Il Festival di Venezia si è appena concluso e, oltre al celebrato The Shape of Water che si è aggiudicato il Leone d’Oro, sono parecchi i titoli presentati in laguna di cui il pubblico sentirà parlare nel prossimo futuro. Tra di essi spicca Mektoub, My Love: Canto Uno (leggi la recensione), primo atto di una (eventuale) trilogia firmata dal maestro Abdellatif Kechiche, già controverso autore di La Vita di Adèle (premiato a Cannes con la Palma d’Oro nel 2013).

Il regista franco-tunisino si è avvalso del talento di un giovane direttore della fotografia italiano, Marco Graziaplena, che ha saputo tradurre in immagini la parabola di esuberante giovinezza che il film si propone di raccontare. Abbiamo avuto la possibilità di rivolgergli qualche domanda, per comprendere meglio cosa significhi curare la fotografia di un’opera imponente come Mektoub, My Love: Canto Uno.

Un film come Mektoub, My Love: Canto Primo è un’opera di regia impressionante, in cui l’impegno del reparto fotografia è ben intuibile. Cosa puoi dirci sulle riprese? Quanto margine di scelta avevate e che direttive davi agli operatori?
Il film è una grande danza collettiva, a cui tutti i reparti dovevano partecipare per potere filmare questo spettacolo naturale senza mai disturbarlo. L’intuizione è stata la dote fondamentale, unita a un’estrema discrezione nei confronti di ciò che si stava riprendendo. Ci è voluto un po’ di tempo per creare sintonia tra gli operatori di macchina, dato che nessuno mai prima si era trovato in una situazione del genere. Una volta trovate le nostre misure tutto è diventato naturalissimo.

Grandi scene di massa come quella in discoteca o quella al mare sembrano frutto di una lavorazione complessa. Sono state date indicazioni agli attori su come muoversi o è stata lasciata loro una totale libertà di movimento?
La libertà è stata fondamentale per gli attori, è un principio base della lavorazione. Il compito difficile per noi è stato quello di prevedere cosa potesse succedere ed organizzarci per essere costantemente pronti in qualsiasi evenienza. In realtà le spiagge e la discoteca sono stati meno problematici del previsto: lo spazio in cui ci si poteva spostare era piuttosto ristretto e la luce costante. Credo le location più difficili a livello tecnico siano state le scene di notte nel quartiere, in cui ci si spostava per un intero isolato, e le scene nella fattoria dove vi erano moltissimi cambiamenti di luce e di diaframma.

Mektoub, My Love pullula di riprese di corpi, nudi o seminudi, e di pelle imperlata di sudore. Come ci si approccia a un tipo di ripresa così carnale? Quanta importanza hanno i dettagli del corpo spesso inquadrati (glutei, cosce, ombelichi)?
Il dettaglio è fondamentale nel film. Il film vive sui dettagli che nessuno nota, a cui non si fa attenzione. Kechiche durante la color curava moltissimo il colore degli occhi, la luce nei capelli piuttosto che la coerenza cromatica o di contrasto. Ho capito il perché solo vedendo il film a Venezia. Questo, secondo me, non è un film sul corpo ma sugli sguardi, sugli occhi: il corpo viene subito dopo. Per quanto riguarda la tecnica, il corpo può essere ripreso ugualmente con lenti larghe o con lenti strette. La lente larga permette di avvicinarsi di più fisicamente e di percepire maggiore intimità.

 

Mektoub, My Love

Quanta e quale pianificazione era necessaria per il tuo reparto e quanta importanza aveva, invece, affidarsi a qualcosa che si manifestasse del tutto inatteso?
Scherzando, dicevamo tra noi di fare la guerriglia: la facevamo al modo di fare cinema che abbiamo sempre fatto, alle nostre sicurezze. Eravamo nascosti, leggerissimi, in attesa che succedesse qualcosa. Quando quel qualcosa succedeva era rapidissimo e bisognava coglierlo, oppure sarebbe stato uno spreco enorme. Ci voleva attenzione massima e costante per tutta la durata del take, per carpire le sfumature, le sensazioni, i dettagli. Ho avuto la fortuna di avere alcuni operatori di macchina italiani e francesi che hanno accettato di mettersi in gioco: tra gli italiani, Michel Franco è stato con me dall’inizio alla fine. Gli altri che si sono avvicendati, dato che le riprese sono state lunghe, sono Claudio Cofrancesco, Simone D’Onofrio, Bruno Fundarò e Gianni Chiarini. Claudio di professione è direttore della fotografia, ma era talmente incuriosito dal progetto che ha voluto far parte della squadra comunque per qualche settimana.

