È morto Béla Tarr, il regista ungherese che sfidò il pubblico con un film da sette ore e mezzo
È morto Béla Tarr, maestro del cinema d'autore ungherese. Il regista di Sátántangó, pioniere dello slow cinema, si è spento a 70 anni dopo lunga malattia.
Il cinema d'autore europeo ha perso uno dei suoi maestri più radicali e visionari. Béla Tarr, regista ungherese celebrato in tutto il mondo per la sua poetica apocalittica e per opere cinematografiche che hanno ridefinito i confini della settima arte, è morto oggi, martedì 6 gennaio 2026, all'età di 70 anni. L'annuncio è arrivato dalla European Film Academy, che ha confermato la scomparsa avvenuta quella stessa mattina dopo una lunga e grave malattia. In una nota ufficiale, l'accademia ha reso omaggio a un cineasta che non è stato soltanto un innovatore tecnico, ma una personalità dalla forte voce politica, rispettata dai colleghi e celebrata dal pubblico internazionale. La famiglia ha chiesto riservatezza in questi giorni difficili, chiedendo a stampa e pubblico di comprendere il momento di lutto privato.
Tarr è stato uno dei pionieri del cosiddetto "slow cinema", un movimento cinematografico che ha stravolto le convenzioni narrative tradizionali. I suoi film si distinguono per l'uso magistrale del bianco e nero, per inquadrature lunghissime e ininterrotte che sfidano la pazienza dello spettatore, per dialoghi ridotti all'osso e per una narrazione che rinuncia alle strutture classiche del plot. Al centro delle sue opere, la rappresentazione spesso cupa e desolata della vita quotidiana nell'Europa dell'Est, un ritratto impietoso ma poetico dell'esistenza umana. Il capolavoro che meglio incarna questa visione radicale è sicuramente Sátántangó, realizzato nel 1994. Con una durata di sette ore e mezzo, il film racconta la lotta per la sopravvivenza di un piccolo villaggio ungherese nel periodo successivo alla caduta del comunismo. Non è cinema per tutti, eppure proprio questa opera monumentale è diventata uno dei lavori più acclamati dalla critica nella filmografia di Tarr, un'esperienza cinematografica che richiede dedizione assoluta ma che ripaga con un'immersione totale in un mondo visivo e narrativo unico.
Oltre a "Sátántangó", Tarr ha firmato altri titoli fondamentali come Damnation (1988), un noir filosofico ambientato in una città industriale decadente, dove la pioggia incessante diventa metafora di un'esistenza senza via d'uscita. I suoi film sono stati proiettati nei festival più prestigiosi del mondo, da Cannes a Berlino, conquistando una nicchia di appassionati disposti a seguirlo nelle sue lunghe meditazioni visive sulla condizione umana. Il cinema di Béla Tarr non è mai stato facile né consolatorio. Le sue inquadrature che durano minuti, i suoi personaggi schiacciati dal peso dell'esistenza, i suoi paesaggi fangosi e desolati hanno creato un linguaggio cinematografico riconoscibile e inimitabile. Eppure, dietro l'apparente austerità formale, c'è sempre stata una profonda umanità, uno sguardo compassionevole verso gli ultimi, i dimenticati, coloro che vivono ai margini della storia.
La sua eredità artistica continuerà a influenzare generazioni di cineasti che cercano nel cinema non solo intrattenimento, ma un mezzo per esplorare le profondità dell'animo umano e le contraddizioni del nostro tempo. Tarr ha dimostrato che il cinema può essere lento, contemplativo, difficile, e proprio per questo necessario. In un'epoca dominata dalla velocità e dalla frammentazione dell'attenzione, le sue opere restano monumenti di resistenza culturale, testimonianze che l'arte può chiedere tempo, impegno, dedizione. Con la scomparsa di Béla Tarr, il cinema europeo perde non solo un regista tecnicamente straordinario, ma un pensatore visivo che ha usato la macchina da presa come strumento filosofico. La sua capacità di trasformare il quotidiano in epopea, la monotonia in poesia, la disperazione in bellezza formale rimarrà un punto di riferimento imprescindibile per chiunque creda nel cinema come forma d'arte capace di cambiare il nostro modo di vedere il mondo.