81 artisti firmano contro Israele: il Festival di Berlino scosso dai suoi partecipanti

81 artisti tra cui Bardem e Tilda Swinton accusano il Berlinale di censura su Gaza. Wenders: "Cinema opposto della politica". Polemica sulla libertà di espressione.

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Il Festival Internazionale del Cinema di Berlino, uno degli appuntamenti più prestigiosi del panorama cinematografico mondiale, si trova al centro di una tempesta mediatica senza precedenti. Ottantuno artisti di fama internazionale, tra cui Tilda Swinton, Javier Bardem, Tatiana Maslany e il regista Adam McKay, hanno firmato una lettera aperta che accusa il Berlinale di censurare gli artisti che si oppongono alle azioni di Israele a Gaza e al ruolo della Germania nel sostenerle.

La lista dei firmatari rappresenta un chi è chi del cinema d'autore e indipendente: oltre agli attori Angeliki Papoulia, Saleh Bakri, Peter Mullan e Tobias Menzies, compaiono registi del calibro di Mike Leigh, la fotografa e regista Nan Goldin, Miguel Gomes e Avi Mograbi. Tutti accomunati da un passato al festival berlinese e da una presa di posizione netta contro quella che definiscono "complicità nella terribile violenza che continua a essere perpetrata contro i palestinesi".

Nel documento, gli artisti chiedono esplicitamente agli organizzatori del Berlinale di emettere una dichiarazione chiara che condanni "il genocidio israeliano, i crimini contro l'umanità e i crimini di guerra contro i palestinesi", proprio come il festival ha pubblicamente condannato le atrocità commesse contro le popolazioni in Iran e Ucraina. Una richiesta che mette in evidenza, secondo i firmatari, una disparità di trattamento nelle posizioni politiche assunte dall'istituzione culturale.



Nella lettera aperta, i firmatari respingono categoricamente l'idea che il cinema sia "l'opposto della politica", affermando che "non si può separare l'uno dall'altra". Una posizione che rivendica il ruolo storico del cinema come strumento di denuncia sociale e politica, da sempre parte integrante della sua natura espressiva. La lettera degli artisti sottolinea che "la marea sta cambiando nel mondo del cinema internazionale", molti festival cinematografici internazionali hanno aderito a un boicottaggio culturale di Israele, tra cui il festival del documentario di Amsterdam, il Film Fest Gent e il BlackStar Film Festival negli Stati Uniti. Inoltre, "più di 5.000 lavoratori del cinema, incluse figure di primo piano di Hollywood e del panorama internazionale", avrebbero annunciato il loro rifiuto di lavorare con "compagnie e istituzioni cinematografiche israeliane complici".

Di fronte al crescente clamore online contro il festival, la direttrice del Berlinale Tricia Tuttle ha diffuso una dichiarazione per respingere le accuse di soffocamento della libertà di espressione. "La libertà di parola sta accadendo al Berlinale", ha affermato, proseguendo con una riflessione sulle aspettative contraddittorie che gravano sugli artisti: "Sempre più spesso, ci si aspetta che i filmmaker rispondano a qualsiasi domanda venga loro posta. Vengono criticati se non rispondono. Vengono criticati se rispondono e non ci piace quello che dicono. Vengono criticati se non riescono a condensare pensieri complessi in brevi dichiarazioni quando gli viene messo un microfono davanti pensando di parlare d'altro. Gli artisti non dovrebbero essere obbligati a commentare tutti i dibattiti più ampi sulle pratiche passate o presenti di un festival sulle quali non hanno alcun controllo".

La controversia al Berlinale rappresenta un momento di svolta per i grandi festival cinematografici, chiamati a prendere posizione su questioni geopolitiche che dividono profondamente l'opinione pubblica e il mondo della cultura. La tensione tra libertà di espressione artistica, responsabilità istituzionale e pressioni politiche sta ridefinendo il ruolo stesso di questi eventi, trasformandoli da semplici vetrine cinematografiche in arene di dibattito pubblico su temi che vanno ben oltre lo schermo.

Fonte / THR
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