Double Picture

Il tema principale di C’era una volta a Hollywood di Quentin Tarantino è il doppio. Storia & fantastoria, attori & personaggi, cinema & realtà, principi & straccioni di Hollywood, immagine & corpo. Cliff Booth (Brad Pitt) è la controfigura (body double, in gergo) di Rick Dalton (Leonardo DiCaprio) e questo è il doppio più facile. Poi abbiamo due coppie protagoniste (Sharon + gli intercambiabili Roman e/o Jay; Rick + Cliff), due scale a chiocciola (dentro un aereo Pan-Am e dentro il film I 14 Pugni di McCluskey), due ville a Cielo Drive, due arrivi all’aeroporto (uno di una coppia celebre assediata dalla stampa come Sharon Tate & Roman Polanski; uno di tre sfigati ignorati da tutti come la coppia Rick Dalton & Francesca Capucci + Cliff Booth), due cani (un terrier maschio trattato con sufficienza da Roman Polanski in edizione italiana chiamandolo Dr. Saperstein e in edizione originale accusato solo di pensare alla sua “autostima”; un pit bull femmina di nome Brandy, adorata e rispettata dal padrone Cliff Booth), due coppie che guidano in macchina per Los Angeles (Sharon & Roman capelli al vento verso il successo; Rick & Cliff guardinghi verso il futuro incerto), due “ultime cene” prima del gran finale, due settimanali Tv Guide indispensabili nelle case dei personaggi, due attitudini hippie (l’autostoppista pacifica caricata da Sharon prima dello shopping; i ragazzacci di Spahn Ranch manipolati dal guru Charlie Manson), due generi western (l’americano amato da Rick; l’italiano detestato da Rick), due tipi di sigarette (le tantissime normali; l’unica speciale perché intinta nell’acido). Siamo sicuri se ne possano trovare altre di accoppiate nel testo ma il riflettere sul riflesso di noi stessi (sia che ci guardiamo con tenerezza al cinema mentre recitiamo in un film accorgendoci di piacere al pubblico sia che ci urliamo allo specchio che farsi 8 whiskey sours la sera prima di lavorare non è stata proprio un’idea geniale) è il cuore del nono film di Quentin Tarantino.

Doppio Quentin

Perché Tarantino, come nel caso di Bastardi Senza Gloria (2009), è così interessato all’escamotage drammaturgico del cambiare la Storia con la S maiuscola negli ultimi minuti del film? Lo fa per salvare Sharon o per salvare Rick? Tutte e due le cose. Pensiamo che il bandolo della matassa sia aiutare, attraverso tutto il film soprattutto grazie all’incontro con una bimba saggia surrogato di figlia e al viaggio in Italia di espiazione dove troverà moglie, Rick Dalton a ritrovare la virilità di padre & marito, smettendola di frignare (“Non piangere davanti ai messicani” gli dice Cliff nei primi minuti) e tornando eroico come ai tempi de I 14 Pugni di McCluskey per salvare, stavolta nella realtà, una splendida principessa del reame che se lui non fosse intervenuto sbraitando con un frullato di margarita in mano, si sarebbe trovata in grande difficoltà. Anche Quentin Tarantino si sdoppia. L’esterofilo che idolatrava Nouvelle Vague, Spaghetti Western, New Hollywood e Kung Fu, si mette all’angolo del ring di Rick Dalton e Cliff Booth per dare manforte alla Vecchia America wasp incarnata da un uomo, Rick, che detesta Easy Rider (film che apre la New Hollywood), Sergio Leone (il numero 2 dello spaghetti western Sergio Corbucci non sa nemmeno chi sia) ed è migliore amico di uno che sta per prendere a sganassoni quel presuntuosetto di Bruce Lee. Dopo averli raccontati per la prima volta in Bastardi Senza Gloria, il regista torna a quella generazione di eroi della Seconda Guerra Mondiale (con l’ironia costante che Cliff l’ha combattuta veramente mentre Rick no, in linea col fatto che Pitt abbia ben 11 anni più di DiCaprio) precedentemente solo evocati nel suo cinema dal tenace papà di Butch in Pulp Fiction (1994). Sono loro due (Cliff è nato nei ’20 del ‘900 mentre Rick nei ’30) a dover compiere l’alterazione della Storia che al regista e sceneggiatore interessa. Uno come al solito combattendo realmente (Cliff) e l’altro intervenendo platealmente solo a battaglia praticamente conclusasi per prendersi il merito (Rick). Tarantino vuole che quei ragazzi tutto western, Fbi, alcool, sigarette e valori repubblicani, facilmente amabili in un contesto bellico in cui i veri cattivi erano i nazisti, entrino in contatto e salvino questa nuova meravigliosa principessa hollywoodiana al secolo Sharon Tate. Quella che Quentin Tarantino cerca è una riconciliazione, probabilmente anche interna a sé stesso. Lui vuole che quei vecchi ragazzi Old School di destra dominanti nei ’50 aiutino la nascente New Hollywood godereccia e sinistrorsa dei ’60 a difendersi dalle perfidie del mondo e anche dalla propria retorica ingenuità (come dire: è anche per colpa di quei radical chic che Manson & Co. sarebbero entrati in quegli ambienti). Tarantino è il prete visionario che celebra questo matrimonio generazionale scrivendo una fiaba che riscrive la Storia per permettere a Rick Dalton di varcare quel cancello della residenza dei principi, venendo ammesso al loro cospetto ed uscendo così dalla dimensione di straccione di Hollywood in cui è convinto, giustamente, di essere finito da quando il publicist Marvin Schwarz di Al Pacino gli ha spiegato all’inizio del film che prendere le botte in ogni episodio tv come cattivo è il segno di un’inevitabile eclissi professionale.

