28 anni dopo - Il tempio delle ossa, Nia DaCosta spiega perché ha cambiato il design di Samson
Samson cambia volto in 28 anni dopo - Il tempio delle ossa. Nia DaCosta spiega la trasformazione dell'Infetto Alpha e il suo ruolo nella ricerca di una cura al Virus Rage.
Il terrificante Samson torna sugli schermi in 28 anni dopo - Il tempio delle ossa, ma questa volta con un aspetto radicalmente diverso. La responsabilità di questa metamorfosi ricade sulle spalle di Nia DaCosta, regista del sequel che ha deciso di imprimere la propria visione artistica sul personaggio interpretato da Chi Lewis-Parry, uno degli Infetti Alpha più iconici del franchise horror rilanciato da Danny Boyle nel 2025.
Nel primo capitolo della trilogia, Samson si era imposto come una presenza ricorrente e minacciosa, perseguitando Isla di Jodie Comer e Spike di Alfie Williams attraverso la campagna devastata, oltre ad avere diversi inquietanti incontri con il dottor Ian Kelson di Ralph Fiennes. La sua figura spettrale e primordiale aveva lasciato un segno indelebile negli spettatori, diventando rapidamente uno dei volti più memorabili della saga post-apocalittica.
Lewis-Parry riprende il ruolo in Il tempio delle ossa, che raccoglie le fila narrative poco dopo gli eventi del predecessore. Spike si trova sempre più invischiato nel gruppo di Jimmy, interpretato da Jack O'Connell, mentre Kelson continua a costruire la misteriosa struttura che dà il titolo al film. Il tempio delle ossa viene frequentemente visitato da Samson, spingendo il personaggio di Fiennes a interrogarsi sulla possibilità concreta di sviluppare una cura per il Virus Rage che ha decimato l'umanità.
In un'intervista con ScreenRant, Nia DaCosta ha offerto uno sguardo privilegiato sulle scelte creative che hanno portato alla trasformazione di Samson. Interrogata sui cambiamenti estetici rispetto all'incarnazione del 2025, la regista ha spiegato che la progressione del personaggio era in parte scritta nella sceneggiatura, ma ha anche sottolineato di aver avuto carta bianca: "Ho potuto fare quello che volevo con lui nel mio film".
Uno degli aspetti fondamentali emersi durante lo sviluppo è stato il riconoscimento reciproco, tra DaCosta e il creatore del franchise Danny Boyle, di avere "gusti diversi come registi". I due filmmaker girano con stili profondamente differenti, il che avrebbe reso il design originale di Samson poco efficace se semplicemente trapiantato nel linguaggio visivo della DaCosta. La regista non ha avuto timore di intervenire su ogni aspetto del personaggio.
Le modifiche hanno investito molteplici livelli della caratterizzazione: dalle protesi al trucco, dalla fisicità alla performance attoriale di Lewis-Parry. "Tutto è cambiato", ha dichiarato DaCosta, spiegando che questi elementi sono stati costruiti durante la fase di pre-produzione. "Quel personaggio era così importante per me, e bisogna calibrare tutto con estrema attenzione. Mi è stata davvero data libertà totale con Samson nel film".
Prima di questo sequel, il franchise non aveva mai realmente considerato la possibilità di una cura, concentrandosi invece sull'eradicazione totale a causa dell'intensità e della natura estremamente contagiosa del virus. Se davvero Samson dovesse condurre verso un metodo per liberare il mondo dal flagello del Rage, questo potrebbe trasformare il conclusivo terzo capitolo della trilogia pianificata in un finale definitivo per l'intera saga.
Il contrasto tra l'approccio di Boyle e quello di DaCosta non rappresenta una frattura, ma piuttosto la dimostrazione di come un franchise possa evolvere attraverso sensibilità artistiche differenti. Mentre Boyle ha riportato in vita il mondo devastato dal virus con uno sguardo crudo e documentaristico, DaCosta sembra voler esplorare dimensioni più stratificate, dove anche i mostri possono contenere la chiave della redenzione. La trasformazione fisica di Samson riflette questa transizione tematica: da pura incarnazione della minaccia a figura ambigua che potrebbe custodire la salvezza dell'umanità.