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Dune 3, il production designer sgancia la bomba: "Abbiamo sepolto un'astronave da 55 tonnellate"

Dune 3: astronave da 55 tonnellate sepolta nella sabbia nera per la scena d'apertura. Patrice Vermette svela i segreti della produzione del film di Villeneuve.

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Patrice Vermette, il production designer che ha dato forma visiva all'universo di Dune, non usa mezzi termini quando parla del terzo e ultimo capitolo della saga diretta da Denis Villeneuve. "Sarà uno spettacolo colossale", promette. E se pensate che sia solo retorica promozionale, preparatevi a ricredervi. Per realizzare la sequenza d'apertura di Dune: Parte Tre, in uscita il 18 dicembre, Vermette e il suo team hanno letteralmente sepolto un'astronave da 55 tonnellate in una distesa di sabbia nera. "Era un'idea folle", ammette il production designer durante la conversazione al SCAD Savannah Film Festival, dove ha ricevuto il Creative Impact Award di Variety. Ma è proprio questo tipo di follia visionaria che ha reso i primi due capitoli di Dune dei capolavori visivi. E per il gran finale, Villeneuve ha dato a Vermette una sola direttiva: non ripetere mai i set già visti.

La sequenza d'apertura del film è un concentrato di ambizione tecnica e artistica. Le illustrazioni preparatorie di Vermette mostravano un'immensa distesa di sabbia nera sotto attacco, con astronavi che bombardano un pianeta. Ma portare quella visione sullo schermo ha richiesto un'ingegneria da far tremare i polsi. L'équipe ha costruito una singola astronave visibile sia all'interno che all'esterno a 360 gradi, del peso di 55 tonnellate. Questa struttura mastodontica doveva essere interrata, e l'intera scena si svolge sotto una pioggia battente. La logistica è stata un incubo calcolato al millimetro. Ogni due giorni, una gru gigantesca arrivava sul set per sollevare l'astronave durante il giorno. Il team aveva installato un sistema di pompaggio per rimuovere l'acqua accumulata, mentre spider rigs e touch spinners creavano gli effetti della pioggia torrenziale durante una grande sequenza di battaglia.

"I risultati ne valgono la pena", assicura Vermette con la soddisfazione di chi sa di aver creato qualcosa di mai visto prima. Il film riprende la storia 17 anni dopo gli eventi di Dune: Parte Due, con Timothée Chalamet che torna nei panni di Paul Atreides. Ispirato al romanzo Dune Messiah di Frank Herbert, il capitolo finale esplora le conseguenze del regno di Paul come imperatore. E se la produzione ha investito così tanto nella sola scena d'apertura, viene da chiedersi cosa ci aspetta nel resto del film. Vermette paragona il film ai fuochi d'artificio: "Sai quando vai a vedere i fuochi d'artificio e mettono tutto quello che hanno, e alla fine dicono 'Oh, abbiamo anche questo'? Sarà così". Una promessa che fa venire i brividi agli appassionati della saga.

La collaborazione tra Vermette e Villeneuve affonda le radici in un'amicizia di lunga data. I due condividevano la stessa cerchia di amici e avevano lavorato insieme su progetti commerciali all'inizio degli anni 2000, ma i loro impegni non si erano mai allineati per un lungometraggio. Fino a quando Jean-Marc Vallée comunicò a Vermette che Dallas Buyer's Club sarebbe stato posticipato di un anno. Villeneuve lo seppe e gli inviò un messaggio. "Quel messaggio ha cambiato la mia vita", ricorda Vermette. Il loro primo film insieme fu Enemy nel 2013, la prima pellicola in lingua inglese di Villeneuve. Da allora hanno collaborato su Sicario, Arrival e naturalmente sulla trilogia di Dune. Quando Villeneuve gli propose il progetto, Vermette sapeva quanto il libro di Herbert significasse per il regista. "Ha iniziato a fare storyboard quando aveva 15 anni. Sapeva esattamente dove voleva arrivare".

Il processo creativo dei due segue un motto preciso: "Sfidiamoci a vicenda. Rendiamo tutto diverso". Anche quando lavorano nello stesso universo narrativo, cercano continuamente di non ripetersi. "La cosa divertente del lavorare con Denis è che non vogliamo mai ripeterci", spiega Vermette. E questo principio si traduce in mondi completamente nuovi per ogni film. La filosofia di Vermette, forgiata attraverso tutte le collaborazioni con Villeneuve, è chiara: "Le cose devono avere una ragione per esistere. Che si tratti di Sicario, Enemy, Dune o Arrival, devono raccontare una storia. Se è un oggetto che esiste in questo mondo fantastico, deve essere radicato nella realtà".

Questo approccio richiede un lavoro collettivo intenso. Vermette sottolinea come il processo sia profondamente collaborativo, coinvolgendo tutti i capi dipartimento per risolvere insieme le sfide logistiche. Per esempio, realizzare il laboratorio su Arrakis ha richiesto una stretta collaborazione con il direttore della fotografia Greig Fraser e gli altri reparti per eseguire la scena senza trucchi con la luce solare. "La morale della storia: non rinunciare mai alle idee folli", conclude Vermette. E se questa è la filosofia che ha guidato la realizzazione di Dune: Parte Tre, gli spettatori possono aspettarsi qualcosa di davvero straordinario quando il film arriverà nelle sale a dicembre. Un finale che promette di essere all'altezza dell'eredità di Frank Herbert e della visione ossessiva di Denis Villeneuve, costruito letteralmente tonnellata dopo tonnellata.

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