Se si dovesse sottrarre tutto a Un Mercoledì Da Leoni, spogliarlo fino a far rimanere i singoli dettagli che lo rendono quel che è, questi allora sarebbero la descrizione della fine di un’era e dei suoi signori e la maniera in cui le storie individuali sembrano gigantesche per chi le sta vivendo e suonano invece piccine per tutti gli altri.

Attraverso questa lente Milius guarda il passaggio all’età adulta di alcuni ventenni che con il surf rimangono ragazzi mentre il mondo è in guerra. Si credono giganti, gli altri li vedono come personaggi marginali fin dalla prima scena in cui non fanno che ripetere “Non è un barbone! Lui è Matt Johnson!” come se fosse impossibile non riconoscere qualcuno che è vivo solo quando sta in acqua.

Arrivato due anni dopo Rocky come film sportivo era già vecchio, tarato su standard da inizio della New Hollywood, su un racconto che relega il gesto sportivo in un angolo invece di farne il perno del cambiamento personale. In Un Mercoledì Da Leoni, il surf è bellissimo e molto rappresentato ma anche pretestuoso, non lo avessero praticato i tre protagonisti sarebbero stati lo stesso amici, sarebbero lo stesso partiti per il Vietnam e avrebbero lo stesso vissuto come hanno fatto. Lo sport dà loro un certo tipo di carattere, un fascino esotico e una pratica comune, ma il praticarlo, come lo praticano o con quale intensità lo fanno non cambia la loro vita.

John Milius infatti voleva semplicemente raccontare il mondo in cui era cresciuto, quello del surf degli anni ‘60, quando lo sport stava nascendo e iniziava ad avere i suoi astri. Voleva il suo American Graffiti, il suo vintage movie pieno di nostalgia ma anche di conoscenza, un romanzo di formazione molto ben camuffato da cinema sportivo. I produttori invece volevano qualcosa più vicino ad Animal House (che nello stesso anno fece sfaceli al box office). Per non rischiare nemmeno per un istante di somigliare al film di Landis, Milius ha girato un dramma intimo in Cinemascope, un’epica personale di tre ragazzi, raccontata con il passo di Il Gattopardo, come se dal loro destino dovesse dipendere quello del paese.

La sceneggiatura fu scritta assieme a Danny Aaberg, giornalista e surfista, anche lui ai tempi di Milius, che aveva scritto un articolo per una rivista di surf proprio riguardo quelle storie. E siccome tutto quel che c’è nel film “è accaduto a me o a qualcuno che conoscevo” (dice Milius) andò ad intervistare tutti quelli che conosceva e le star del surf dell’epoca, tra cui Lance Carson. Un anno è stata in lavorazione la sceneggiatura, un lungo anno per tirare fuori un film larghissimo in cui entra ogni cosa, in cui ogni singolo evento, dalla meno riuscita sortita in Messico alla perfetta parte sulla visita militare, ha il respiro dell’impresa.
Forse anche per questo quando l’impresa arriverà, nel finale, il sapore non è più quello di un bagno in mare pericoloso, ma della grande epopea umana, come se tutto il mondo stesse guardando cosa accade su quell’onda.

Eppure, a guardar bene il film oggi, la parte cruciale è un’altra, più breve, passeggera e meno roboante.

È quando, passati degli anni, Matt Johnson (interpretato da Jan-Michael Vincent) è seduto in un locale e non sembra più in armonia con il resto del paesaggio umano intorno a sé, se la prende con i camerieri ed è stanco. Finirà in un documentario sul surf ma con grande amarezza la parte che lo riguarda durerà pochissimo, finita quella se ne andrà dalla proiezione amareggiato e pieno di vergogna davanti alla famiglia.
C’è stata tutta un’era in cui il surf era qualcosa di confinato nelle spiagge della California, viveva di mitologie locali e persone comuni che vivevano assieme alle altre erano considerate dei giganti. Ma è durato poco e come tutto è finito, lasciando solo cadaveri dietro di sé e persone che devono continuare a vivere nonostante siano rimaste lì, a quegli anni.

L’aristocrazia di Il Gattopardo non è diversa, disperata all’idea di essere condannata ad un declino sia formale sia effettivo per il cambio del paese e l’arrivo della borghesia. Come i surfisti non hanno più il potere nelle loro mani e qualcun altro glielo sta sottraendo, qualcuno di più adatti agli anni che arrivano. Siamo alla fine di un’era come scandisce la voce fuoricampo che di volta in volta indica in che anno siamo partendo dalle grandi mareggiate, un’epoca che non può più tornare e lascia scheletri al suo passaggio, oppure le rovine da cui scendono i tre per l’ultima onda, re di un’epoca finita. Diventare adulti significa abbandonare il mondo del surf e tutta la seconda parte, dal ritorno di Jack Barlowe dal Vietnam, è contaminata da un’amarezza commovente che solo una volpe della scrittura come Milius può piazzare lì, così da dare senso al ritorno di fiamma del finale.

Il film fu un clamoroso insuccesso, incassò poco e fu levato dalle sale subito, in piena coerenza con l’aria mesta che racconta, ma contrariamente alle previsioni degli amici Spielberg e Lucas, così fiduciosi del successo del film da scambiare quote di questo film con quote dei loro successivi (Incontri Ravvicinati Del Terzo Tipo e Guerre Stellari) nel peggior affare di sempre. La critica non fu così unanimemente schierata da salvarlo e ci vollero almeno una decina d’anni perché gli fosse attribuito lo statuto che merita.
Ci volle che la patina di film sportivo sparisse con il tempo e potesse emergere la sua anima eterna, quella dei rapporti tra uomini, quella che fa sì che Jack Barlowe, ancora in divisa, con i baffi e gli occhiali da sole, appena tornato dal Vietnam vada prima in spiaggia dagli amici, a petto sulla tavola, nuotando con le onde in faccia, e solo poi dalla donna che aveva lasciato. Uno degli stacchi di montaggio più importanti per la formazione morale ed etica di qualsiasi uomo abbia amato questo film.

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