A pochi giorni dall’esordio in un numero limitato di sale – avvenuto in contemporanea all’uscita su Netflix il 12 settembre – Sulla Mia Pelle sta continuando a raccogliere consensi, che si vanno ad aggiungere al plauso conquistato in occasione della sua presentazione all’ultimo Festival di Venezia nella sezione Orizzonti. Proprio a Venezia abbiamo incontrato il regista Alessio Cremonini, che ci ha parlato in dettaglio della poetica adottata per raccontare con la massima onestà cinematografica il calvario di Stefano Cucchi. Ecco la nostra intervista.

Parlando di Stefano Cucchi, il rischio di scadere nella retorica era molto alto. Come hai lavorato per mantenere uno sguardo lucido e onesto sulla vicenda, mettendo anche in luce aspetti scomodi della figura di Stefano?

È la famiglia che è stata onesta prima di tutto, quindi non potevamo certo essere noi a barare. I genitori e Ilaria, nonché l’avvocato Fabio Anselmo, quando sono rientrati per la prima volta nella casa di Stefano dopo un mese dalla morte – cosa non facile, come ci ricorda La Stanza del Figlio dove c’era Jasmine [Trinca] – hanno trovato un chilo e mezzo di hashish e un etto e venti, o un etto e trenta, di cocaina. Sinceramente, io forse avrei buttato quella roba per cercare di onorare malamente la memoria di un figlio o di una figlia. Loro, invece, non hanno avuto paura; questo perché la richiesta che fanno i Cucchi e che dovrebbe fare qualsiasi cittadino è di avere giustizia, quindi per primi si sono posti il problema di non essere loro a compiere un atto contro la giustizia. Di fatto, hanno denunciato il figlio morto. In linea con questa scelta, nel fare Sulla Mia Pelle abbiamo cercato di dire tutta la verità con onestà e, se vogliamo, con un certo spirito francescano.

Lo stile registico che hai adottato è molto asciutto, non si concede mai vezzi visivi e si concentra per lo più sui volti degli attori.

Personalmente, avevo tanti gioielli: cito Jasmine e Alessandro [Borghi, ndr], il gioiello più grande che porta il carico spaventoso di una vicenda atroce e quello, ancora più atroce, di entrare nel corpo di una persona che sta morendo. A quel punto, mi sono chiesto: con tutto questo materiale prezioso a disposizione, che gioielliere sarò? Un gioielliere non dico bravo ma quantomeno avveduto cerca di mettere poco metallo attorno alle proprie gemme, cercando di farle risaltare. Questa è stata la scelta che ho fatto per Sulla Mia Pelle, una regia molto semplice, essenziale, spesso con macchina fissa. A volte, quando le inquadrature sono più larghe, sembra quasi più vicina grazie al magnetismo di Alessandro; hai l’impressione di stargli addosso anche quando la macchina da presa si trova oltre le sbarre. Recita come fanno i grandi attori americani. Voglio elogiare anche Jasmine, che portava il peso di una figura che conosciamo tutti [Ilaria Cucchi, sorella di Stefano, ndr] nel bene e nel male, ognuno può pensare ciò che vuole. Io ne penso molte cose buone, ovviamente, soprattutto da cittadino. Jasmine si è fatta carico del peso di una vicenda che, per Ilaria, era meramente privata in quel momento, col punto di vista di una sorella preoccupata soprattutto della possibilità che il fratello fosse ricaduto nel consumo di eroina. Di certo, nessuna famiglia che crede nello Stato poteva pensare che quello stesso Stato fosse così distratto da non accorgersi che quel cittadino, che aveva sbagliato sicuramente, non era caduto dalle scale e quindi andava protetto. Protetto anche da se stesso, dai suoi errori, poiché tutti ne commettiamo. Ne ha commessi anche Stefano, ma di sicuro è stato picchiato da qualcuno nei quattro, cinque luoghi statali in cui è transitato, in cui c’erano persone – non divise, camici o uniformi, ma persone che in quel momento li indossavano. Non stiamo puntando il dito contro nessuna istituzione, lasciamo che lo faccia la giustizia. Sperando che, prima o poi, la giustizia entri nelle aule di tribunale.

Alessio Cremonini © Andrea Francesco Berni

Alessio Cremonini © Andrea Francesco Berni

Nella sobrietà assoluta di Sulla Mia Pelle c’è un momento in cui Stefano versa una lacrima. Alessandro Borghi ci ha rivelato come quella lacrima non fosse programmata; nel film sono presenti altri momenti casuali di questo tipo o ti sei strettamente attenuto alla sceneggiatura?

