Eurovision 2026 e il boicottaggio: chi resta fuori e perché alcuni Paesi hanno detto no
Quando mancano poche ore alla settantesima edizione dell'Eurovision Song Contest 2026, scopriamo in questo articolo quali sono i Paesi che non parteciperanno all'evento per questioni politiche.
La settantesima edizione dell'Eurovision Song Contest, al via martedì 12 maggio 2026 a Vienna, si preannuncia come una delle più controverse della storia della competizione. Non sarà solo musica a tenere banco, ma una frattura politica che ha spaccato l'Europa e portato cinque paesi a disertare l'evento in segno di protesta contro la partecipazione di Israele.
Precisiamo immediatamente che il caso non nasce dal nulla, visto che già nell'edizione 2025, la presenza della cantante israeliana Yuval Raphael aveva scatenato polemiche feroci. Il pubblico aveva coperto di fischi l'artista, mentre gli spalti si erano riempiti di bandiere palestinesi per denunciare i crimini di guerra nella Striscia di Gaza. Un trattamento completamente diverso da quello riservato ai rappresentanti russi, esclusi dal contest dal 2022 dopo l'invasione dell'Ucraina.Raphael arrivò seconda, ma quel risultato sollevò sospetti immediati tra gli spettatori, con molti che gridarono allo scandalo, alimentando dubbi sulla trasparenza del televoto. Dubbi che oggi trovano conferma in un'inchiesta esplosiva del New York Times, secondo cui dal 2024 il governo israeliano avrebbe orchestrato una vera e propria campagna coordinata per influenzare i voti attraverso pubblicità online mirate, operazioni sui social media e il coinvolgimento diretto di diplomatici e ambasciate.
Ma come abbiamo accennato ad inizio articolo, quest'anno le proteste si sono fatte ancora più concrete. Cinque nazioni hanno scelto di voltare le spalle all'Eurovision, ciascuna con modalità diverse ma tutte unite dalla stessa motivazione: opporsi alle decisioni dell'European Broadcasting Union che ha autorizzato la partecipazione israeliana nonostante il contesto geopolitico.
Irlanda e Spagna, tra i maggiori finanziatori dell'evento, hanno optato per il boicottaggio totale. Non solo hanno ritirato i propri artisti dalla gara, ma hanno deciso di non trasmettere nemmeno la finale. Al posto dello show musicale, la Spagna manderà in onda una serata musicale alternativa, mentre l'Irlanda proporrà un film d'animazione. Un danno economico significativo per gli organizzatori, ma soprattutto un segnale politico inequivocabile.Anche la Slovenia ha scelto la linea dura: niente Eurovision in tv, ma una programmazione dedicata interamente alla Palestina con film e contenuti di approfondimento. Una posizione netta che trasforma la serata in un momento di riflessione e solidarietà. Paesi Bassi e Islanda hanno invece adottato un approccio meno duro. Hanno ritirato i loro rappresentanti dalla competizione ma continueranno a trasmettere l'evento in diretta. Una forma di protesta che cerca di bilanciare la presa di posizione politica con l'interesse del pubblico per la manifestazione.
Vienna si prepara a diventare il palcoscenico non solo della musica, ma anche della contestazione. Il 15 maggio 2026, in occasione della Nakba, la giornata che commemora l'esodo forzato di 700mila palestinesi nel 1948, sono attese più di tremila persone in piazza per ricordare quei drammatici eventi e denunciare le violenze attuali. Non mancherà però anche una contromanifestazione a sostegno di Israele, battezzata "12 point against anti-Zionism", anche se si prevede una partecipazione più contenuta.
La città austriaca, vincitrice dell'edizione 2025 e quindi ospitante di quella in corso, si trova così stretta tra la celebrazione di un evento culturale che unisce l'Europa da settant'anni e le profonde divisioni politiche che attraversano il continente. Una contraddizione che rispecchia perfettamente il momento storico che stiamo vivendo, dove persino un festival musicale può diventare terreno di scontro geopolitico.
Fa inoltre riflettere che l'Eurovision, nato nel dopoguerra proprio con l'intento di riavvicinare le nazioni europee attraverso la musica, si trova oggi a fare i conti con le proprie contraddizioni. La domanda che molti si pongono è se un evento di intrattenimento possa davvero restare neutrale di fronte a conflitti che dividono così profondamente l'opinione pubblica. E se le rivelazioni del New York Times sulle presunte manipolazioni dei voti dovessero essere confermate, l'intera credibilità della competizione rischierebbe di essere messa in discussione.