Euphoria tradisce sé stessa: la terza stagione delude critica e pubblico (il giudizio è implacabile)
Euphoria 3 crolla al 41% su Rotten Tomatoes. Analisi del flop della serie HBO e perché i teen drama falliscono quando abbandonano l'ambientazione liceale.
Quando una serie che ha definito l'estetica e il linguaggio di un'intera generazione inciampa, fa rumore. Euphoria, il fenomeno HBO che ha trasformato Zendaya in un'icona globale e ha reso il trucco glitter un manifesto generazionale, è tornata con la sua terza stagione. E i numeri parlano chiaro: 41% su Rotten Tomatoes. Per una serie che aveva evitato brillantemente la maledizione della seconda stagione, migliorando addirittura rispetto al debutto, è una caduta rovinosa.
Ma cosa è successo? Euphoria ha commesso lo stesso errore che ha affossato praticamente ogni grande coming-of-age drama degli ultimi vent'anni. Ha fatto crescere i suoi personaggi. Il problema non è la crescita in sé, naturalmente. Il problema è quando una serie costruita interamente attorno all'ecosistema claustrofobico del liceo decide di abbandonare quella dimensione per seguire i suoi protagonisti nell'età adulta. È una tentazione comprensibile: sei affezionato ai personaggi, vuoi vedere dove vanno. Ma la storia della televisione è lastricata di cadaveri di serie che hanno provato questo salto mortale senza rete.
Euphoria, come tutte le grandi serie teen, era inseparabile dal suo contesto. La reputazione sociale che si costruisce e crolla in una mattinata. La sensazione di essere intrappolati in un acquario emotivo dove ogni sguardo conta, ogni relazione è amplificata, ogni errore sembra definitivo. Quella specifica claustrofobia adolescenziale, quella sensazione di vivere in un presente eterno e urgente, è ciò che rendeva Euphoria ipnotica.
Ma quando i personaggi crescono, quella dimensione svanisce. E con essa, spesso, svanisce anche l'identità della serie. Quello che rimane è troppo spesso un guscio vuoto: personaggi che continuano a ripetere gli stessi schemi, intrappolati in dinamiche che sembravano vitali a diciassette anni ma che, a venticinque, risultano solo stanche.
E c'è un altro problema, forse ancora più insidioso: il cambio di genere. Euphoria nelle prime due stagioni era molte cose, un ritratto spietato della Gen Z, uno studio sul trauma, un'opera visivamente sbalorditiva, ma era anche inequivocabilmente una character study. Ogni episodio scavava nelle psicologie complesse dei suoi protagonisti, anche quando si concentrava su figure adulte come Cal Jacobs o Leslie, la madre di Rue.
La terza stagione, invece, secondo molti osservatori perde questa bussola narrativa. Diventa qualcosa di più generico: un domestic procedural, una soap drama che non si distingue granché da decine di altre produzioni che escono ogni anno. Il salto all'età adulta porta spesso con sé questo slittamento identitario.
Il punto è che certe storie funzionano perché sono ancorate a un momento preciso della vita. Il liceo non è solo un'ambientazione: è una pressione costante, un crogiolo emotivo, un universo con regole proprie. Quando togli quello, devi costruire qualcosa di completamente nuovo. E poche serie ci riescono davvero.