In Giovani si diventa, Noah Baumbach fa dire a Ben Stiller, 50enne che di colpo inizia a frequentare dei ventenni molto hipster che lo vedono come un mito: “La loro casa è piena di tutte quelle cose di cui noi ci siamo sbarazzati circa 10 anni fa perché le consideravamo inutili”. È il succo di molto revival e ritorno dell’analogico di questi anni e il commento ideale alla notizia del ritorno in commercio delle cineprese Super 8.

Prima usciranno in versione speciale, limitata e costosissima (tra i 400 e i 750 dollari), poi se avranno successo ed effettivamente torneranno di moda la Kodak le metterà in vendita a prezzi normali per tutti, in una versione prodotta quindi su larga scala. In maniera non diversa da quel che accade per altre marche storiche come le fotocamere analogiche Lomo.

Lo possiamo vedere come un estremo gesto di hipsterismo, come la Kodak che, messa in un angolo dalla fine della pellicola, cerca di riprendere il centro del palco nel mondo dell’audiovisivo, o ancora come un epifenomeno della più grande lotta per la sopravvivenza della pellicola che vede registi come Quentin Tarantino, Christopher Nolan, Paul Thomas Anderson e molti altri girare i loro film su celluloide (per non dire nel formato master da 70mm) in un momento in cui il digitale è la regola.

Per Tarantino, che di tutto questo movimento è il portabandiera più noto, non c’è niente come la pellicola, è il motivo per cui i film si guardano al cinema e non in casa, è ciò a cui è affezionato e quello che per lui dà un senso al fare cinema. Per J.J. Abrams è un “sogno che si avvera” il solo ritorno in commercio del Super 8 (come ricorderete ha girato un film con quel titolo, uno che ruota intorno a quel formato e le possibilità offerte a dei ragazzi da quelle piccole cineprese, quindi è stato interpellato per primo sull’evento) per Christopher Nolan è “estremamente eccitante”.
In realtà, lo sappiamo tutti, le cose rivoluzionarie che la videocamera Super 8 consentiva di fare negli anni ‘60 e poi ancora di più nei ‘70, sono meno di quelle che uno smartphone consente oggi. Allora era la prima volta che chiunque poteva girare (senza audio) immagini in movimento, sviluppare la pellicola e poi proiettarle ad un costo ragionevolmente basso (rispetto all’attrezzatura professionale almeno). Un vistoso passo indietro rispetto al video per tutti dei telefoni e alla condivisione globale con YouTube.

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Quello che però davvero distingue il Super 8 dallo smartphone è la limitazione della pellicola, supporto che dura poco e costa abbastanza. Quel senso di “prezioso”, “raro” e “limitato” è in generale un sentimento che leghiamo a tutte le tecnologie analogiche e sentiamo di avere perso nel passaggio al digitale (mondo nel quale la quantità non è un problema). La musica, come la fotografia e l’audiovisivo, sono passati da una dimensione in cui si può fare poco, ad una in cui chiunque può produrre illimitatamente (o quasi). E si sente il bisogno di avere quella magia della limitazione. Non ha senso logicamente, ma sentimentalmente.
Questo ovviamente non è vero a livelli alti, ai livelli del cinema, lì oltre ai motivi affettivi ce ne sono anche di resa qualitativa, dinamica, pasta e via dicendo, motivazioni puramente visive e tecniche. A livelli bassi, a livelli amatoriali, non ce ne sono invece di buoni motivi per prediligere il Super 8 se non quelli affettivi e di passione retro. Lo stesso la Kodak ci vuole provare e magari sarà anche un successo.

L’impressione tuttavia è sempre di più che il bisogno di ritorno all’analogico non sia dovuto a qualcosa che abbiamo effettivamente perso nel passaggio al digitale o con la smaterializzazione dei supporti. Non è la qualità nè la ricchezza nè la possibilità del formato ad attirare. L’impressione semmai è che ci sia qualcosa che attiri in quelle immagini granulose e dai colori leggermente sbiaditi, qualcosa di affascinante che manca alla tecnologia moderna, qualitativamente molto molto molto oltre il Super 8 e anche foriera di più possibilità di elaborazione dei video e quindi di sfruttamento.
Qualcosa però che non ha a che vedere con il supporto in sè e con le sue possibilità. Perché il Super 8 non solo è meno buono del digitale ma anche meno utile e meno maneggiabile. Non a caso le nuove cineprese Super 8 incorporano alcune caratteristiche “moderne” come uno schermo LCD e slot USB o per card SD, in più Kodak ha annunciato anche un servizio di digitalizzazione delle pellicole Super 8. Cioè chiunque acquisti le nuove cineprese può mandare a loro i rullini e riaverli indietro in formato digitale, in modo che, sembra di capire, possano usarli, condividerli, montarli, caricali online o impiegarli per tutti quegli usi che il digitale ha donato all’audiovisivo amatoriale.

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Quello che realmente spinge molti a provare un senso di fascino e vicinanza riguardo molta tecnologia analogica è il senso di mancanza per qualcosa che non c’è più nè può più tornare, è il desiderio di rientrare nei panni di un’epoca e di un modo di intendere le cose di cui o si sente la nostalgia (se si è vissuto in quegli anni) o che si brama per gusto personale (se non li si è vissuti). Quello che la Kodak mette in commercio con i nuovi Super 8 è la promessa di un’impossibile rincorsa alla nostra memoria di momenti che, per un motivo o per l’altro, ci sembrano migliori nella nostra testa o nelle immagini che vediamo in televisione e al cinema, nelle foto ingiallite e nelle pubblicità. E la voglia di riprendere qualcosa che abbiamo dato per perduto e che quindi, solo ora che sappiamo di non poterlo avere più, desideriamo. È il passato dei nostri simili, il mondo dei nostri genitori, il nostro paese quando ci sembrava migliore o anche solo l’arte quando appariva più sincera e autentica.

È l’immaginario collettivo a cavallo tra anni ‘70 e ‘80 quello che bramiamo, non una piccola cinepresa senza sonoro, dal supporto molto costoso, impossibile da gestire, difficile da montare, complesso (e di nuovo: costoso) da proiettare e infine per nulla condivisibile con nessuno. Di quello, per fortuna, non ne abbiamo bisogno.