L’ottavo secolo avanti Cristo di Matteo Rovere si trovava poco fuori Roma, una distanza colmabile con un pulmino, poco meno di un’oretta fuori dal raccordo anulare in cui trovare un grande spiazzo, boschi e natura più o meno incontaminati.

O almeno che lo sembrino.

Ad accoglierci appena arriviamo è una prima cintura di camion con costumi e attrezzatura, superato quel primo strato ce n’è un secondo fatto di troupe e tecnici, poi arriva il fango, molto fango. È una zona quasi paludosa, un grande spazio delimitato dall’inizio di un bosco prima del cui inizio è stato costruito un villaggetto primitivo di baracche e capanne.

Quando siamo arrivati sul set (ad Ottobre 2017) non sapevamo praticamente niente di questo film, nemmeno che la data di uscita sarebbe stata fissata a 15 mesi dopo per via del lavoro di postproduzione. Era noto che si trattava della storia di Romolo e Remo, anche per questo l’impatto con quello che si presenta come un set a metà tra l’accampamento Dothraki di Il Trono di Spade e i luoghi di La Guerra del Fuoco di Annaud è stato subito potente.

Il set di Il Primo Re non somigliava agli altri set.

Prima di tutto per dimensioni e vastità dello sfondo, poi per composizione umana.

Contrariamente a qualsiasi set italiano infatti l’impressione era che ci fossero tanti truccatori quanti attori (ed era pieno di attori), che ognuno fosse continuamente intento a ritoccare, aggiustare, tenere fedele una ferita finta, un dente spaccato o uno straccio bagnato.

Il mondo di Il Primo Re sembra effettivamente l’epoca dell’uomo primitivo, oggi lo sappiamo bene perché abbiamo visto le prime foto dal set e il primo trailer, ma all’epoca era una sorpresa. In questo villaggio di cui non c’è stato detto niente (che scena è? chi c’è qui? cosa sta succedendo? cosa recitano ora gli attori?) ci sono capanne, baracche e gabbie di legno dentro le quale alcune comparse sporche di fango, con capelli lunghi incolti, barbe lerce e pochi stracci a vestirli parzialmente parlano di come configurare l’iPhone 8 nelle lunghe pause della lavorazione.

 

Foto di Fabio Lovino

Entrano gli attori protagonisti della scena. Riconoscere Borghi, sulla carta l’unico volto noto, è difficilissimo un po’ perché è irriconoscibile un po’ perché con quei capelli e quelle barbe sì somigliano tutti, è lì uguale agli altri incatenati come lui, solo la direzione di Matteo Rovere farà capire quale, tra i molti, sia l’attore al centro della scena. Borghi, assieme ad altri come lui, sono stati fatti prigionieri (sembra di capire), un po’ come avviene nella parte centrale di Apocalypto, con meno foga forse ma con il medesimo grado di tensione, di certo c’è qualcuno che soggioga qualcun altro con angherie e nessuna parola. Uno degli incatenati è tirato fuori dal gruppo e, spostato a forza brutalmente, cade. STOP. Va rifatta, non è caduto proprio bene come doveva.

Tirato fuori dal gruppo, e spostato a forza brutalmente, cade. STOP. Va rifatta. Questa volta Rovere esce dalla tendina in cui ha tutti i monitor con i quali controlla le varie inquadrature per andare accanto agli attori e rivolgersi direttamente a Borghi, che per noi è solo un altro dei molti capelloni con l’aria di qualcuno a cui hanno violentato la madre (che è praticamente il mood di tutti gli attori e quindi personaggi, sul set). Parlottano e si capisce che il punto è lo sguardo che Borghi ha su questa scena, la maniera in cui guarda non era quella corretta.
Dunque: tirato fuori dal gruppo uno dei personaggi, e spostato a forza brutalmente, cade. STOP. Va rifatta. Questa volta sono le guardie che devono avere un’altra intensità (in effetti un po’ si erano rilassate e non avevano più la cattiveria del primo ciak).
Tirato fuori dal gruppo, e spostato a forza brutalmente, cade. STOP. Buona. Si prepara la prossima e fa capolino da un’altra tenda Daniele Ciprì, anche lui seguiva la scena da monitor a parte.

 

Foto di Fabio Lovino

Ciprì è una star controvoglia (perché il suo carattere è tutt’altro e a vederlo si direbbe di avere davanti più un grande artigiano locale che un genio della fotografia), uno dei direttori della fotografia più importanti d’Italia, senz’altro il più sorprendente e quello che sceglie i progetti più assurdi, difficili e spiazzanti. Qui ha accettato l’idea di girare con sola luce naturale tutte le parti di giorno, niente fari, faretti, illuminazioni e trucchi di sorta, solo la luce del sole (quando c’è). Come l’artigiano che sembra non fosse per la tipica sahariana da direttore della fotografia, inforca gli occhiali e sopra ci mette degli altri occhiali per regolare un’inquadratura , si copre la testa con un panno per poter guardare al buio uno schermo come fosse una macchina fotografica dei primi ‘900 e finito di guardare dà indicazioni.

