Trent’anni fa l’adattamento italiano cambiava titolo di Say Anything… in Non Per Soldi… Ma Per Amore, tagliando un po’ le gambe a quello che in America è considerato il teen movie per eccellenza, arrivato nel 1989 alla fine della grandissima era di cinema adolescenziale, e molto sui generis. Gli tagliava un po’ le gambe eppure per meccanismi strani quel titolo italiano coglieva anche un aspetto del film che oggi più che all’epoca sembra cruciale: arrivato alla fine dell’era reaganiana (sia in politica che al cinema) ne contraddice tutti i presupposti senza essere un film di protesta, presenta un modello di vita americano al 100% che è completamente diverso, il trampolino di lancio per un’altra generazione.

C’è ovviamente un’immagine al centro del film che ne ha sancito lo statuto, l’immagine che come spesso capita nei film migliori catalizza tutti i valori espressi in un momento solo e un’inquadratura sola, così che il suo senso vada ben oltre le parole diventando complicato da ridurre in vocaboli tanto quanto semplice da capire vedendolo: Lloyd tiene la radio alzata sopra la testa con In your eyes di Peter Gabriel (la canzone che lo lega a Diane), sta nel suo giardino e il suono del brano arriva flebile alla stanza di lei, vellutato e soffice, la fa rigirare nel letto e le dice che lui non mollerà mai la loro storia.

 

 

C’è quella radio boombox simbolo dell’epoca, c’è l’abbigliamento fuori dei canoni di Lloyd (che parla di controculture giovanili anche se all’acqua di rosa), c’è l’irrequietezza sessuale di Diane che si rigira tra le federe evidentemente senza reggiseno, c’è la musica che tempesta tutto il film e c’è ovviamente il romanticismo adolescenziale. Ma Non per soldi… Ma Per Amore è un film che anche tecnicamente si distingue da tutti gli altri cui vuole assomigliare (principalmente quelli di John Hughes, la matrice di tutto).
Inizia a bomba come fosse un film di Cronenberg, con un dialogo preso in medias res di quello che è il coro greco del film, il gruppo di amiche di Lloyd che discutono con lui e di lui, che commentano la sua vita e la sua storia. In quella prima scena Lloyd fa la sua dichiarazione programmatica: la scuola è finita e vuole conquistare Diane Court, la più intelligente e carina della scuola, “È che sei un bravo ragazzo e non vogliamo che tu ti faccia male” lo ammoniscono, “Voglio farmi male!” risponde lui con un entusiasmo che lancia il film.

Lui è appassionato di musica, di kickboxing e ha una situazione familiare strana, è molto popolare, pieno di amici ed invitato alle feste, ma non è un giocatore di football. Lei è una secchiona, la prima della scuola, ma anche molto bella, non ha tanti amici, non è popolare ma tutti vorrebbero conoscerla ed è gentilissima. Le figure non sono le solite, i gruppi sociali non sono quelli quel cinema ci ha abituato. Cameron Crowe, al suo primo film, fa vedere un mondo che gli altri non ci fanno vedere. Non solo. Là dove i film di storie d’amore al liceo avevano creato un territorio di protagoniste femminili (Molly Ringwald in testa) questo film mette un ragazzo nel ruolo principale e una ragazza subito accanto a lui, sono entrambi protagonisti ma ad essere centrale è il conflitto di lui. Lei avrà da fare con i problemi di tasse del padre. Si tratta di una differenza non da poco, così clamorosa e importante per John Cusack che ne cementa lo statuto di corpo maschile sentimentale che poi gli spianerà la strada per Alta Fedeltà (che visto oggi sembra quasi un sequel spirituale di questo film).

Il momento del film che grida “Non voglio essere come gli altri”: una finta fotografia venuta male

Negli anni della moda delle arti marziali lanciate a metà anni ‘80 da Karate Kid (ma è nel 1989 che Van Damme gira Kickboxer) è quello l’interesse di Lloyd, che fin dall’inizio sembra vivere per gli altri, è quello che tiene le chiavi delle auto di tutti alla festa in cui porta Diane per il primo appuntamento e che finirà in maniera clamorosa con un viaggio all’alba per riportare a casa l’ultimo degli invitati. In questo film ambientato subito dopo la fine della scuola, che è evidentemente un film sui “grandi domani”, Lloyd, che dei due è l’uomo, non ne sogna uno se non nelle arti marziali. È Diane che invece lotta per entrare in un’importante università, che ha un futuro di guadagni e realizzazione professionale e lui è pronto a seguirla. È questo il punto che centra il titolo italiano, che in quegli anni per un film americano per ragazzi raccontare di un modello maschile positivo che rinuncia ai soldi e a quel tipo di vita per stare con una ragazza e seguirla ovunque è rivoluzionario.

Al contrario il titolo originale echeggia diverse volte lungo il film. “Puoi dirmi tutto” si dicono Diane e il padre che invece si scoprirà che non le diceva tutto, “Non dirmelo” dice Diane a Lloyd quando sa che lui sta per dirle di amarla e “Dì qualcosa” è l’esortazione tra i due. Dire qualcosa cambia tutto in questo film, l’atto stesso del pronunciarsi frasi a vicenda, sincere e oneste ribalta la trama e gli atteggiamenti. Non è molto, ed è molto giovanile, ma è forte e come sempre Cameron Crowe è impeccabile nel mettere in scena i meccanismi semplici.

Un momento puramente da Crowe: una scena inutile per chiunque altro che scritta da lui diventa la serata più dolce e tenera possibile

Perché Non per soldi… Ma per amore è un film di Crowe a tutti gli effetti, pieno dei suoi temi. C’è già il bambino tenero che userà senza remore in Jerry Maguire e ovviamente nella storia del teen movie con padre truffatore dello stato ci infila sempre la musica non solo in sottofondo ma con un ruolo attivo. È la musica il segno della ferita emotiva dell’amica di Lloyd che ha scritto 65 canzoni per il ragazzo per il quale sta male, è con la musica che capiamo il tipo di serata a cena con la famiglia di Diane (Take 5 nella versione classica di Dave Brubeck), è un juke box che unisce Lloyd alla famiglia di Diane, è una canzone stonata che ci introduce alla cerimonia dei diplomi, è un negozio di chitarre quello in cui Lloyd parla con le amiche e ovviamente è una canzone che li unirà quando sono divisi nella scena cruciale del film. La musica viene usata dai protagonisti non accompagna solo le scene.

Solo una cosa non ha veramente senso se non la si inquadra nella sua epoca: la sottotrama della truffa del padre di Diane. Per tutto il film sembra un errore di sceneggiatura, un dettaglio che non c’entra davvero niente con il resto della storia e invece alla fine si capisce che tutto il film parla della rinuncia al denaro (il titolo italiano). Lei rinuncia alla vita che il padre aveva in serbo per lei, con i dollari nascosti, rifiuta proprio l’idea che fossero indispensabili per riuscire nei suoi grandi domani e lui, come detto, rinuncia a chissà che aspirazioni per stare con lei. In questa America che è già post-Reagan il protagonista rifiuta l’etica militare che viene da suo padre, e in un finale pazzesco a bordo dell’aereo che li porta via insieme guarda con lei il segnale di “Allacciate le cinture” attendendo che si spenga per smettere di avere paura (“Any second now”).
La paura di cambiare, di rischiare, di una vita insieme e del domani in un’inquadratura che ricorda il finale di Il laureato, proiettato in avanti, pieno di dubbi ma insieme.

 

 

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