[San Sebastián] The Sessions, la recensione
Una grande sceneggiatura e due attori straordinari, per un film divertente e commuovente, non a caso premiato al Sundance...
Quando un film inizia dicendoti che quella che seguirà è la storia di un uomo completamente immobilizzato dal collo in giù, uno che gira per la città sempre e solo sulla sua barella e che ogni tot di secondi deve respirare da un apposito macchinario, tutto ciò che puoi aspettarti è che ci sarà da piangere.
Il regista di The Session è Ben Lewin. E’ un uomo di sessantasei anni con un po’ di pancia, senza capelli e con un sorriso dolcissimo. Cammina aiutandosi con un bastone e la ragione è che anche lui è stato affetto in passato dalla poliomelite. Non nella forma grave di Mark O’Brien, ma abbastanza da capirlo ed entrare in contatto con la sua storia più di tanti altri registi. E’ lui che ha scritto la sceneggiatura di The Sessions basandosi su degli articoli scritti dallo stesso giornalista e facendo varie ricerche personali. Essendo stato prima di tutto una vittima della polio, Lewin non si fa problemi ad essere un politically uncorrect e si prende una serie di libertà davvero godibili, sia in termini di dialoghi che di situazioni.
The Sessions (che ha vinto il Sundance e che è stato presentato al Festival di San Sebastian dove, per l’appunto, abbiamo incontrato Lewin) è un piccolo gioiello di cinema, ricco di battute e di positive riflessioni sulla vita e le sue gioie, uno di quei film che ti fanno uscire dal cinema con la voglia di godersi ogni più piccolo attimo della propria esistenza. John Hawkes nella parte di Mark ed Helen Hunt (che, quasi cinquantenne, non si fa problemi ad apparire integralmente nuda, e anzi è molto affascinante come al solito) sfoderano due straordinarie interpretazioni che sicuramente saranno prese in considerazione ai prossimi Oscar.