, Lost) segue passo passo gli eventi, comunica con i sottoposti, contatta Moff Gideon, si uccide per non parlare. E, preso atto dell’invincibilità dei quattro mandaloriani, scopriamo improvvisamente che in realtà è questo il punto di vista interessante. E che anche se non abbiamo alcuno spiegone con retroscena sul personaggio, quel che vediamo basta a dirci tanto di lui e di riflesso dell’Impero che prova a rinascere.

Il colpo di coda è il riferimento ad Ahsoka Tano (Rosario Dawson), prossima tappa nella ricerca infaticabile del Mandaloriano.