A Cannes aveva preso il premio della giuria (ma molto si era mormorato riguardo al fatto che fosse in gara per la Palma d’Oro poi andata a Un affare di famiglia) e ora arriva in Italia Cafarnao – Caos e miracoli, il terzo film da regista di Nadine Labaki e il più duro e complicato da girare.

Girato nelle vere baraccopoli in cui è ambientato, centrato su protagonisti bambini che non sono attori ma veri rifugiati senza niente, e determinato a raccontare la loro storia con un piccolo intreccio (il bambino protagonista vuole fare causa ai propri genitori) e moltissimo occhio alle miserie, il film ha generato reazioni contrapposte.

Se la giuria del festival ne è rimasta incantata, tanto da conferirgli un premio, c’è chi l’ha biasimato di aver sguazzato nella povertà riprendendola da un punto di vista privilegiato. Accuse che Nadine Labaki sente da almeno un anno e sulle quali scatta subito quando la incontriamo:

Come si racconta una storia del genere senza sfruttare la presenza di bambini?

NADINE LABAKI: “Sfruttare in che senso?”

Nel senso che i bambini al cinema sono una materia sensibile, specie se in condizioni disagiate come quelli di Cafarnao, il rischio dietro l’angolo è di sconfinare nel ricatto emotivo.

NL: “Dici ‘ricatto emotivo’? Perché?”

Perché hai un bambino come questo, così espressivo, in una situazione difficile. Il rischio di ricatto emotivo sta nel non sconfinare in quel territorio in cui sfrutti tutta questa situazione per commuovere lo spettatore. Ma se invece lei ritiene che nel filmare una storia simile in realtà non ci siano rischi simili mi pare ancora più interessante…

NL: “No, non credo ci siano. È la mia natura e il mio status di madre a darmi la giusta angolazione e il giusto approccio. Questo film è stato fatto per aiutare questa situazione, per creare una certa consapevolezza ed è stato fatto per il mio paese, il Libano, dove queste cose avvengono in luoghi nascosti. Tutti sanno che esistono, li vedono ma non li guardano davvero. Allora io volevo umanizzare queste persone. Quando abbiamo iniziato sapevamo che Zain, il bambino, vive davvero quella situazione, è un rifugiato siriano che vive in libano da tanto tempo in condizioni terribili. Aveva 12 anni quando abbiamo iniziato a girare e non sapeva scrivere il proprio nome, era in pericolo tutto il giorno. Per lui il set era un posto sicuro in cui stare con persone che tengono a lui. Quando sei in strada tutto il giorno ci possono essere risse e confronti violentissimi. Sopravvivere agli abusi o alla gente che ti maltratta non è scontato. Certo so anche che nel fare un film si mente sempre ma lui era conscio di essere una delle voci del film, sapeva di stare collaborando, non gli abbiamo imposto niente, non aveva battute da memorizzare e poi recitare”.

Che intende per “collaborare”?

NL: “Ad esempio quando Zain lava le mutande della sorella e le ricorda dell’amica che dopo aver avuto il ciclo è stata chiusa in casa dai genitori fino a che non è venuto “quel maiale” a prenderla, parlava di una vera persona che ha conosciuto e ha vissuto quel che diceva. Oppure quando chiama in tv dal telefono e dice che la vita è uno schifo peggiore della scarpa che indossa, dice di conoscere solo le botte… sta parlando della sua vita, di come la vede. Non gli è stato imposto nulla, non stava recitando, doveva solo essere se stesso”.

E come ci siete arrivati?