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Rick & Cliff

Dalton è alcolizzato, spaventato, odia gli hippie, parecchio ignorante (“Grazie paparazzos” dice sforzandosi di essere simpatico ai fotografi italiani), senza sfera sessuale, querulo. Booth è il suo doppio cool, senza paranoie, dal sorriso placido, zero vittimismi (sapete che c’è? Scrivendo questo saggio ci stiamo convincendo sempre di più che non sia stata quell’onda in mare a fargli premere inavvertitamente il grilletto quel giorno), flirta con gli hippie (ma senza commettere reati con minorenni), è più vecchio dell’amico ma pare più giovane (“Lui è tuo figlio?” chiederà Schwarz a Ric indicandoglielo).

Conclusioni su C’era una volta a Hollywood

È uno dei film più rilassati e rilassanti di Tarantino. DiCaprio (Rick) è magistrale, Pitt (Cliff) addirittura cosmico, Robbie (Sharon) da sogno, trionfo di grazia e sgargiante innocenza. L’opera racconta un’epoca di transizione per cui è importante far vedere i personaggi che si muovono o a piedi o in macchina, chi sfrecciando senza problemi sul Sunset Strip o camminando soavemente per West Hollywood, chi tossendo e scatarrando inquinando l’ambiente che lo circonda, chi cavalcando imperiosamente per la Santa Susanna Valley (peccato che non sia un valoroso cowboy bensì un hippie assassino).

C’era una volta a Hollywood inizia a febbraio 1969, racconta un giorno di vita & lavoro, poi stacca brutalmente per portarci ad agosto 1969 per un altro giorno di lavoro & morte. C’è un’abbreviazione temporale di sei mesi dentro il testo in un’epoca in cui Romeo e Giulietta di Franco Zeffirelli riusciva a rimanere in sala per otto mesi (omaggio migliore, anche se involontario, al regista toscano scomparso quest’anno Quentin Tarantino non lo poteva fare). Ce la farà il geniale regista di Pulp Fiction a portare finalmente a casa Miglior Film all’Oscar con questa fiaba hollywoodiana dopo la brutale sconfitta in Concorso al Festival di Cannes 2019? Troppo presto per dirlo.

Nel frattempo però possiamo continuare a goderci questo capolavoro di ellissi, eclissi e doppi.

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