C'era una volta in America, il finale spiegato: cosa significa davvero l'ultimo sorriso di Robert De Niro?
Cosa significa il misterioso finale di C'era una volta in America? Dal sorriso di Noodles al destino di Max, tutte le interpretazioni del capolavoro di Sergio Leone.
Ci sono film che finiscono quando scorrono i titoli di coda e altri che continuano a vivere nella mente degli spettatori, alimentando dubbi e interpretazioni anche a distanza di decenni. C'era una volta in America appartiene senza dubbio alla seconda categoria, perché Sergio Leone ha scelto di concludere il suo ultimo capolavoro con una sequenza tanto affascinante quanto enigmatica. Il sorriso di Robert De Niro, la misteriosa scomparsa di Max e quel ritorno improvviso al passato hanno dato vita a una delle discussioni più longeve della storia del cinema. Ma cosa succede davvero nel finale del film e perché quella scena potrebbe cambiare il significato dell'intera storia?
Attenzione: da questo momento l'articolo contiene spoiler sul finale di C'era una volta in America. Per comprendere l'epilogo bisogna tornare al 1933, quando Noodles, convinto di aver provocato involontariamente la morte dei suoi amici dopo aver informato la polizia di un colpo imminente, è costretto a fuggire. Il suo tentativo di impedire a Max di portare a termine un piano estremamente pericoloso sembra essersi trasformato in una tragedia. La banda è stata distrutta e Noodles rimane solo, tormentato dal senso di colpa.
La storia compie quindi un salto in avanti di 35 anni. Nel 1968, ormai anziano, Noodles torna a New York dopo aver ricevuto una misteriosa lettera. Scopre che i resti dei suoi vecchi compagni sono stati trasferiti in un mausoleo e che qualcuno sembra conoscere dettagli del suo passato che avrebbe preferito dimenticare. Le indagini lo conducono infine alla residenza di Christopher Bailey, un potente uomo politico che nasconde un'identità sconvolgente: è proprio Max, l'amico che Noodles credeva morto da decenni.
Per questo chiede a Noodles di ucciderlo, presentando la propria morte come un modo per saldare definitivamente i conti con il passato. Noodles, però, si rifiuta di sparare ed anzi continua a rivolgersi all'uomo chiamandolo signor Bailey, quasi volesse negare che davanti a lui ci sia davvero Max. Per il protagonista, l'amico è morto molti anni prima e nessuna confessione può restituirgli il tempo perduto. È un passaggio fondamentale, perché Noodles non sceglie semplicemente di rinunciare alla vendetta. Decide anche di non permettere a Max di stabilire ancora una volta le regole della loro relazione.
Dopo aver trascorso gran parte della propria vita schiacciato dal rimorso, rifiuta di diventare lo strumento attraverso il quale l'ex amico vorrebbe concludere la propria storia, ma è proprio quando Noodles abbandona la villa che Sergio Leone introduce il primo grande mistero del finale. All'esterno dell'edificio, il protagonista nota una figura che sembra essere Max. Poco dopo passa un camion della nettezza urbana e, quando il veicolo si allontana, l'uomo è scomparso. L'inquadratura insiste sul meccanismo di compattazione dei rifiuti, suggerendo una possibilità inquietante: Max potrebbe essersi gettato nel camion, togliendosi la vita. Eppure, il film non mostra mai esplicitamente la sua morte.
Ad ogni modo, il vero colpo di scene arriva negli ultimissimi secondi, quando dopo la sequenza ambientata nel 1968, il film torna improvvisamente al 1933. Noodles è nuovamente giovane e si trova nella fumeria d'oppio cinese dove aveva cercato rifugio dopo la presunta morte dei compagni. Si sdraia, fuma e rivolge alla macchina da presa un sorriso enigmatico, destinato a diventare una delle immagini più celebri della carriera di Robert De Niro. Perché sorride? E soprattutto, perché Leone decide di chiudere il film tornando indietro di 35 anni, proprio nel momento in cui tutto sembrava finalmente essere stato chiarito? La spiegazione più affascinante è anche quella che mette maggiormente in discussione ciò che abbiamo appena visto: l'intera vicenda ambientata nel 1968 potrebbe non essere mai accaduta.
Secondo questa interpretazione, Noodles non avrebbe realmente vissuto il ritorno a New York, l'incontro con Deborah e la scoperta della vera identità di Bailey. Tutto sarebbe invece una visione provocata dall'oppio, una fantasia attraverso la quale il protagonista immagina un futuro capace di alleviare il peso insopportabile della propria colpa. In questa ricostruzione, Max non sarebbe necessariamente sopravvissuto. Sarebbe stato Noodles a inventare inconsciamente una storia nella quale il suo migliore amico non è morto per colpa sua, ma è diventato un traditore che ha ingannato tutti per inseguire il potere. Il senso di colpa si trasformerebbe così in un'altra forma di sofferenza, forse più facile da sopportare: quella di essere stato tradito.
Esistono infatti anche elementi che rendono problematica la teoria. Le sequenze del 1968 contengono riferimenti culturali e storici che un uomo del 1933 difficilmente avrebbe potuto conoscere, dalla musica alle trasformazioni della società americana. Se tutto fosse davvero un sogno, bisognerebbe accettare che Noodles abbia immaginato dettagli appartenenti a un futuro ancora lontano. Ma forse cercare una spiegazione completamente razionale significa affrontare il film nel modo sbagliato. C'era una volta in America non racconta il passato come una successione ordinata di avvenimenti, ma come un insieme di ricordi che continuano a sovrapporsi, contraddirsi e trasformarsi.
Il tempo non procede mai in maniera lineare, proprio perché la memoria di Noodles non funziona come un archivio affidabile. Alcuni momenti vengono idealizzati, altri rimossi, altri ancora diventano impossibili da distinguere dalle fantasie. In quest'ottica, il sorriso conclusivo potrebbe rappresentare un momento di evasione dalla realtà, ma anche l'ultimo tentativo di un uomo disperato di trovare rifugio in un passato che non può più cambiare. C'è poi una lettura ancora più malinconica. Se gli eventi del 1968 fossero reali, quel sorriso del 1933 assumerebbe un significato tragico: lo spettatore conoscerebbe già tutto ciò che attende Noodles.
La domanda più importante riguarda ciò che il protagonista è disposto a credere pur di continuare a vivere con se stesso. Il finale di C'era una volta in America non offre una verità definitiva perché racconta un uomo che, forse, quella verità non è mai stato capace di affrontarla. E quando il volto di De Niro si illumina in quell'ultimo sorriso, Sergio Leone lascia lo spettatore davanti a un dubbio che nessuna spiegazione potrà cancellare del tutto: abbiamo assistito alla vita di Noodles oppure alla storia che Noodles ha inventato per riuscire a sopportarla? È questa ambiguità a rendere il capolavoro del 1984 ancora così affascinante. Perché a volte il ricordo più difficile da abbandonare non è quello di ciò che è realmente accaduto, ma quello di ciò che avremmo voluto fosse successo.