Una scena è finita e un’altra va girata, in mezzo c’è quello che agli occhi di una persona che non appartiene al set pare caos puro. Ma caos vero.
C’è la parte belga della troupe (a co-produrre c’è una società del Belgio, Gapbusters) in felpa e ciabatte sul fango, una cosa intollerabile solo a vederla, senza contare la tipica temperatura da campagna romana nel pomeriggio ormai inoltrato di Ottobre, quando il sole inizia a fare sempre meno effetto. Poi ci sono gli animali che vagano, nell’ordine: vacche, oche, una scrofa (di cui la troupe va molto fiera per ragioni che ci sfuggono), cavalli ovviamente, e ancora pecore, un asino, una capra bianca e da qualche parte un cervo “Ma non un cervo normale” ci viene detto da Andrea Paris produttore del film (assieme allo stesso Rovere con la loro Groenlandia) “un cervo d’epoca” o meglio un cervo che viene dalla Romania, perché appartiene ad una razza che era presente nel settimo secolo. Il cervo per comparire un minuto sullo schermo deve stare qua 7 giorni: “Una follia” dice ridendo soddisfatto. Intanto Borghi ancora non si è capito bene quale sia degli attori gruppo, sono troppo lontani.

In questo trionfo di fango in cui nessuna scarpa pare adatta ad un certo punto compare Riccardo Tozzi. Lui è il presidente di Cattleya, la società di produzione italiana che più e meglio ha sperimentato nel campo del ritorno di un cinema e una serialità di genere (basti dire che sono quelli di Romanzo Criminale e Gomorra ma hanno fatto anche molto altro). Lui è qui in visita. Mocassino scamosciato, pantalone bianco immacolato e golfino sulle spalle legato sul davanti. Occhiale da sole d’ordinanza. Nel caos, nel fumo, nel disastro ben acchittato di questo set si muove sul fango e accanto alle scrofe con uno sguardo soddisfatto, non c’entra niente con questo progetto, è solo un ospite ma palesemente gli piace proprio quello che vede.

 

Foto di Fabio Lovino

Il tempo è poco però perché la luce naturale se ne sta andando, Ciprì è pronto e Rovere chiude in fretta i convenevoli con Tozzi, c’è da riprendere una bambina che mangia un osso. E qui si fa interessante.
Perché siamo arrivati con molti dubbi su quanto questo film voglia andare giù duro, quanto voglia essere cattivo, quanto non voglia fare sconti o quanto invece non finirà con l’ammorbidire tutto all’italiana: “Lo sai chi è il villain del film?” aveva chiesto Rovere in una piccola pausa della lavorazione e si era risposto da solo “È Dio”. Se dicessi che questo dettaglio non aveva suscitato un moto di fomento interiore mentirei. Il senso è che i due fratelli del ben noto mito si battono contro un destino inevitabile che già conosciamo come se forze più grandi di loro li obbligassero ad arrivare al tragico epilogo quando loro vogliono tutt’altro.

La discussione però ora è tutta su questa bambina con quest’osso. Come lo mastica? Lei è una biondina con gli occhi chiari, qualcuno gioca con lei per tenerla impegnata mentre vengono prese le ultime decisioni, è facile immaginare si tratti di un’inquadratura di contorno ma a giudicare dall’impegno potrebbe essere anche di più. Perché le inquadrature di contorno, i fegatelli, li sta in realtà girando una seconda unità dislocata nella parte più lontana del villaggio. Sono 2-3 ragazzi con una videocamera che si muovono ai margini del set, lontanissimo da noi, e lo fanno facendo attenzione a non stare nello sfondo delle inquadrature della prima troupe e badando bene che questa non finisca nello sfondo delle loro di inquadrature. Filmano da vicino delle ossa piccoline appese ad un ramo come fossero uno scacciapensieri o un acchiappasogni, filmano un recinto di oche, filmano una comparsa addormentata su un tronco, filmano del fumo uscire da un buco e filmano la scrofa ovviamente: “Oh Mattè” dicono tornando soddisfattissimi e sporchissimi di fango “Devi vedè che numeri la scrofa!”.

La scrofa è evidentemente la beniamina di tutti e io ancora non ho capito quale personaggio interpreta Alessandro Borghi.

 

Foto di Fabio Lovino

La soluzione più ovvia pare essere che Borghi interpreti Romolo, il fondatore di Roma, il primo re del titolo “Invece no” mi corregge Roverelui è Remo”. A questo punto si apre un oceano di possibilità narrative, vuol dire che questa non è la storia della fondazione di Roma, questa è la storia di un re vista dal fratello che ha dovuto soccombere? “Eh più o meno” non si sbilancia chiaramente, sembra di capire che ha detto già più di quello che era previsto dicesse a più di un anno dall’uscita in sala. A questo punto è ancora più evidente il perché sia Dio il cattivo del film, se tutto è dal punto di vista del fratello che soccombe.

