Clint Eastwood: "So di cosa parlo quando dico di non fidarsi di nessuno in un film italiano"

Tre film, tre set pericolosi, un'amicizia nata per caso e una frase rimasta nella storia. Il racconto del rapporto più produttivo — e più tormentato — tra Hollywood e il cinema italiano

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Quindici mila dollari, un poncho e nessuna idea di cosa stesse succedendo

Era il 1964 quando un giovane attore americano atterrò in Italia con il cattivo gusto negli abiti — parole di Leone stesso, che lo andò a prendere all'aeroporto — e con aspettative molto basse. Clint Eastwood era stato ingaggiato per Per un pugno di dollari per una ragione essenzialmente economica: chiedeva 15.000 dollari, la metà di quello che guadagnava in televisione con Rawhide, e duemila in meno rispetto a James Coburn, l'attore che Leone avrebbe preferito ma che costava troppo. La CBS avrebbe voluto impedirgli di accettare, invocando una clausola contrattuale, ma Eastwood si impuntò. Lo spinse a partire soprattutto la curiosità di visitare l'Europa con la moglie, con il viaggio pagato dalla produzione, il rischio artistico sembrava minimo perché, come ragionò lui stesso, nessuno fuori dall'Europa avrebbe mai visto il film.

Sul set di Per un pugno di dollari, girato in Spagna tra attori italiani, spagnoli, tedeschi e greci, la comunicazione avveniva tramite interpreti e a gesti, perché Leone non parlava inglese e Eastwood non parlava italiano. Eastwood ricordava così una mattina di riprese: "Passai tutta la mattinata a strascicare i piedi nella polvere aspettando che il regista e la troupe la smettessero di discutere. Parlavano solo in spagnolo e in italiano e io non capivo una parola." Il film fu un successo planetario che nessuno aveva previsto, compreso Eastwood. Con il compenso di quei tre film italiani, nel 1967 fondò la Malpaso Productions, la casa di produzione che da allora ha prodotto quasi tutta la sua filmografia. Il cinema italiano lo rese ricco e famoso. Il cinema italiano, però, aveva anche i suoi lati oscuri e Eastwood li imparò sulla propria pelle.


La frase che nacque da un'esplosione quasi fatale

Il set de Il buono, il brutto, il cattivo e la sicurezza inesistente

Il terzo capitolo della trilogia, girato nel 1966, era un'impresa da un milione di dollari di budget — cifra enorme per gli standard dello spaghetti western — con tre protagonisti, scenografie costruite da soldati spagnoli in servizio di leva e una serie di incidenti che avrebbero potuto trasformarsi in tragedie. La scena più pericolosa fu quella del ponte sul fiume, che nella storia doveva essere fatto saltare in aria. Il primo brillamento fallì — la detonazione fu troppo debole — e i militari spagnoli dovettero ricostruire il ponte in una notte per ripetere l'esplosione il giorno seguente. La seconda detonazione riuscì, ma con una violenza che nessuno aveva calcolato: un grosso frammento di pietra proiettato dall'esplosione passò a meno di un metro dalla testa di Eastwood, come si può ancora vedere chiaramente rivedendo la sequenza. Eastwood commentò lapidario: "Se io e Wallach ci fossimo trovati nel punto stabilito da Leone, con tutta probabilità ora non sarei qui a raccontarvelo." Fu lui stesso a insistere per adottare una posizione più sicura prima che la macchina da presa girasse.

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L'avvertimento a Wallach

Eli Wallach — al suo primo film con Leone, nel ruolo del bandito Tuco — stava imparando a proprie spese quanto le produzioni italiane dell'epoca avessero un'idea piuttosto elastica delle norme di sicurezza sul set. Nel corso delle riprese rischiò la vita in almeno due occasioni: una volta per un problema con il cavallo sul quale era montato con una corda al collo, e un'altra per la scena del ponte. Fu proprio quell'accumulo di episodi a strappare a Eastwood la frase più citata di tutta la sua esperienza italiana: consigliò all'amico appena arrivato di "non fidarsi mai di nessuno in un film italiano". Non era una battuta. Era il distillato di tre anni di set caotici, incomprensioni linguistiche, sigaretti non richiesti e detonazioni troppo vicine alla testa. Eppure Wallach, che era un tipo estroverso e alla mano — l'esatto opposto del riservato Eastwood — si adattò al caos italiano meglio di chiunque altro, e i due divennero amici stretti per il resto della vita. Quarant'anni dopo, Eastwood lo chiamò per un cameo in Mystic River.


La rottura con Leone e l'addio definitivo all'Italia

Eastwood non era soddisfatto del copione del terzo film fin da quando lo lesse. Per la prima volta nella trilogia doveva dividere il protagonismo con altri due attori, e il personaggio di Tuco — costruito attorno al talento comico di Wallach — stava chiaramente prendendo il sopravvento sulla scena. Ci vollero due giorni di trattative e un'offerta da 250.000 dollari più il dieci percento dei profitti per convincerlo ad accettare. La critica dell'epoca notò che recitò svogliatamente — e probabilmente aveva ragione. Il rapporto con Leone si deteriorò definitivamente, e i due non si parlarono per circa vent'anni, fino a una cena a Roma nel 1988 durante la quale Leone, pochi mesi prima di morire di infarto, abbassò la guardia e chiamò Eastwood per chiarirsi. Quanto al Leone che lo aveva definitivamente consacrato dandogli quella carriera, Eastwood riconobbe sempre il debito: "Leone ha cambiato il western, e mi ha insegnato a essere un attore migliore." Poi aggiunse, con la sua tipica economia di parole: "Sergio in realtà non sapeva nulla sul West. Era solo un bravo regista." Due frasi che dicono tutto sull'Italia, su Leone, e su Clint Eastwood.


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