Un set hollywoodiano di una grande produzione è un paese.

Un paese fatto a strati e, per arrivare al suo cuore, al posto in cui si gira, bisogna attraversarli tutti. È come percorrere una lunga serpentina fatta di tecnici e poi caporeparto e attori che culmina con il luogo in cui avviene l’azione.

Il primo strato che si incontra, la periferia, di solito sono i camion. È la zona parcheggio in cui le macchine si devono fermare, da lì si procede solo a piedi. I camion sono sorvegliati dai camionisti e contengono parte delle attrezzature tecniche, alle volte costumi. Non è questo il caso. Il set di Rocketman è itinerante ma ogni volta mette radici.

Siamo a Windsor, poco fuori Londra, un paesino noto per la residenza dei reali (e quella di Elton John), in cui in un complesso una volta industriale avvengono le riprese notturne che siamo stati invitati a visitare. Così la prima parte che incontriamo, il primo strato dopo il parcheggio, è quello delle cucine, il settore cibo: camioncini di street food e tende piene di frutta e bevande da cui attingere. I tecnici mangiano o spizzicano, gli ospiti fanno anticamera. È una sera umida di Ottobre in Inghilterra, minaccia pioggia ma si girerà all’aperto lo stesso.

Più veniamo scortati da una staffetta di membri dello staff con auricolari e radioline, più le persone che incontriamo ci squadrano. Non apparteniamo a questo set, non siamo nemmeno vestiti nella maniera giusta (su di un set quasi tutti quelli che non sono attori sono vestiti come tecnici del suono e addetti ad un palcoscenico). E se un set hollywoodiano è un paese, i suoi abitanti si conoscono tutti, ogni straniero risalta, specie una comitiva come la nostra (circa 7-8 giornalisti più accompagnatori).
Dopo la zona cibo inizia la parte più calda dove, se il film è in costume come in questo caso, si iniziano ad incontrare persone truccate e vestite per le scene che stanno in giro a perdere tempo. Sono lontani dal centro o hanno già girato o manca molto alle loro scene e si concedono di fare casino, scherzare e trafficare al computer. È il primo segno che la direzione è quella giusta: ragazzi vestiti e pettinati anni ‘50 che scaricano app sullo smartphone.

Sono 5-6 minuti che camminiamo tra camioncini stanziati e cavi coperti, e siamo arrivati alla seconda caffetteria quella in cui tutte le comparse che devono lavorare di lì a poco si stanno rilassando. In questo caso è improvvisata in un paio di double decker, gli autobus a due piani inglesi, fuori sono normali bus, dentro sono dei cafè. Rimarremo lì parecchio in attesa che le prove siano finite e si cominci a girare, ci devono gestire di modo che non intralciamo la giornata di lavoro.
Quando finalmente ci rimettiamo in moto tocca allo strato dei costumi e di tutto l’armamentario di oggetti di scena, si intravedono finalmente i primi cartelli: “Non proseguire se la luce rossa è accesa” che servono ad indicare quando si sta girando.

Ogni strato del set ha i suoi abitanti e i gradi quindi sono semplici da capire: chi è periferico per il film (autisti, cuochi) sta in periferia, chi è coinvolto nel lavoro di set ma non deve stare effettivamente sul set è confinato alle retrovie (come i costumisti), poi ci sono gli ufficiali, cioè le persone radioconnesse che ricevono istruzioni e le rilanciano che possono comandare tutti gli altri, i quali in un modo o nell’altro se stanno lì, negli strati vicini agli ultimi, hanno un lavoro da fare e attendono istruzioni.
Tutto riporta direttamente alle prime linee, il centro del paese per il momento ancora lontano per noi, in cui stanno i caporeparto, il regista, i protagonisti e gli attori di scena con i loro assistenti e sottoposti che li seguono.

 

I set ricostruiti

A quanto pare non è ancora il momento per noi di visitare il set vero e proprio e siamo spostati indietro, al reparto costumi, dove incontriamo il designer e capocostumista Julian Day come vi abbiamo già raccontato. Dopodichè ripartiamo e questa volta arriviamo più in fondo di prima, superiamo anche la zona camerini per arrivare ai set che in questo momento non sono usati, dove veniamo edotti sulla scena che vedremo. Siamo in un teatro di posa, quindi al chiuso, e c’è dentro questo grande edificio cubico un altro edificio cubico più piccolo, un pub anni ‘50 completamente ricostruito nel minimo dettaglio.

Si parte sempre dalla ricerca sui veri luoghi della vita di Elton ma per questo pub ci siamo presi delle libertà” ci ha spiegato Marcus Rowland, lo scenografo “L’hotel/pub in cui suonava il giovane Elton era in stile anni ‘30, noi invece abbiamo optato per uno più vittoriano, ma va bene prendersi queste libertà. Il film è su Elton che ricorda la sua vita e la maggior parte delle location è ricostruita in studio”.
Ci sarà anche il Dodgers Stadium, sede della celebre coppia di concerti, di cui hanno ricostruito il palco ad esempio, mentre per la vera casa dove è nato Elton si sono recati nel paesino di Pinner, nel Sussex, ma poi l’hanno ricostruita. Rocketman non è un film realistico da nessun punto di vista.
Non essere legati al realismo degli anni che raccontiamo è un vantaggio, possiamo creare di più. Quella che costruiamo è una realtà enfatizzata e stilizzata. La realtà vera è così terribilmente mondana…”.
Il set più elaborato? “Wonderland, il locale di New York”.

