C’è ancora domani, perché Delia e Ivano ballano durante la violenza: il significato nascosto della scena
Una delle sequenze più sorprendenti del film di Paola Cortellesi trasforma la violenza domestica in una danza inquietante. Dietro quei movimenti apparentemente surreali si nasconde il senso più profondo del rapporto tra Delia e Ivano.
Ci sono scene di film che rimangono impresse nella memoria, per una battuta, uno sguardo particolare, e nel caso di C'è ancora domani, esordio alla regia di Paola Cortellesi, uscito nel 2023 per un ballo apparentemente "fuori contesto". Delia e Ivano, interpretati dalla stessa Cortellesi e da Valerio Mastandrea, si muovono a ritmo di musica sulle note di una celebre canzone di Mina, in una sequenza che dovrebbe essere una delle tante aggressioni domestiche subite dalla donna. È una scelta straniante, quasi surreale, soprattutto perché arriva all'interno di un film che per gran parte del tempo mantiene un'impronta realistica e fortemente legata alla Roma del dopoguerra. Ma proprio quella trasformazione permette alla regista di raccontare la violenza in un modo diretto.
Ivano la umilia, la controlla e la picchia. Delia ha imparato a convivere con quelle aggressioni al punto che la violenza sembra essere diventata una componente ordinaria della sua esistenza. Anche la figlia Marcella comincia però a rendersi conto di ciò che accade e teme che il matrimonio possa diventare per lei una trappola simile. Intanto Delia riceve una misteriosa lettera e sembra prepararsi a lasciare Roma insieme a Nino, un uomo che aveva amato in passato. Il film conduce così lo spettatore verso una possibile fuga, ma il significato di quella lettera e il vero obiettivo della protagonista emergeranno soltanto nel finale.
Ma perché la violenza diventa un ballo? È proprio qui che si trova una delle intuizioni più interessanti di Cortellesi. Quando Ivano aggredisce Delia, la scena cambia registro: i gesti della violenza vengono sincronizzati con la musica e diventano una sorta di danza. La canzone scelta è “Nessuno”, nella versione interpretata da Petra Magoni e Ferruccio Spinetti. È un brano che normalmente associamo a un sentimento amoroso, ma qui assume un'atmosfera completamente diversa: Cortellesi ha raccontato che proprio questa interpretazione, caratterizzata da sonorità più dolorose, le ha suggerito l'idea della sequenza. Lo scopo è volutamente disturbante: ciò che vediamo non è una vera danza, naturalmente, ma la rappresentazione di qualcosa che per Delia è diventato un rituale.
La regista ha spiegato di aver voluto sottolineare soprattutto gli effetti psicologici di una violenza sistematica e quotidiana, evitando che la macchina da presa trasformasse l'aggressione in uno spettacolo da osservare. È una scelta importante perché cambia completamente il punto di vista dello spettatore. Non siamo invitati a guardare “quanto forte” Ivano colpisca Delia. Siamo portati invece a comprendere che quelle botte fanno parte di un meccanismo molto più ampio. Il gesto diventa quindi ripetitivo proprio come una coreografia imparata a memoria.
C'è poi un'altra lettura possibile. Il ballo suggerisce che Delia e Ivano siano intrappolati in una sequenza di gesti che si ripete continuamente. Lui aggredisce, lei subisce, la tensione si allenta e la vita quotidiana ricomincia. Poi tutto torna da capo. Non è dunque una danza di coppia, ma una coreografia imposta dalla violenza. Il significato diventa ancora più evidente perché, nel film, momenti di brutalità e momenti apparentemente normali convivono. La violenza non occupa necessariamente ogni minuto della relazione: proprio questa alternanza contribuisce a renderla una prigione difficile da spezzare. La scena del ballo racchiude così in pochi minuti l'intero rapporto tra i due personaggi. Una relazione nella quale l'abuso è diventato una consuetudine, quasi una sequenza di passi già conosciuti.