L’obiettivo era “vendersi”, lo spiegano gli stessi Coen: “Fu la prima decisione in assoluto che prendemmo riguardo al film: vendersi”. Dopo aver riscosso un buon successo con uno dei noir più essenziali e precisi degli ultimi 30 anni (Blood Simple), Arizona Junior doveva essere il contraltare, il suo opposto logico, secondo una dialettica che da quel momento in poi avrebbe regolato tutta la carriera dei fratelli: qualcosa di durissimo, austero e senza scampo, affiancato a qualcosa di demenziale, grottesco e comico di una comicità quasi violenta per come si getta sui suoi personaggi, aggredendo le loro vite e umiliandoli con il ridicolo. I Coen non ridono mai con i loro personaggi e sempre di loro.

Arizona Junior è insomma il primo atto di quella gigantesca epopea dell’idiozia che Joel e Ethan hanno tracciato in più di 30 anni di attività.
Tutto il cinema comico si fonda sulla stupidità, ma quello dei Coen ha una maniera unica di guardarla, come ad enfatizzare la cretineria, ad esplorare tutte le possibili sfaccettature di una persona scema, quanti danni possa causare a sé e agli altri, quante volte e in quanti modi diversi possa dimostrarsi scemo e, così, affermare l’irrimediabile caos che sono le nostre vite. Perché alla fine quello è sempre il punto: quanto le vite di tutti, tempestate di idioti ad ogni angolo, siano prive di ordine e imprevedibili.

Definito anni dopo come “Un tentativo svergognato e velleitario di realizzare un film commerciale” tutto pieno di bambini adorabili e animato da una coppia in cerca di un frugoletto da amare, disposta anche a rapirne uno da una nidiata di 5 gemelli che dormono insieme come i 7 nani, Arizona Junior è l’unico film dei fratelli Coen a desiderare di essere un cartone animato e quindi a funzionare secondo quello stile. La sua prima regola è l’esagerazione delle facce, delle reazioni e dell’azione, le pose plastiche e la composizione delle inquadrature. La seconda è la geometria degli ambienti e dei movimenti dei personaggi. Due regole che un decennio più tardi sarebbero diventate il marchio di fabbrica di Wes Anderson ma che qui servono scopi completamente diversi.

Presentato a Cannes il film stupì subito tutti per la sua ricercatezza formale. Non solo una fotografia curatissima (di Barry Sonnenfeld, poi diventato regista a sua volta) ma anche una capacità di inglobare le componenti più modaiole del cinema e rivomitarle, parodiarle, usarle per i propri fini con un’eruzione di postmodernismo che nel 1987 era ben lontano dall’essere la regola. Su un piano regolatore che pare concepito ricalcando le Looney Tunes o i corti di Disney i fratelli Coen incastrano tutto il cinema del momento per stimolare associazioni nuove e con quelle fare il loro film.

Il movimento di macchina coniato da Sam Raimi per La Casa, a cui i due avevano fatto da assistenti al montaggio (un carrello in avanti rapidissimo che attraversa gli ambienti per arrivare al volto di un personaggio), le inquadrature attaccate all’asfalto e il guerriero dell’apocalisse che sembra uscito da Mad Max. Tutto contribuisce a dare ad Arizona Junior il sapore di un pasticcione che usa le regole e lo stile del cinema serio per fare della commedia, per sovvertire le regole dimostrando di conoscerle. Per far ridere, quello sì, ma far ridere con il cinema oltre che con le parole. In questo senso una sparatoria può essere l’assurda parodia del cinema violento, dell’ossessione per il possesso delle armi nel sud degli Stati Uniti, anche solo alzando il volume degli spari e dando ad ogni singolo personaggio in scena, non importa quanto marginale, un’arma. Come potrebbe accadere a Bugs Bunny.