Ma intanto siamo ancora al pub, qui il giovane Elton John (che ancora si chiamava Reginald) sta suonando e ad un certo punto scappa dopo una rissa raccontata con un numero musicale, esce dal locale per ritrovarsi in un vicolo (in cui ci conducono e che vediamo: è un vicolo, niente di che) e corre verso una staccionata che ha un buco, si china per passare in quel buco e quando sbuca dall’altra parte non è più un bambino ma ha 17 anni, è Taron Egerton, vestito anni ‘50. Il luogo in cui sbuca è una fiera di paese con tanto di ruota panoramica, tiro al bersaglio e tutto quel che si conviene.

 

La fiera

Ce l’hanno spiegato e quando ci portano fuori siamo arrivati al vero set, l’ultimo strato, ed è effettivamente la fiera. È un set grandissimo, come un campo di calcio ma circolare, una fiera effettiva, per l’appunto con anche una ruota panoramica (seduti sui sedili più alti ci sono dei manichini), attrazioni di ogni tipo, un negozio di zucchero filante e 50-60 comparse in costume con la faccia di chi è lì per passare una serata e guadagnare qualcosa. Fa impressione. Le uniche persone su questo pezzo di set che non sono in costume sgargiante, colorato e anni ‘50 spiccano. Siamo noi, il regista e un altro paio di individui (assistenti, operatori o direttori della fotografia con tutta probabilità). Vicino a loro Taron Egerton. Ci vuole qualche secondo per riconoscerlo.

Il giovane Elton è vestito come uno sfigato anni ‘50 ha ancora una dentatura con un vistoso spazio tra dente e dente, come in effetti Elton John ha avuto per anni anche quando era famoso, che è resa colorandogli un po’ di nero i bordi laterali dei denti. Anche dal vivo se non ci si presta attenzione non si nota che è un trucco e pare vero.
La truccatrice ci spiegherà poi che in tutto il film si susseguono 4 look principali: Elton dagli 8 ai 12 anni; Elton interpretato da Taron ad inizio carriera; Elton quando viaggia e ha tutto un look beatlesiano perché è molto sicuro di sé; e infine la fase Bee Gees. Tutto saltando di 5 anni in 5 anni. Elton al suo peggio sarà quando finirà in ospedale, calvo e mal messo.

Taron Egerton lì, al centro del set è carichissimo. Non è chiaro perché inizialmente, diventerà evidente quando verrà battuto il primo ciak. Parla veloce e si agita, è pieno di grinta, non entra nei dettagli di quel che dice ma sembra il giorno più bello della sua vita. Non è così in realtà, è la preparazione ad un numero musicale forte, lungo, complicato, in cui deve sprizzare energia, una preparazione che inizia già adesso dandosi la carica.

Scambiamo pochissime battute, convenevoli più che altro (“Come state? Tutto bene? Alla fine per fortuna non piove? Spero vi divertiate!”), dopodichè ci portano via, come in un unico piano sequenza attraversiamo di nuovo la fiera/set, superiamo lo steccato così che non sia possibile vederci e veniamo fatti accomodare dentro una tenda con monitor e cuffie, così da poter vedere e sentire quel che vede e sente il regista (il quale anch’egli assiste alla scena su di un monitor, solo da un’altra parte).
Abbiamo appena superato lo steccato e stiamo per entrare nel tendone e parte fortissimo, diffusa da altoparlanti nascosti tra le attrazioni, Saturday Night’s Alright For Fighting. Sono le prime prove con musica. Intanto noi parliamo con l’insegnante di pianoforte di Taron Egerton, come vi abbiamo raccontato.

Siamo stati davvero giusto qualche secondo sul set effettivo, in quello che non sapevamo essere il centro esatto della ripresa cruciale di stasera. E adesso invece come nella sala piccola di un cinema in 12 giornalisti guardiamo un televisore che funge da monitor di servizio. Sono diversi minuti, quasi una decina, che stanno inquadrando delle scalette, la videocamera è appoggiata da qualche parte e appena inizia muoversi è ad altezza ginocchio, sta pochissimo fuori dalla fiera, viene portata ai margini e si ferma dietro a qualcosa, è tutto nero.

 

La scena, 19 ciak

3… 2… 1… Action, è una steadycam, stava dietro alla schiena di Taron Egerton, con movimento fluido che non si ferma mai gli gira intorno per rivelarlo (è la prima volta in cui lo si vede nel film, è uscito dal buco 17enne come già spiegato) e poi si allontana un po’ per seguire il suo ingresso nel cuore della fiera da lontano e mostrare tutti i ballerini che ballano intorno a lui. Non erano comparse in gita ma professionisti con coreografie precise. La versione vera di Saturday Night’s Alright For Fighting, è diffusa ma sentiamo anche Taron cantarla mentre balla per muovere le labbra a tempo. C’è un gruppo di mods, ci sono degli indiani e quando Taron gli passa vicino fa con loro dei passi in stile indiano e poi sale sulla pista autoscontro e poi ancora arriva al carosello. È un grande numero musicale con balli, in tutte le parti della fiera. Questa sola ripresa dura un minuto. Quando finisce ci vogliono 8 minuti per rimettere tutto a posto e farne un’altra. La vedremo 19 volte.

