The Mosquito Coast: la recensione

The Mosquito Coast è un affare di famiglia, uno dei più costosi e lussuosi che si siano visti in TV negli ultimi anni. La serie di Apple TV+ è tratta da un romanzo del 1981 di Paul Theroux, che oltre a essere uno scrittore è anche zio dell’attore e sceneggiatore (e protagonista dello show) Justin Theroux. Il lavoro di Paul era già stato adattato fedelmente nel 1986 in un film con Harrison Ford, e per questa nuova versione il nipote Justin, che ha lavorato insieme a Neil Cross (Luther) e Tom Bissell (The Disaster Artist, ma anche Gears of War 5), ha voluto tentare una nuova strada, e modernizzare e rendere più attuale l’affascinante e problematico ibrido tra un road trip e Robinson Crusoe che era il romanzo originale. I risultati sono rivedibili, e soprattutto impossibili da giudicare prima di aver visto almeno la seconda stagione, perché più che un adattamento del romanzo, The Mosquito Coast è una sorta di prequel del quale forse non si sentiva il bisogno.

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The Mosquito Coast, la versione cartacea, racconta la storia di Allie Fox, un inventore geniale e un po’ fuori di testa che, disgustato dal consumismo e dalle derive ultracapitaliste di un’America che ha messo il soldo al centro dell’attenzione soppiantando l’essere umano, prende armi e bagagli e si trasferisce con la famiglia in Honduras, dove spera di rifarsi una vita più sincera e lontana dagli eccessi della civiltà. The Mosquito Coast, invece, la serie di Apple TV+, è la storia di Allie Fox, un inventore geniale che ha pestato i piedi al governo americano e vive quindi off the grid insieme alla famiglia, immerso nella paranoia e sempre pronto a levare le tende, cambiare identità e sparire di nuovo non appena viene scoperto. Il primo episodio si apre proprio con il momento in cui quelli che scopriremo presto essere due agenti dell’NSA scoprono la posizione di Allie e si muovono per arrestarlo: con l’aiuto della famiglia (la moglie Margot, la figlia maggiore Dina e suo fratello minore Charlie), Allie fugge verso il Messico e oltre, inseguendo la vaga promessa di un’altrettanto misteriosa entità chiamata Calaca, che li può fare sparire e aiutarli a ricominciare da capo.

Più che un road trip o un survival show, quindi, The Mosquito Coast è un thrillerone, che segue le disavventure della famiglia Fox e delle varie entità più o meno cattive (il governo, ma anche il cartello messicano) che li inseguono e vogliono per un motivo o per l’altro impedire la loro fuga. Thrillerone con molti soldi alle spalle: The Mosquito Coast è la definizione stessa di prestige drama, un prodotto con ambizioni da HBO e sogni cinematografici, pieno di campi lunghissimi su paesaggi mozzafiato e di sequenze d’azione attentamente coreografate (e ce spesso si muovono su due o tre binari paralleli: alla serie piace moltissimo far giocare i suoi personaggi al gatto con il topo), ovviamente una colonna sonora da urlo. Quel genere di serie con un minuto pieno di titoli di testa, che richiede pazienza e voglia di accettare tempi dilatati e lunghe digressioni poetiche – che nove volte su dieci coinvolgono una o più farfalle monarca, per far capire che la stagione parlerà soprattutto del Messico.

 

The Mosquito Coast Justin Theroux

 

E così abbiamo un paio di episodi nel deserto, tra i cadaveri dei migranti che non ce l’hanno fatta; uno ambientato in una villa coloniale che pullula di miliziani armati fino ai denti; un paio tra i vicoli di qualche non meglio specificata città messicana. Ci sono spiagge bianchissime e squallore di periferia e le infinite pianure degli Stati Uniti.

Quello che manca è l’interesse, un motivo per seguire la famiglia Fox che vada al di là del fatto che non si sa di preciso cos’abbiano fatto per venire perseguitati dal governo. In teoria c’è molta attenzione anche alla scrittura dei personaggi: Justin Theroux interpreta un Allie ancora migliore di quello di Harrison Ford, Melissa George è altrettanto straordinaria nei panni di sua moglie Margot, e dei due figli si segnala in particolar modo la quasi esordiente Logan Polish nei panni di Dina; e le prestazioni dell’intera famiglia tengono in piedi lo show e trasmettono quel minimo sindacale di empatia che un gruppo di protagonisti dovrebbe provocare. Ma poi capita sempre che la trama si metta di mezzo, e che tutti i discorsi esistenziali affrontati fin lì vengano messi in soffitta e la famiglia ritorni a essere solo un accessorio per l’azione, non il cuore dello show. Per cui Allie è un genio, tranne quando serve che sia stupido altrimenti la storia si incepperebbe; Dina è un’adolescente ribelle, tranne quando deve obbedire ciecamente al padre e cambia temporaneamente carattere per adattarsi alle esigenze di scrittura.

Anche la scelta di non svelare mai il motivo per cui i Fox vengono inseguiti dal governo funziona solo all’inizio, perché fa da carburante per la paranoia non solo di Allie, ma anche dei figli, ai quali sorge il dubbio che forse i genitori non siano vittime innocenti ma carnefici. Con il passare degli episodi, però, è chiaro che The Mosquito Coast non ha intenzione di dare risposte: tutto quello che ci offre sono briciole, ambigui indizi che potrebbero voler dire tutto e il contrario di tutto e che rendono difficile investire fino in fondo nelle vicende dei Fox. Che devono scappare, certo, ma perché? Una cosa è tenere il pubblico all’oscuro di certi dettagli per ragioni drammaturgiche; ma quando anche i figli chiedono spiegazioni e tutto quello che ottengono sono alzate di spalle e sguardi d’intesa tra i genitori, anche quando non ha più alcun senso tenergli nascosta la verità, un dubbio sale: è possibile che The Mosquito Coast non voglia darci queste risposte perché non sono poi così interessanti, ed è meglio tenerci in sospeso e convincerci che lo siano?

Anche questa è una domanda senza risposta, per la quale dovremo aspettare la seconda stagione, se ci sarà. Per ora, dopo sette episodi passati a guardare The Mosquito Coast apparecchiare la tavola, ci è rimasto solo un grande appetito, e un vago senso di delusione.