Addio al leggendario Robert Duvall: 7 nomination agli Oscar e una carriera senza pari nel cinema
Robert Duvall è morto a 95 anni. Addio all'attore premio Oscar di Apocalypse Now, Il Padrino e Tender Mercies. Un'eredità cinematografica straordinaria.
Il cinema mondiale perde uno dei suoi interpreti più straordinari. Robert Duvall, attore dallo sguardo penetrante e dalla presenza magnetica che ha attraversato oltre sei decadi di storia cinematografica, si è spento oggi, lunedì 16 febbraio 2026, nella sua proprietà in Virginia, circondato dall'affetto dei suoi cari. Aveva 95 anni e lascia un'eredità artistica che pochi possono vantare: sette nomination agli Oscar, una statuetta vinta, e una galleria di personaggi indimenticabili che hanno definito intere generazioni di spettatori.
La carriera di Duvall è un viaggio attraverso il meglio del cinema americano. Tutto inizia nel 1962 con Il buio oltre la siepe, dove interpreta Boo Radley, il misterioso recluso che non pronuncia una sola battuta ma che rimane impresso nella memoria di chiunque abbia visto il film. Fu Horton Foote, lo sceneggiatore, a raccomandarlo personalmente per quel ruolo dopo averlo visto a teatro a New York. Foote diventerà una figura centrale nella vita professionale di Duvall, scrivendo per lui le sceneggiature di Tender Mercies e Tomorrow, due pellicole che mostrano la sua capacità di incarnare l'America rurale e dimenticata con una verità straziante.
Poi arriva Apocalypse Now nel 1979, e con esso una delle scene più iconiche della storia del cinema. Il tenente colonnello Kilgore, con il suo cappello da cavalleria e la sua ossessione per il surf, pronuncia la battuta che tutti conosciamo: "Adoro l'odore del napalm al mattino". La scena fu girata nelle Filippine in una sola, irripetibile ripresa. Duvall raccontò a Roger Ebert di aver saputo tramite interfono che i jet sarebbero stati disponibili solo per venti minuti. Nessun tempo per pensare, solo pura immersione nel personaggio. Il risultato è un Kilgore folle e affascinante, terrificante e quasi comico nella sua follia guerresca, un ritratto dell'assurdità della guerra che ha attraversato decenni senza perdere un grammo di potenza.
Duvall conquistò la sua unica statuetta agli Oscar nel 1983 per Tender Mercies, dove interpreta Mac Sledge, un cantante country alcolizzato in cerca di redenzione. La performance è di una sottigliezza disarmante: poche parole, sguardi che dicono tutto, canzoni country scritte e cantate da lui stesso. È il tipo di lavoro che sfugge ai riflettori ma che gli addetti ai lavori riconoscono come esemplare, una masterclass di recitazione che privilegia la verità emotiva all'esibizione.
Ma se dovessimo chiedere a Duvall quale fosse il suo ruolo preferito, la risposta sarebbe immediata: Augustus McCrae in Lonesome Dove, la miniserie CBS del 1989 tratta dal romanzo premio Pulitzer di Larry McMurtry. Duvall ottenne la parte quasi per caso, quando James Garner declinò perché non se la sentiva di cavalcare per ore. Lui invece era un cavaliere esperto, cresciuto trascorrendo le estati nel ranch dello zio in Montana. "Un giorno entrai nella sala costumi e dissi: ragazzi, stiamo facendo il Padrino dei western", raccontò a Stephen Colbert nel 2021. "Queste sono state le due cose più grandi dell'ultima parte del ventesimo secolo".
Augustus McCrae è un ex ranger del Texas, ironico, coraggioso, malinconico. È il West che svanisce, l'epopea che diventa memoria. Duvall porta in quel personaggio tutto il suo amore per l'America rurale, per i grandi spazi, per un certo tipo di mascolinità fatta di codici d'onore non detti e di silenzi eloquenti. La miniserie divenne un fenomeno culturale e rimane ancora oggi uno dei vertici del genere televisivo.
Gli anni Novanta e Duemila lo vedono ancora protagonista in una serie impressionante di film: l'avvocato spietato ma affascinante Jerome Facher in Azione civile, accanto a John Travolta; il patriarca texano in Wild Horses; il potente broker politico in Widows di Steve McQueen. Anche quando i ruoli si fanno più brevi, come i cameo in 12 Mighty Orphans e Hustle di Adam Sandler, Duvall porta sempre quella presenza, quella capacità di riempire lo schermo anche con pochi minuti di tempo.
Il suo contributo al cinema va oltre i premi e i riconoscimenti. Duvall ha rappresentato un certo tipo di attore americano: quello che non cerca la fama ma la verità, che non interpreta ma abita i personaggi, che considera la recitazione un mestiere nobile fatto di studio, osservazione, umiltà. In un'epoca in cui il cinema rischia di perdersi tra effetti speciali e franchise infiniti, la sua carriera ci ricorda che nulla può sostituire un grande attore che sa cosa farsene di una scena, di un silenzio, di uno sguardo.