Ci sono molte transizioni da un periodo all’altro e le facciamo tutte con una ripresa sola, come nei musical classici della MGM” ci ha spiegato Adam Murray, il coreografo “Qui passiamo dagli anni ‘50 ai ‘60 e ballando mostriamo come Elton sia stato esposto a differenti influenze e stimoli della Londra di quel tempo”.
Quanti ciak ci vogliono di solito per averne uno fatto bene? “Tre o quattro, però poi quando sei all’apice e tutti fanno tutto giusto ne fai un altro po’ per averne diverse di riserva. Ma non è una regola. Nella scena di Honky Cat la parte sulla scala l’abbiamo rifatta 90 volte”.

Sembra già assurdo che i ciak di questa ripresa siano stati 19 ma dopo i primi 3-4 è evidente che tutto migliora ad ogni ripetizione, Taron in particolare è più sciolto, ha più sicurezza e sembra badare meno ai passi, li interiorizza. Alle volte non è chiaro perché la interrompano e la si rifaccia, sembrano non sbagliare mai niente, sono dettagli, minuzie, magari ballerini sullo sfondo che non sono a tempo correttamente.
Siamo al quarto ciak, sempre partendo da dietro la schiena di Taron e quando prima di partire arriva a mettersi in posizione si vede che deve fare stretching. All’ottavo ciak si dà la carica saltellando, al decimo io che sto seduto da un’ora non ce la faccio più a rivedere sempre lo stesso minuto con altri 8 di pausa ma loro sembrano stare alla grande. Al 15esimo si sente Taron ansimare ma l’energia è ottima, quasi sono eccitato all’idea che siamo vicini a quello perfetto e ogni volta l’istinto è di andare lì e dire: “Ok a posto! Questa è quella buona, possiamo chiudere qui, siete stati bravissimi ci vediamo domani”.

Prima degli ultimi ciak si sente Taron dire a se stesso “Let’s go! Let’s go!” per darsi la carica. E funziona. L’impressione è che lui non possa mai stare fermo, che negli 8 minuti di pausa si debba tenere impegnato per non scaricarsi.
Questa scena, ci viene detto, si concluderà con lui che torna nel pub con i Bluesology, la prima band di Elton John, ed è vecchio. Serve a mostrare tutte le sue aspirazioni. È da Giugno che la provano (non qui, in studio) e “è uno dei primi grandi numeri a cui abbiamo iniziato a lavorare” ci aveva detto Dexter Fletcher quando lo avevamo visto al centro del set “oggi abbiamo un po’ il meteo contro ma l’energia è quella giusta, ce la possiamo fare. Stasera per molti è l’apice di un lungo lavoro”. E non è nemmeno l’unica ripresa lunga. Ce ne saranno molte nel film.

Finito l’ultimo ciak, quello buono, ci viene detto che va bene così, la giornata di lavoro è conclusa. In realtà siamo arrivati alle 21 ed è quasi mezzanotte. Mentre ci danno le ultime informazioni la troupe inizia a smontare e in 10 minuti circa là dove c’erano almeno 150 persone tra cast e troupe è deserto, solo le luci della fiera rimangono accese e le uniche figure che si scorgono sono i manichini che da lontano paiono persone. Viaggiamo a ritroso verso il parcheggio e passiamo accanto alla fila delle comparse che prendono la paga della giornata. Sono rimaste solo le luci sul set e il resto non è più illuminato, è ora evidente che senza il cinema questa è solo una landa desolata e pure mal illuminata.

Ci avevano detto che se fosse piovuto non si sarebbe girato, in realtà c’era quella pioggerellina fina fina che per gli inglesi non è pioggia, quindi si è girato. Nel momento in cui abbiamo cominciato a tornare al parcheggio è partito il temporale vero.

 

Diretto da Dexter Fletcher, Rocketman è un epico viaggio musicale nell’incredibile storia degli anni che hanno rivoluzionato la vita di Elton John.

Il film, ambientato nel mondo delle canzoni più amate di Elton John e interpretato da Taron Egerton, segue la sorprendente avventura che ha visto il timido pianista prodigio Reginald Dwight diventare la superstar internazionale Elton John. Queste vicende, che sono state d’ispirazione per tanti, rappresentano una storia assolutamente universale: quella di un ragazzo
di provincia diventato una delle figure più iconiche della cultura pop.

ROCKETMAN vede nel cast anche Jamie Bell nei panni del paroliere di lunga data di Elton, Bernie Taupin, Richard Madden nel ruolo del primo manager di Elton, John Reid, e Bryce Dallas Howard nei panni della madre di Elton, Sheila Farebrother.

L’uscita è prevista per il 30 maggio.

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