È rarissimo che il cinema americano non usi veri attori, ma gente presa “dalla strada” o, per essere più corretti, persone con un vissuto che giustifica l’interpretazione per cui sono pagati.

Ancor più raro che lo faccia un meticoloso professionista della regia geometrica come Kubrick. Che uno così abbia scelto di mettersi su un set un non professionista come Ronald Lee Ermey, vero istruttore dei marines, e che abbia delegato a lui parte della creatività del suo film ha dello stupefacente e racconta bene quanto conti questo tipo di vissuto in un film.

Certo, il sistema statunitense rimane comunque più inquadrato di quello europeo, e Ermey aveva dietro di sé una piccola carriera di ruoli molto simili tra loro. Era stato consulente tecnico per Coppola sul set di Apocalypse Now! e aveva anche interpretato un pilota di elicotteri (non propriamente “recitare” ma conta come credit) e tra il ‘79 e l’87 aveva lavorato in quel limbo che esiste tra il caratterista e la comparsa. Era insomma già qualcuno che poteva vantare una minuscola “carriera”.

 

 

Con un passato in aviazione e poi per l’appunto come vero istruttore dei marines, fu preso anche sul set di Full Metal Jacket per fare da consulente tecnico, tuttavia dopo aver realizzato una specie di provino in cui insulta le comparse, Kubrick lo volle per il ruolo del sergente istruttore dandogli l’inedita (per Kubrick) libertà di scrivere i propri dialoghi. Con quel ruolo sarà addirittura nominato ad un Golden Globe e da quel momento preso solo per parti simili. Una notabile eccezione è stata la parte nel remake di Non Aprite Quella Porta.

Un regista che rompeva le scatole a tutti, che voleva l’ultima parola su tutto, che era meticoloso e scrupoloso su ogni dettaglio appalta una cosa centrale come i dialoghi ad un non professionista.
La ragione di tutto ciò sta in una grande verità del cinema che molti attori faticano a comprendere, ovvero che faccia e corpo contano almeno quanto talento e capacità sul grande schermo, che qualcuno il cui volto è stato segnato dal tipo di vita e dal tipo di lavoro fatto, qualcuno in grado di trasferire quell’esperienza e di mettere se stesso nella parte, in certe condizioni può essere molto più funzionale e utile di un buon attore che diventa un personaggio. Non è sempre vero, né si può applicare a tutti i ruoli (sarebbe difficile con il Joker), ma è una grande costante del cinema inventata già prima della guerra (la teorizzava Ėjzenštejn!), istituzionalizzata dal cinema italiano della liberazione e poi lentamente adottata da tutti, perfino ad Hollywood.

 

 

Ermey quindi non può essere effettivamente definito un attore, la sua recitazione non aveva uno stile o un carattere definito, non c’erano dei tratti distintivi in lui. La cosa che ha sempre colpito era l’istintiva energia che sapeva portare e come poteva rapportarsi con la macchina da presa in maniera naturale, nonostante non fosse un professionista. Di lui e dei suoi dialoghi in Full Metal Jacket (il film in cui è stato messo in condizione di realizzare la performance più completa e calamitante della sua carriera) stupisce ancora il ritmo, la musicalità dell’insulto, la potenza, la fissità e la rigidità di tutto il corpo. Nonostante non sia un attore Ermey è interessantissimo da guardare e Kubrick sembra tremendamente affascinato dalle sue pose, dalle sue movenze, come corre, come canta tanti auguri a Gesù bambino e come punta il dito.

Ronald Lee Ermey apparteneva alla schiera dei Danny Trejo, persone e volti di cui il cinema ha un bisogno costante, che anche in un film di finzione consentono quell’operazione pazzesca che è trovare quel dettaglio reale (una faccia segnata da una vita fuori dal comune) che sarebbe impossibile creare artificialmente e che, inserito in un contesto di finzione, paradossalmente sembra più finto del finto, la parte più cinematografica in assoluto.