Due capolavori di Nanni Moretti stanno per tornare al cinema (è l'occasione giusta per recuperarli)
Cat People sta riportare in sala, in versione restaurata, due capolavori della filmografia di Nanni Moretti: ovvero Bianca e La messa è finita.
Ci sono autori che raccontano il proprio tempo. E poi ci sono autori che il proprio tempo lo inventano. Nanni Moretti appartiene a questa seconda specie rarissima: quella dei cineasti che hanno trasformato il linguaggio quotidiano in immaginario collettivo, il nevrotico privato in gesto politico, la confessione in rito nazionale. I suoi film come un lessico, una temperatura emotiva, un modo di attraversare la realtà che ha lasciato un segno profondo nell’immaginario contemporaneo.
Quando si pensa all’Italia tra la fine degli anni Settanta e l’inizio dei Novanta, Moretti emerge come una figura inevitabile: intellettuale popolare e anti-popolare insieme, corpo estraneo e specchio fedelissimo del Paese. Ha raccontato la borghesia mentre smarriva i propri codici morali, l’individuo urbano prima che arrivassero i social a trasformare ogni nevrosi in performance permanente.
Oggi, nell’epoca dell’iper-esposizione e della parola consumata in tempo reale, il cinema di Moretti conserva qualcosa di quasi scandaloso: il pensiero. I suoi personaggi parlano per capire, discutono per sopravvivere, si agitano dentro un’etica dello sguardo che appartiene sempre meno al presente. Eppure proprio per questo restano contemporanei. Perché dentro quelle ossessioni, quelle manie linguistiche, quei silenzi improvvisi, continua a esserci il ritratto di un’Italia incapace di smettere di interrogarsi su identità, desiderio, appartenenza.
(RI)VEDERE BIANCA E LA MESSA È FINITA
Del profano e poi del sacro, del dolore e della (ricerca di) redenzione, del futuro e del passato: il sasso lanciato (Bianca) e la mano nascosta, con pudore (La messa è finita). Superati da poco i trent’anni, Nanni Moretti realizza due opere definibili facilmente come complementari, rovesci di un’unica palese e ossessiva perlustrazione della morale (personale e ambigua, sempre), o perlomeno di una centratura dell’ego che, a debita distanza, ci appaiono non solo come semplicemente iconiche (facile, comodo, funzionante, effettivo da dire) ma come film capaci di rendere immortali e variegate determinate sensazioni senza nome, lì nel chiaroscuro di un sarcasmo dolceamaro che mette insieme autocompiacimento e riservatezza, comicità pura e paura.
Senza autoindulgenza alcuna, stringe tra i denti di un personalissimo smarrimento - legato a un autore e a un preciso momento storico - che, proprio in questa sua unicità, rimbomba adesso come senza tempo. E se pensiamo che la concretezza sovraccarica stimoli che abitiamo oggi inizia, per molti versi, proprio in quel periodo, eccoci sempre qui: a spiare le vite degli altri attraverso una siepe mentre goffamente proviamo a copiarli, al contempo disprezzando e amando, criticando nelle minuzie, per poi abbuffarci di musica a tutto volume e cioccolata. È questa la forza di Bianca, film fatto di acuminate frecce visive, verbali e musicali, tra apparenti divagazioni, facendo a pezzi il mondo senza pretendere di capirlo, ma provando a cucirsene un po’ addosso. Come esplodendo a furia di guardarsi dentro.
Se il Michele Apicella di Bianca va là fuori, nel mondo, guardando quindi al futuro, il don Giulio de La messa è finita torna a casa, verso quello che dovrebbe essere un luogo familiare e di pace. invece, tutto è sgretolato. Amori rotti, amici dispersi, percorsi estranei, frammenti di gioventù sparpagliati. Tutto è più sommesso, arrotondato, morbido. Abbondano le inquadrature di spalle. Ancora una volta, si tratta di provare ad afferrare le vite degli altri e, in qualche modo, volerle adattare alla propria visione. E se in Bianca tutto era lontano e “troppo avanti”, In La messa è finita è tutto ormai indietro. Ma è sempre spazio cinematografico per lo sberleffo e l’ironia, l’ondeggiare ballando tra un momento di quiete e uno di disperazione, accettando che il mondo va avanti e tutti esistono anche senza la nostra rabbia, la nostra attenzione, le nostre battute.
Michele Apicella, un giovane professore di matematica, si stabilisce nella nuova casa romana, dove fa la conoscenza del vicinato, una coppia alle prese con la routine quotidiana ed un simpatico e maturo amante della vita. Solitario, igienista, ossessivo, la sua passione nel tempo libero è l'osservazione dei comportamenti dei propri amici, in particolare delle coppie, di cui analizza e raccoglie meticolosamente i risultati in uno schedario. Nel frattempo nel nuovo istituto dove va ad insegnare, fa la conoscenza di Bianca, professoressa di francese, con cui tenta una relazione sentimentale.
LA MESSA è FINITA - SINOSSI
Orso d’argento al Festival di Berlino 1985.