Ci sono stati moltissimi momenti di quel tipo. Lo sa bene chi ha lavorato con me, Alessandro e Jasmine in primis, ma anche Matteo Cocco, un direttore della fotografia straordinario, la montatrice Chiara Vullo: i film sono opere collettive. Il regista, se ha fortuna e un po’ di bravura, può essere al massimo un bravo direttore d’orchestra che aiuta tanti bravissimi primi violini. È un raccoglitore di buone idee, e Alessandro ha avuto centinaia di buone idee. Sarei stato stupido a non tenerle in considerazione. È come trovare cento euro per terra: se non passa nessuno a reclamarli, è stupido lasciarli lì. In questo senso, ho avuto un sacco di banconote da cento euro da tante persone diverse, e da Alessandro ho avuto milioni di euro. Abbiamo cambiato idea spesso, a volte le mie intuizioni sono piaciute a lui, abbiamo giocato a ping pong; bisogna essere sempre aperti quando si cerca di essere creativi. Il mio lavoro mi impone di essere il primo spettatore del mio film, quindi sono stato anche il primo spettatore dello Stefano di Alessandro, col dovere di scegliere i ciak cambiando anche idea. Tornando alla lacrima, all’inizio ero dubbioso, perché ho sempre paura della tendenza che abbiamo noi italiani a perderci nel melodramma, quindi mi sono chiesto “cosa avrebbe fatto un regista nordeuropeo?”; tra l’altro, io sono per metà tedesco. In questo caso, però, aveva ragione Alessandro, e infatti quella lacrima è assolutamente giusta.

Il taglio rigoroso e quasi documentaristico del film, a partire dalla precisa scansione temporale, trova un’eccezione nella figura di Marco, un personaggio “invisibile” con cui Stefano si rapporta nella seconda metà del film. È basata su testimonianze reali?

No, è una speranza. Il reparto di medicina protetta era pieno, quindi probabilmente Stefano ha avuto dei vicini. Non ci sono testimonianze in questo senso, ma era una speranza importante per me. Non riuscivo a pensare che questo ragazzo non avesse potuto parlare con nessuno, con l’angoscia di non poter vedere i familiari; sembra l’Antigone, per certi versi, ed è una tragedia shakespeariana a tutti gli effetti, con la cappa del destino che distrugge l’uomo. Tuttavia, non potevamo introdurre una figura sulla cui esistenza non avevamo prove. Sulla Mia Pelle è basato su fonti certe, attestate e poi trasposte secondo modalità cinematografiche; quindi, non ce la sentivamo di dire una bugia. Siamo rimasti nel mezzo: forse Marco c’è stato, forse no. Forse era la coscienza di Stefano, uno strano grillo parlante che lo invitava a sistemare le cose rimaste in sospeso. C’è anche un’altra scena che ha un che di onirico, quella in cui Stefano condivide la cella con degli albanesi, o anche quando parla per la prima volta con Marco e il suo letto è come se si ribaltasse. In quelle sporadiche occasioni, ci siamo concessi di uscire da questo metodo di studio severo, calvinista, quasi da entomologo.

Come ha reagito la famiglia alla visione di Sulla Mia Pelle?

La famiglia intesa come Ilaria l’ha visto, come pure l’avvocato Fabio Anselmo che ormai fa parte del nucleo familiare, così come di altre famiglie che difende. I genitori non l’hanno visto; non erano presenti in sala e credo che sia davvero complicato vedere sullo schermo la morte di tuo figlio, che è davvero la peggiore delle sventure. Ancora peggio, vederlo stravolto nel momento del riconoscimento. Non so se, al loro posto, avrei il coraggio di vedere il film. Spero solo che non gli faccia troppo male. Comunque, a Ilaria è piaciuto molto, e ha detto ad Alessandro che le ricordava moltissimo il fratello.

Alle persone che già hanno emesso un giudizio nei confronti di Sulla Mia Pelle senza neppure averlo visto, cosa vorresti dire?

Io ho avuto la fortuna di lavorare con Ettore Scola; parecchi anni fa uscì un film di Scorsese, L’ultima tentazione di Cristo, e ricordo che gli appartenenti a un certo tipo di Chiesa – lo dico da credente – criticavano la pellicola. Dicevano, “è un abominio”, cose del genere. Ricordo che Ettore disse ironicamente, “io non l’ho visto, e trovo che sia bellissimo”. Già giudicare è piuttosto complicato, quindi prima di giudicare converrebbe vedere. Questo è un paese libero, e speriamo che lo rimanga per molto tempo ancora; ognuno può dire ciò che vuole, anche mandandoci al diavolo. Ce ne faremo una ragione. Sulla Mia Pelle può piacere o non piacere, l’importante è vedere il film, in modo da avere le armi per criticarlo.

 

 

Alessio Cremonini © Andrea Francesco Berni

Alessio Cremonini © Andrea Francesco Berni