La bambina intanto mastica l’osso come le era stato detto di fare, guarda qualcosa fuoricampo (chissà cosa) e il trucco sporco le mette in evidenza gli occhioni azzurri mentre la macchina del fumo fa gli straordinari. C’è così tanto fumo in questo set che viene davvero da credere a Matteo Rovere quando dice che i punti di riferimento per il tono del film sono Valhalla Rising e The Revenant, quindi un film di violenza, cattiveria e sopraffazione? “Esatto”. Sembra tutto molto artigianale e invece la postproduzione digitale del film è stata lunghissima, molto più di qualsiasi standard italiano, all’epoca la cosa già era chiara: “Solo per la scena dell’esondazione del Tevere ci vorrà tantissimo” dice Rovere e non aggiunge altro. Forse un atto divino, forse l’attacco del film, forse una scena che coinvolge i fratelli nella quale la narrazione viene portata avanti. Non è chiaro.

Sono tutte informazioni eccitanti e sarebbero state delle notizione se non fosse per quell’altro dettaglio che Rovere stava per sganciare, il più clamoroso di tutti e che adesso, un anno dopo, è già ampiamente noto.
Dopo un’oretta e passa sul set ancora nessun attore aveva detto una battuta e vedendo la bellezza della ricostruzione, la sua brutalità primitiva e la sua precisione una domanda sorgeva spontanea: “Qui avete un problema. Questi attori così ben truccati, così primitivi nel cinema di oggi, negli anni delle lingue inventate apposta e della fedeltà, non è più accettabile che parlino italiano, come fate?” la risposta come ormai noto era all’epoca quella meno probabile di tutte: “Eh sì infatti” fa Rovere, con un sorriso che tradisce il fatto di sapere che sta per dire qualcosa di clamoroso “guarda in realtà la questione è semplice loro parlano la loro lingua: il protolatino o latino pre-arcaico”. Cinque secondi di silenzio. “Sul serio? Cioè tutto il film è in protolatino sottotitolato? Borghi parla protolatino dall’inizio alla fine??”, l’incredulità era comprensibile: “Eh sì, ma comunque non ti credere eh, non è che poi si parli così tanto in questo film…”.

 

Foto di Fabio Lovino

Finalmente vedo Alessandro Borghi da vicino. Il trucco è impressionante. Non è possibile dire come verrà alla fine, cioè quale sarà la resa su schermo ma dal vivo è fortissimo. Le ferite (non poche) sembrano vere, i denti sembrano davvero distrutti e così tutto lo sporco, non sembra finto. Al trucco e alle protesi lavora infatti Andrea Leanza, italiano con un curriculum di tutto rispetto, ha lavorato a World War Z, Il racconto dei racconti, Suspiria, Grand Budapest Hotel, Resident Evil e Dracula Untold. Il team è composto da 12 persone addette alle protesi, altri 3 che completano il team e una 20ina di aggiunti. È da Giugno (4 mesi prima di quella giornata) che lavora a denti finti, escoriazioni, braccia da amputare o già amputate (a seconda degli usi), spade trafitte, sangue che zampilla, addirittura ad un certo punto per dei fegatelli servono mosche e ci pensa lui. Sparge dello zucchero, si attende qualche minuto e ci sono tutte le mosche che servono.

Il sole sta tramontando. Significa la fine di una giornata di lavoro con luce naturale, come tipico dei set in mezzo secondo se ne sono andati tutti e tutto è smontato. Il villaggio è vuoto e fa freddo, gli animali vengono rimessi a posto (comicamente proprio la scrofa è accompagnata per ultima), gli attori scomparsi, solo Matteo Rovere rimane lì a vedere le ultime cose. Con Smetto Quando Voglio ha messo a segno un colpo da gran produttore, con Veloce Come Il Vento ha dato una sterzata forte alla sua carriera da regista che era iniziata con film più in linea con quel che il cinema italiano ha sempre proposto al pubblico e chiesto agli autori, ora con Il Primo Re decide di giocare in campo internazionale. Questa è una storia italiana ma non connotata, è una storia di uomini primitivi che può appartenere a tutti giocata su questioni universali (due fratelli, un destino, il potere), un film parlato in protolatino non ha una lingua di fatto, dunque non appartiene a nessuno e già ai distributori internazionali l’idea piace moltissimo.
Non è il primo progetto italiano pensato in questa maniera, su standard internazionali e non nazionali ed è ormai evidente che non sarà l’ultimo. Non è ancora chiaro come sarà Il Primo Re, se all’altezza delle aspettative oppure no, se pieno di difetti o perfetto, di fatto l’impressione è che una parte della partita sia già vinta, quella contro la mentalità difensivista del cinema italiano.