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Dolph Lundgren è un genio certificato: la vera storia della star di Rocky in una scena di I Mercenari 2

Dolph Lundgren ha davvero una laurea in ingegneria chimica e un master. Scopri come il suo vero curriculum è finito in I Mercenari 2 e la storia dietro Gunner Jensen.

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C'è una scena in I Mercenari 2 che ha il sapore agrodolce dell'ironia cinematografica. L'intero gruppo di mercenari si ritrova appoggiato al bancone di un bar, bicchieri di whisky e battute che volano come proiettili. Ed è lì che scopriamo il passato di Gunner Jensen, il personaggio interpretato da Dolph Lundgren. Con sorpresa generale, veniamo a sapere che sotto quei muscoli da culturista e dietro quella faccia da duro si nasconde un genio certificato: laurea in ingegneria chimica al Royal Institute of Technology di Stoccolma, master all'Università di Sydney, e una borsa di studio Fulbright per il Massachusetts Institute of Technology che ha rifiutato per diventare guardia del corpo. La parte migliore di questa storia? Non è finzione hollywoodiana. È la vera biografia di Dolph Lundgren.

In un'intervista rilasciata in occasione dell'uscita del sequel di I Mercenari, l'attore svedese ha raccontato la genesi di questa scelta narrativa e come il suo passato accademico continui a sorprendere chiunque lo conosca solo attraverso i suoi ruoli action. L'idea di inserire il suo vero curriculum nel personaggio è venuta direttamente a Sylvester Stallone, a poche settimane dall'inizio delle riprese. Una mossa che Lundgren ha accolto con entusiasmo, dopo venticinque anni passati a interpretare, come lui stesso ammette ridendo, "idioti che sparano alla gente". Il percorso per arrivare al secondo capitolo della saga non è stato però lineare. Lundgren ha confessato senza mezzi termini che la prima versione della sceneggiatura non lo convinceva affatto. "Era piatta", ha dichiarato. Così tanto che aveva seriamente pensato di non tornare per il sequel. Ma Stallone ha rimesso mano al copione, arricchendo il personaggio di Gunner con nuovi spunti e quella rivelazione biografica che trasforma un semplice mercenario in qualcosa di più complesso e stratificato.

Il personaggio di Gunner, già nel primo film, si distingueva dalla massa di eroi e cattivi monodimensionali che popolano il genere action. È un uomo a metà strada, imprevedibile, con una vena di instabilità che ribolle sotto la superficie. Nel primo film lo vediamo perdere completamente il controllo, ubriaco e aggressivo, tanto da venire allontanato dal gruppo. Nel sequel, pur avendo ritrovato un equilibrio, quella follia latente continua a pulsare, pronta a esplodere. È proprio questa ambiguità a renderlo interessante, a farlo uscire dagli schemi rigidi del genere. Lundgren ha trovato in questa dualità uno spazio creativo stimolante. Poter passare da un estremo all'altro, dall'intellettuale brillante al guerriero fuori controllo, è esattamente quella "magia del cinema" che rende il mestiere dell'attore affascinante. E apre naturalmente la strada a nuove storie su Gunner, un personaggio che ha ancora molto da raccontare.

La reazione delle persone quando scoprono il suo background accademico è sempre la stessa: incredulità mista a imbarazzo. "Ovvio che non ti vedano come un intellettuale quando ti hanno visto sparare in giro per venticinque anni", scherza l'attore. Eppure, questo contrasto tra immagine pubblica e realtà personale è qualcosa che Lundgren ha imparato ad accettare, e ora persino a giocarci su. Inserire il suo vero curriculum vitae in I Mercenari 2 è stato un modo per mostrare finalmente un po' di sé, per uscire dalla gabbia dello stereotipo. La preparazione originale per il sequel prevedeva una storia romantica tra Gunner e un personaggio femminile, con scene ambientate a Hong Kong. Ma le complicazioni logistiche hanno fatto saltare quel piano. Impossibile girare a Hong Kong, spostamento a New Orleans, attrice non disponibile: il castello di carte è crollato. Da quella situazione potenzialmente frustrante, Stallone ha estratto oro narrativo, trasformando un problema di produzione in un'opportunità per approfondire il personaggio in modo inaspettato.

Durante le riprese, Lundgren ha lavorato a stretto contatto con il regista Simon West, subentrato a Stallone dietro la macchina da presa. Il passaggio da un regista all'altro ha portato naturalmente cambiamenti di atmosfera e approccio. Con Stallone alla regia nel primo film c'era una comprensione quasi telepatica, dettata dalla lunga amicizia e dal fatto che Sly conoscesse intimamente tutti i personaggi. West ha portato una visione fresca, un occhio esterno che ha saputo mantenere lo spirito del franchise aggiungendo però il suo tocco personale. Molte delle idee pazze e divertenti che Stallone aveva scritto per Gunner non sono finite nel montaggio finale. Alcune non sono state nemmeno girate. Ma quelle che sono rimaste mantengono intatta quella qualità fuori dalle righe, che rende il personaggio così diverso dagli altri. Gunner è "un po' fuori", come dice lo stesso Lundgren, ed è proprio questa stranezza controllata a renderlo memorabile in un cast affollato di leggende dell'action.

La pressione di lavorare a un sequel con una fanbase già consolidata è qualcosa che l'attore ha sentito su due livelli. C'è la pressione generale del successo commerciale, il timore di deludere il pubblico che ha amato il primo film. Ma c'è anche una pressione personale e artistica: il primo I Mercenari gli aveva dato l'opportunità di interpretare un personaggio divertente e complesso in una grande produzione, un lusso raro per chi lavora nel cinema d'azione. Doveva essere all'altezza di quella promessa, rendere Gunner ancora più interessante senza semplicemente ripetere ciò che aveva già fatto. Negli ultimi decenni, Lundgren ha assistito a un'evoluzione radicale nel genere action. Gli anni Ottanta e Novanta erano dominati da eroi solitari, fisici imponenti, storie lineari di vendetta e giustizia. Oggi il pubblico chiede complessità, ironia, consapevolezza.

I Mercenari riesce a cavalcare questa transizione, celebrando nostalgicamente il cinema d'azione vecchia scuola mentre introduce elementi moderni: ensemble cast, autoironia, metacinema. Il riferimento al vero background di Lundgren è perfetto esempio di questa stratificazione: un omaggio alla persona reale dietro l'icona, un modo per dire al pubblico che c'è sempre più di quanto appare. La carriera di Dolph Lundgren è stata costruita su paradossi. Un uomo che ha studiato ingegneria chimica ma è diventato famoso prendendo a pugni Sylvester Stallone in Rocky IV. Un intellettuale con una borsa di studio per il MIT che ha scelto di proteggere Grace Jones come bodyguard, finendo poi per sposarla. Un attore che ha interpretato decine di personaggi violenti e primitivi pur essendo uno dei pochi veri scienziati a Hollywood.

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