Doveva per forza essere John Malkovich. Era del resto sempre stato John Malkovich, fin da quando Charlie Kaufman aveva scritto la sceneggiatura senza che nessuno gliel’avesse commissionata (l’aveva fatto per trovare un lavoro), e nessun’altra star avrebbe avuto il medesimo statuto misterioso e un po’ fuori dai canoni. Soprattutto, a detta di Kaufman, nessun altro nome suona così bene quando viene ripetuto tantissime volte. Insomma se bisogna entrare nella testa di una persona famosa nel 1999, la più interessante, strana e accattivante è lui.

La storia di Essere John Malkovich è quella di un alieno che si introduce nell’industria americana. Già gli spec script (cioè le sceneggiature realizzate senza una commissione) che poi vengono realizzati non sono proprio tanti ma soprattutto quasi mai accade che riguardo un film in cui sia lo sceneggiatore che il regista sono esordienti, si parli soprattutto di chi l’ha scritto. Invece fin da subito Essere John Malkovich fu considerato un film di Charlie Kaufman. Talmente era particolare la scrittura, talmente era piena di idee fuori dai canoni eppure coerenti, comiche ma con risvolti sempre più sentimentali a mano a mano che il film avanza, talmente era forte l’impatto della personalità di Kaufman nel mondo del cinema che il suo nome si era imposto sopra a quello di Spike Jonze.

Tutto viene dal fatto che Kaufman cercava di sviluppare due idee insieme, quella di un uomo che conosce un’altra donna in ufficio e prova un sentimento nei suoi confronti, e quella di un portale che porta dentro la testa di qualcun altro. Fondendole insieme nasce la storia di un burattinaio con sogni di grandezza, impiegato in un luogo di lavoro grottesco dove conosce una donna per la quale perde la testa ma che non lo considera fino a che, in quel luogo di lavoro, non trovano un portale per stare 15 minuti nella testa di John Malkovich e cominciano a sfruttarlo economicamente. La storia non finirà qui, avrà un clamoroso colpo di scena quando il burattinaio scoprirà di poter comandare Malkovich e, a differenza degli altri, riuscire a rimanere nella sua testa a lungo.

È il classico spunto che oggi potrebbe diventare un franchise (storia di gente con il potere di stare nella testa degli altri che combatte un popolo alieno in un futuro andato a male, tra cui una ragazza è l’eletta che una profezia vuole destinata a portare armonia a patto di rinunciare all’amore), ma nel 1999 poteva ancora essere un film a medio budget (10 milioni di dollari dell’epoca) con ambizioni d’autore, e del resto fu presentato alla Mostra del cinema di Venezia (primo anno del primo mandato di Alberto Barbera) nella sezione Sogni e Visioni assieme a Fight Club.

Come molti film della sua epoca anche Essere John Malkovich racconta di un uomo che conduce un’esistenza regolare e grigia, in cerca di qualcosa di altro, di un’altra vita o un altro mondo. Qualcosa di più. Una fuga dall’ordinario. Il protagonista (John Cusack che ricevette lo script perché aveva chiesto al suo agente di proporgli i film più assurdi che trovasse) è sistemato, ha una fidanzata, trova un lavoro senza eccessive difficoltà ma la vita da impiegato gli sta stretta e ha sogni mostruosamente proibiti che potrà realizzare solo una volta dentro il corpo di John Malkovich, scappando quindi dalla sua vita ordinaria per crearne una straordinaria, da star.

Decenni prima di Scappa – Get Out è il corpo che abbiamo a determinare la nostra vita e il nostro successo (c’è anche una specie di gang di anziani che da tempo usa questo stratagemma per vivere a lungo). Il protagonista nel corpo di Malkovich non solo diventerà il più grande burattinaio del mondo ma conquisterà ed ecciterà la donna che prima non lo guardava nemmeno. Mentre Edward Norton immaginava per sé il corpo di Brad Pitt per avere il coraggio di essere un ribelle che sovverte il sistema e Keanu Reeves riconquistava il proprio corpo dallo sfruttamento delle macchine solo per trascenderlo e affermarsi come l’eletto, capace di muoversi tra reale e virtuale, John Cusack con un terribile codino sporco si impadroniva del fisico di John Malkovich.

La cosa più incredibile poi è che in un film sulla conquista di un corpo altrui, la parte più sentimentale, la più devastante e sorprendente, sia affidata alle bambole. Le scene di burattineria sono forse le più impressionanti mai filmate, i pupazzi veicolano emozioni molto più degli umani che sembrano richiederle, cercarle e tendere verso di esse disperatamente. In una specie di anticipazione di Anomalisa, qui troviamo un mondo di pupazzi di straordinaria empatia, illuminati ripresi e mossi in modo perfetto. Che un personaggio, agito da un altro dentro di sé, che a sua volta è solo un attore che esegue una sceneggiatura scritta da qualcun altro, veicoli al pubblico le sue emozioni attraverso un altro corpo ancora (di legno) è pazzesco, ci sono almeno tre passaggi dallo sceneggiatore alla bambola e ogni volta sembra che le sensazioni si arricchiscano di significato.

Che tutto questo sia finito in mano a Spike Jonze fu veramente una fortuna. Kaufman (tra i molti) l’aveva mandato a Francis Ford Coppola e lui lo girò a quello che all’epoca era il fidanzato di sua figlia Sofia. Siccome però, per ovvie ragioni, il primo ad essere contattato fu Malkovich ad un certo punto si pensava che lui stesso l’avrebbe potuto dirigere cambiando l’attore dentro il cui corpo si entra.

Malkovich non era eccessivamente lusingato dalla questione, non voleva essere il centro del film, dunque dirigerlo e cambiare attore era un buon modo per partecipare al progetto senza esporsi troppo. La sua paura era che il film si rivelasse un fiasco portando il suo nome nel titolo, oltre ad avere lui come attore, ma anche che si rivelasse un successo tale da legarlo eccessivamente a quella storia. In realtà è stato un successo ma questo non lo ha legato alla parte di quello dentro cui la gente entra.

Invece proprio Spike Jonze con il suo approccio così meticoloso e invisibile è riuscito a dare al film il tono marginale, depresso e periferico che ha. Imbruttire così Cameron Diaz, illuminare con quei toni asettici tutta la storia, trovare la mescolanza giusta di grana e immagini (cosa vediamo nella testa di Malkovich? Come diventa lui una volta inglobato John Cusack? Come sono tutti i molti video di repertorio che puntellano il film?). C’è un mondo molto preciso in Essere John Malkovich, un universo che è quasi uguale al nostro ma sembra ad un passo dal diventare distopico, uno nella cui creazione si sente così poco la mano di un demiurgo da sembrare vero a tutti gli effetti. È un mondo cittadino in cui l’individualità sembra non contare niente e vige un regime di dolce sopraffazione.

A 20 anni di distanza Essere John Malkovich, ancora più degli altri film della sua era, è un documento perfetto dell’America di fine secolo. Un paese che prosperava e sognava qualcosa di più, nel pieno della bolla speculativa tecnologica, in cui il lavoro non era un problema e il denaro nemmeno ma la realizzazione personale sì. Senza guerre, senza crisi e con un presidente allegro e fedifrago, il paese veleggiava inconsapevole mentre le generazioni più giovani sentivano e rappresentavano un bisogno di sfogo fortissimo.

Il cinema non aveva ancora scoperto di poter sfruttare i supereroi per creare una nuova classe di blockbuster molto più grande, potente e ubiqua e questa storia che usava il fantastico per esplorare l’intimo era un alieno. E lo sarebbe tutt’oggi.

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