Basta noia su Netflix: la serie ad alta tensione che sta scalando la Top 10
Una serie action su Netflix che rilancia Man on Fire con ritmo serrato e un protagonista più umano: spettacolo, tensione e qualche déjà-vu
C’è qualcosa di profondamente rischioso, quasi temerario, nel rimettere mano a un titolo come Man on Fire, soprattutto quando nella memoria collettiva aleggia ancora l’ombra granitica di Denzel Washington.
Yahya Abdul-Mateen II è John Creasy
Il nuovo volto di John Creasy è quello di Yahya Abdul-Mateen II, e la scelta, bisogna dirlo subito, è meno scontata di quanto sembri. Non cerca di imitare, non prova a raccogliere un’eredità impossibile: si muove su un terreno proprio, più fragile, più esposto.
Il suo Creasy è un uomo che non ha ancora deciso se vuole sopravvivere o semplicemente smettere di combattere. E questa ambiguità, almeno nelle prime puntate, funziona.
Ma è proprio nella gestione di questo materiale che si gioca la partita. Il primo episodio non perde tempo, non si concede esitazioni: esplode. Letteralmente. Sparatorie ravvicinate, corpi che cadono senza retorica, e una regia che sembra aver studiato con attenzione il manuale non scritto di John Wick.
Il problema, semmai, è che quel manuale lo hanno letto in troppi.
Un’azione che funziona, ma non sorprende
Dal punto di vista visivo, la serie è impeccabile. Non c’è molto da discutere: le sequenze d’azione sono pulite, leggibili, costruite per essere consumate con voracità. Ogni inseguimento, ogni irruzione, ogni combattimento ha il ritmo giusto per tenere lo spettatore incollato. Ma è proprio questa perfezione a lasciare una sensazione sottile di déjà-vu.
L’influenza del cinema action degli ultimi dieci anni è evidente, quasi dichiarata. Non c’è un vero scarto, un momento in cui la serie prova a uscire dal seminato. E quando lo fa, lo fa timidamente, come se temesse di perdere il pubblico lungo la strada.
Creasy, tra vendetta e bisogno di restare umano
Dove la serie prova davvero a distinguersi è nel trattamento del protagonista. Il Creasy di Abdul-Mateen II non è una macchina da guerra inarrestabile, né un angelo vendicatore. È un uomo che si muove per inerzia, trascinato più dagli eventi che da una reale volontà di giustizia.
Rispetto al romanzo di A. J. Quinnell, e soprattutto rispetto al film del 2004, il tono è meno cupo, meno disperato. Qui la violenza non è mai davvero definitiva, non lascia quella sensazione di vuoto che invece caratterizzava le versioni precedenti. È più digeribile, più televisiva. E forse è proprio questo il punto.
Un prodotto pensato per piacere (e si vede)
Ideata da Kyle Killen, la serie sembra sapere esattamente cosa vuole essere: intrattenimento ad alto tasso di adrenalina, senza troppe ambizioni autoriali. Strizza l’occhio a chi ha apprezzato prodotti come The Night Agent, costruendo un racconto che privilegia il ritmo rispetto alla profondità.
Alla fine, Man on Fire – Sete di Vendetta è una di quelle operazioni che non cambiano le regole del gioco, ma sanno muoversi bene dentro di esse. Non lascia il segno, forse, ma lascia compagnia. E in un catalogo che vive di velocità e attenzione breve, non è poco.
Foto copertina: dalla serie Netflix