Per raggiungere simili standard non ci può essere spazio per la contrattazione: “Ho imparato quanto possa essere difficile accettare la visione di un altro artista” racconta spesso Nicolas Cage riguardo quel film. I Coen non concordano niente, non discutono con gli attori, i Coen, già al secondo film, chiedono di eseguire e basta. Cage era al primo ruolo importante in un film e, come avrebbe fatto anche dopo, era sempre pieno di idee e proposte per il personaggio, di dettagli, tic, aggiunte o abbigliamenti specifici, praticamente nulla fu accettato dai fratelli che avevano già molto chiaro come il loro film sarebbe dovuto essere. Anche perché se vuoi girare tutto quel che si vede in Arizona Junior con 5 milioni di dollari (dell’epoca) devi prepararlo alla perfezione per sprecare quanto meno tempo è possibile. Una cosa Cage però ce l’ha fatta ad aggiungerla (primo atto di una florida tradizione tricologica dell’attore): i capelli sparati del suo Hi.

Nicolas Cage, Holly Hunter e John Goodman, la storia passata, presente e futuro del cinema dei Coen è tutta presente in quel film. I personaggi di Arizona Junior sono marginali in ogni senso, sembrano vivere in un mondo di Tim Burton dove contano solo due cose: meschinità e colori pastello, la solarità esteriore che maschera l’oscurità interiore. La maniera più chiara per rigettare il mondo in cui si ambientano le proprie storie, professare lo schifo e il disprezzo per gli stili di vita più inquadrati. Gli stessi Hi e Ed, amanti del deserto con un nido d’amore che è una roulotte, sono ladri di bambini, disposti a tutto, lontani dai protagonisti educati delle commedie. Educati con la Bibbia (è geniale come questo dettaglio emerga più che altro dalla maniera in cui parlano, dall’uso di parole, frasi e idiomi che stonano con l’ignoranza di fondo e svelano la provenienza dalle letture sacre) ma genitori incapaci di figliare, i protagonisti vivono le crisi postmatrimoniali di ogni altra commedia secondo regole possibili solo nei film dei Coen. Il senso d’oppressione, la voglia di libertà, il confronto con le coppie soddisfatte, la ricerca di un lavoro stabile, tutto è deformato in questo film-cartone, pieno di capigliature astruse e costumi sgargianti, in cui si può essere sbalzati fuori da una macchina da una frenata senza però farsi niente.

Ma con un colpo d’ala ancor più audace i fratelli inseriscono nella loro girandola di rapimenti e riscatti (che tornerà in Il Grande Lebowski) una componente quasi divina. È l’incubo di Hi che si materializza, l’uomo nero, il guerriero dell’apocalisse che corre prendendosela “con le creature indifese” (“It’s a hard world for little things” dirà ad un certo punto Hi citando La Morte Corre Sul Fiume). È in buona sostanza, e nelle parole dello stesso Hi, la personificazione del dolore della madre di Nathan Jr. quando si sarebbe accorta della sparizione. Come in un film di Lynch quest’uomo nero, lurido, violento e meschino, nasce da un misfatto e dal dolore che ne consegue, prende forma ed invade il film portandosi appresso il suo carico di negatività. E nasce per andare a punire i responsabili, nasce per perseguire, a partire dai sogni, Hi.
Eppure anche questo guerriero terribile non manca di aderire alle regole dei cartoni e prende a pugni Hi finendo nelle pose di Braccio di Ferro, entra nei bagni con la moto e sembra disegnato più che interpretato.

Oscillando così tra Disney, Lynch, George Miller e Sam Raimi ma soprattutto affermando per la prima volta che la firma “fratelli Coen” non significa solo noir brutale ma qualcosa di più grande, la capacità di dimostrare che gli intrecci delle trame del cinema non sono capaci di raccontare la complessità delle relazioni che il caso intavola nella vita vera e soprattutto non riescono a restituirne il ridicolo, Arizona Junior 30 anni fa introduceva a tutti il vero mondo dei Coen.