Con gli Spiriti non ebbe più da fare; ma se ne rifece con gli uomini. E di lui fu sempre detto che non c’era uomo al mondo che sapesse così bene festeggiare il Natale. Così lo stesso si dica di noi, di tutti noi e di ciascuno! E così, come Tiny Tim diceva: “Dio ci protegga tutti e ci benedica”.

 

Probabilmente parleremo ancora, il prossimo anno, di A Christmas Carol.

Il film di Robert Zemeckis debuttava infatti nei cinema, a seconda dei vari mercati, fra l’inizio di novembre e l’inizio di dicembre del 2009. Non è quindi da escludersi un bello speciale per i dieci anni, ma se ne riparlerà, forse, a tempo debito.

Già, il tempo.

Una parola e un concetto che, quando si parla di un regista come il papà di Back to the Future, non può quasi mai essere messo da parte.

Un elemento narrativo importantissimo nel Canto dickensiano, che non poteva non attirare Zemeckis.

E che, nonostante la presenza dei famosi tre spettri – quello del Natale Passato, del Natale Presente e del Natale Futuro – non non è neanche il solo ingrediente che gli interessa in questo adattamento della carola natalizia di Charles Dickens vista la profondità intrinseca della storia. Un’opera che, sotto l’inevitabile lieto fine fatto di benedizioni diffuse e tacchini arrosto “belli grossi”, utilizza le sue cinque parti per lanciare delle pesantissime accuse verso il sostanziale disinteresse delle autorità inglesi del tempo, la metà del diciannovesimo secolo, verso la nuova povertà creata dalla rivoluzione industriale e i mutamenti sociali, urbanistici che stava creando.

“- Spirito! son figli tuoi? – potette appena domandare Scrooge. Sono figli dell’Uomo – rispose lo Spirito chinando gli occhi a guardarli. – E a me s’attaccano, accusando i padri loro. Questo bambino è l’Ignoranza. Questa bambina è la Miseria. Guàrdati da tutti e due, da tutta la loro discendenza”.

Parole, quelle dello Spirito del Natale Presente che, ieri come oggi, pesano come dei macigni.

Il tutto condito da un evidente amore verso il racconto gotico, tanto che A Christmas Carol può tranquillamente essere definito come un dramma spiritico in cinque atti (e se non l’avete mai letto, vi consiglio caldamente la raccolta di storie di fantasmi di Dickens intitolata “Da Leggersi all’Imbrunire” pubblicata in Italia da Einaudi, una fulgida gemma nel ricco panorama delle ghost stories inglesi).

In mano a un filmmaker di razza come Robert Zemeckis sono spezie che non rischiano di venire dosate in maniera sproporzionata.

D’altronde parliamo di chi ha diretto Le Verità Nascoste, di chi ha prodotto Sospesi nel Tempo di nostro papà Peter Jackson, di colui che con la sua Dark Castle Entertainment ha concepito alcuni divertenti remake dei cult di William Castle, di colui che, insieme a un certo Spielberg, ha voluto il mai troppo celebrato Monster House.

 

Una scena più terrificante di un horror di James Wan… Buon Natale!

 

Certo, la sua creatura dedicata al cinema digitale con scheletro umano, la ImageMovers Digital, ha avuto un destino infausto, ha toccato lo zenith artistico e tecnologico proprio con questo film per poi cadere negli abissi di Mars Needs Moms, 39 milioni di incasso contro 150 di budget, ma sono anche alcuni noti fallimenti a rendere Zemeckis un gigante. Uno di quei registi che può permettersi, anche fallendo di seguire e perseguire una propria visione del cinema.

E proprio perché Zemeckis è Zemeckis in A Christmas Carol ci sono tutte le sue ossessioni – tempo, tecnologia e gusto per lo spavento – che non sono necessariamente così… Disneyane e natalizie. Un film che si apre sul volto grigio del socio ormai defunto di Ebenezer Scrooge, che non risparmia di fare leva sulla spettacolarità della messa in scena quando Jacob Marley torna, catene al seguito, a far visita all’ex partner, incutendo a lui e allo spettatore tutto il timore necessario, anche grazie a un sound design magistrale. Un film che trova un momento di “pausa” solo nello struggente segmento dei Natali Passati per poi tornare alla carica con la teatrale, irruenta e spaventosa morte dello Spirito del Natale Presente (dove a farla da padrona è una gigantesca pendola che farebbe venire gli incubi anche e soprattutto a Marty McFly) e con i mortiferi orrori a venire dello Spirito del Natale Futuro è, almeno in apparenza, una pellicola ben poco “family friendly” e conciliante (da cui, forse, il risultato soddisfacente, ma non esaltante, avuto al botteghino).

Ma che per la raffinatezza con cui Zemeckis plasma, fonde insieme tutte le qualità dell’immortale opera dickensiana con le sue ossessioni di autore cinematografico, può e deve essere riscoperta.

E non c’è periodo migliore di questo per farlo.

 

 

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