La luce è importantissima fin dalle citazioni sacre iniziali. Ci sono svariati momenti girati al tramonto; c’è anche la sequenza del parto della pecora, che si svolge in assenza di luce diurna. Avevate dei momenti del giorno specifici per ogni scena?
Kechiche conosce perfettamente il linguaggio cinematografico: lo costruisce e lo disfa a suo piacimento. Ma per distruggere bisogna sapere costruire. Sa perfettamente l’ora esatta in cui deve avvenire qualcosa. A volte prendeva tempo e poi si metteva a correre nel momento esatto in cui c’era quel raggio di luce che serviva, quella condizione sfuggente che è Mektoub. Il tramonto è appunto un momento passeggero che bisogna sapere aspettare e cogliere con attenzione massima. Abbiamo atteso il parto dell’agnello tutto il pomeriggio, ma poi si è verificato di notte. Preziosissimo è stato il contributo del colorist Andrea Maguolo, che con gusto e perseveranza è riuscito nell’impresa di armonizzare tutto il film.

Quanto tempo ha richiesto la grande scena della discoteca?
La discoteca era una scena che consideravamo difficile sin dall’inizio delle riprese. Fortunatamente l’abbiamo girata in ultimo e dunque conoscevamo tutti a memoria il modo in cui dovevamo girare. Bastavano sguardi per capirci, per sapere chi dovesse fare cosa. La ripresa in sé è stata molto più breve di quanto si possa immaginare.

Ci sono riferimenti visivi (pittorici, filmici o altro) che tu e il regista avete tenuto a mente nel creare il mondo di Mektoub, My Love?
Farà sorridere, ma no. Non abbiamo mai parlato di questo. Abbiamo lungamente parlato di tecnica pura in dettaglio (addirittura del peso e dell’ingombro massimo che dovevano avere le telecamere). Kechiche mi ha fatto capire cosa voleva, e ho provato diverse soluzioni. Essendo una persona molto intelligente e di estremo intuito, ha subito capito quale fosse la strada migliore da prendere.

 

Mektoub, My Love

Nella tua esperienza come direttore della fotografia, cosa significa aver lavorato fianco a fianco con un maestro universalmente riconosciuto del cinema contemporaneo come Kechiche? Come è arrivata questa opportunità?
Siamo stati messi in contatto dal produttore associato del film, Riccardo Marchegiani. È stata una esperienza assolutamente indimenticabile, arrivata in un momento ben preciso. Nonostante quello che è stato fatto tecnicamente su questo film credo sia piuttosto unico, è a livello umano che ho più appreso. Ho sempre fatto lavori complessi, pesanti fotograficamente. Questo film mi ha insegnato che per arrivare all’essenza non c’è bisogno assolutamente di nulla. Meno cose ti porti appresso, più facilmente puoi arrivare. A che serve avere la giusta ottica, la giusta luce, se per farlo hai impedito a un attore di esprimersi? E vi è anche una concezione del tempo che è alterata: in che modo ha più senso passare il tuo tempo, se non aspettando costantemente questa cosa sfuggente che devi riuscire a catturare?

Hai preso parte a Mektoub, My Love: Canto Due? Se sì, puoi dirci qualcosa sul tuo lavoro in questo secondo capitolo? Avrà le stesse atmosfere assolate mostrate in Canto Uno?
Su questo purtroppo io stesso non so nulla!

C’è uno sguardo innamorato dietro la ripresa dei bellissimi, diversi corpi femminili che popolano il film; nei confronti del protagonista Amin, invece, vige un rigore a suo modo casto, che predilige inquadrature del volto e una quasi totale assenza della sua fisicità. È stata una scelta concordata o una fortunata corrispondenza tra materiale narrativo e gusto estetico?
Questa penso sia una grande qualità del regista, l’istinto fuori dal normale con cui riesce a scegliere i suoi personaggi. Ha cercato a lungo questo ruolo, poi vedendo Shain ha detto: è lui. Credo coesistano entrambe le cose: è una scelta concordata ma contemporaneamente una corrispondenza fortunata.

Come direttore della fotografia, c’è una scena di Mektoub, My Love: Canto Uno che porti nel cuore al di sopra delle altre?
Tutte le scene sono importanti per me e me le porto dentro tutte. Da un punto di vista prettamente tecnico e professionale, la scena che comincia con “come si dice ti amo in arabo?” è quella di cui sono più contento. La sfida era lasciare la massima libertà agli attori in uno spazio relativamente piccolo, ma avendo costantemente tutti i primi piani e i campi larghi di tutti gli attori nello stesso piano sequenza. Dunque, gli operatori di macchina rischiavano di inquadrarsi costantemente. Dopo qualche prova, non riuscivamo a venirne a capo e stavamo per gettare la spugna. All’ultimo take, miracolosamente, ci riesce questo balletto che permette agli attori di recitare costantemente, senza inutili interruzioni per cambiare valore o asse di ripresa. Alla fine ci siamo guardati tra tutto il reparto, ed è stato veramente incredibile: non credo che questa tecnica di ripresa sia mai stata usata fino ad adesso.