NL: “Ci sono state scene difficili per tutti, per i genitori, per noi, per lui… Quando la madre di Zain mi guarda [Nadine Labaki ha un piccolo ruolo nel film ndr] e mi dice che non posso sapere come stiano le cose perché non ho mai dato ai miei figli acqua e zucchero non avendo altro, in realtà sta parlando di sé, dei suoi figli.
Per questo abbiamo girato per tantissimo tempo [6 mesi ndr]. Non puoi dire a un bambino che non sa recitare “Azione” e pretendere che faccia qualcosa, bisogna essere pazienti e saper rispettare i suoi tempi, sapendo che potrebbe non essere pronto per chissà quanto, alle volte abbiamo aspettato ore per un sorriso. Ed è compito mio come madre di sapere cosa sia giusto e cosa no.
Così quando sento usare parole come “sfruttamento” o “ricatto emotivo” sono per me molto lontane e strane, mi chiedo come si possa interpretare qualcosa di così puro in modi così negativi. Alcuni hanno usato il termine “poverty porn”. Come si può usarlo quando questo bambino vive esattamente quello che vedi nel film, anzi molto peggio!”

In sei mesi di riprese non hai mai temuto che i bambini si stufassero e se ne andassero?

NL: “Sì certo! Ma temevo anche di peggio, che fossero arrestati e deportati, non avevano documenti, e non solo loro, nessuno dei protagonisti li aveva. Ma potevano anche essere menati e non presentarsi o addirittura morire. È stato un rischio tale che nessun produttore avrebbe accettato di fare il film così, con persone prive di documenti, per questo ce lo siamo prodotti da soli”.

Avevate un piano B in caso si fosse materializzata una di queste ipotesi?

NL: “No, nessuno. Avevamo solo la nostra fede nel fatto che è la maniera giusta di farlo, quel che accade accade, troveremo un modo. E ne sono accadute di cose brutte. Alcuni sono stati arrestati mentre giravamo.
Non c’era separazione tra fiction e realtà, eravamo solo testimoni di una realtà, quindi sono i tuoi valori che ti dicono cosa fare e ti donano l’istinto necessario a prendere decisioni. Solo le cattive interpretazioni di chi ha visto il film mi hanno fatto dubitare delle mie intenzioni. Mi sono chiesta se non avessero ragione loro, se davvero abbia girato non volendolo del poverty porn. Ma alla fine credo che chi lo dice sia semplicemente in cattiva fede”.

Sei una madre che vuole fare qualcosa di buono ma anche una regista che deve finire un film, eri conscia del fatto di dover essere un po’ cinica su certe cose per riuscire ad avere il film finito?

NL: “No, non lo ero, perché non avevamo una deadline. È stato un viaggio che abbiamo fatto da soli, nessuno sapeva che stavamo filmando o che esistessimo. Io e mio marito abbiamo prodotto tutto anche se lui non ha nessuna esperienza in produzione. Non potevo ritrovarmi un produttore esecutivo che mi imponesse di finire una scena in un certo giorno. Perché magari il momento buono per finirla viene di lì a 3 settimane o tra un mese”.

Ma non avevate un budget da rispettare?

“No, siamo partiti senza soldi, mio marito ha messo un’ipoteca sulla casa senza dirmelo, a ogni passo trovavamo qualcuno che ci finanziasse, siamo partiti senza sapere nemmeno quando fermarci, non sapevamo che avremmo girato per 6 mesi e avremmo montato per 2 anni. Fin dall’inizio abbiamo deciso che non saremmo scesi a compromessi, che non saremmo passati ad un’altra scena anche se non eravamo soddisfatti. La scena delle scale in cui portano via Sahar ad esempio è stata difficilissima, l’abbiamo girata per 3 giorni ma lo stesso non ne ero soddisfatta. Così siamo tornati lì 3 mesi dopo e l’abbiamo rigirata. Se avessimo realizzato questo film in maniera classica non avrei mai tirato fuori queste performance da questi non attori, perché serviva di prendersi il tempo e adattarsi a loro, non potevo aspettarmi che un bambino che non ha mai recitato l’avrebbe fatto quando io davo il ciak. Se non gli va oggi allora la scena la faremo domani o un altro giorno. Diverse volte ci siamo fermati e abbiamo fatto saltare la giornata di lavoro perché ai bambini non andava e nulla funzionava. Ho avuto una crew fantastica, molto appassionata e convinta, che sapeva come noi che non c’era altro modo di fare questo film”.

Cafarnao – Caos e miracoli uscirà l’11 aprile grazie a Lucky Red.

 

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