Come ha fatto la pelle di Margot Robbie a finire sulla carta da parati in "Cime Tempestose"
Nel nuovo adattamento di "Cime Tempestose" firmato da Emerald Fennell, la (vera) pelle di Margot Robbie è finita sulla carta da parati di Thrushcross Grange
Se il cinema di Emerald Fennell fosse uno stato della materia, sarebbe indubbiamente quello liquido. O meglio, viscoso. La regista premio Oscar aveva già scosso le fondamenta del decorum britannico con il feticismo di Saltburn e torna a profanare il canone letterario con una rilettura di Cime tempestose che mette (in parte) in un angolo la brughiera romantica per dare risalto a una vera e propria anatomia del desiderio.
Più che negli oscuri meandri del romanzo vittoriano di Emily Brontë, qui siamo in una sorta di incubo sensoriale dove la scenografia, da semplice sfondo, diventa carne viva. Letteralmente.La pelle di Margot Robbie sui muri di Thrushcross Grange
Il dettaglio che sta facendo impazzire il web riguarda la camera da letto della protagonista Cathy a Thrushcross Grange. Per rendere l’idea che le pareti fossero un’estensione della protagonista, il team creativo ha fatto qualcosa di folle: ha chiesto a Margot Robbie delle foto ad altissima risoluzione della sua pelle.
Hanno stampato i dettagli dei suoi pori, delle sue vene e della grana della sua epidermide su pannelli di lattice e tessuto, rivestendo l'intera stanza. "Volevamo che l'ambiente sembrasse vivo", ha spiegato la Davies. Hanno persino pensato di mettere un ombelico scultoreo sopra il camino, ma a quanto pare anche per la Fennell c'è un limite al "troppo strano". Ed ecco che sullo schermo ci è apparso un nido di velluto rosa carne che sembra respirare insieme all'attrice.
“Cime Tempestose” è un monumento al brutalismo umido. Fennell ha imposto una regola ferrea, ogni superficie doveva apparire riflettente, bagnata, febbricitante. Non c'è traccia della secchezza polverosa dei classici drammi in costume.Grazie a complessi sistemi di drenaggio nascosti sotto il set, l’acqua percola dalle pareti rocciose fin dentro le stanze, saturando l’atmosfera di un’umidità che pare trasudare dagli attori stessi. Persino gli elementi decorativi partecipano a questo sabba visivo: centinaia di calchi di mani umane emergono dai soffitti e dai caminetti, come desideri repressi che tentano di farsi spazio nella materia. È un massimalismo che vuole restituire un senso di angoscia viscerale. La stessa dei protagonisti.
L’iperbole del declino
E per chiudere in bellezza (o in rovina), c’è la gestione del degrado del signor Earnshaw. Dove un altro regista avrebbe messo qualche bottiglia vuota in un angolo, la Fennell ha preteso una "montagna di vetro". Una torre di bottiglie alta tre metri che incombe sul personaggio, illuminata per sembrare un ghiacciaio di alcol.
Con questa versione di Cime Tempestose, Fennell ci ha confermato la sua capacità di ribaltare il "period drama" tradizionale, lo trasforma abilmente in un'esperienza sensoriale ai limiti del perturbante. Qui il gotico è di pelle, vene e secrezioni. È un'opera che vuole disturbare, che ti si appiccica addosso come una camicia bagnata in una notte di brughiera.
Rimane il sospetto che, dietro questa montagna di bottiglie e pareti epidermiche più che il battito del cuore di Heathcliff e Catherine ci sia il riflesso narcisista di un cinema che preferisce scioccare i sensi piuttosto che scuotere l'anima.
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