Fight Club, com'è nato il film che ha consacrato Edward Norton? La storia vera
Oggi Edward Norton compie 57 anni. E quale occasione migliore per tornare a Fight Club, il film che lo ha trasformato nel volto tormentato di una generazione? Dietro Tyler Durden, le botte, il sapone e la ribellione al consumismo c’è però una storia sorprendentemente reale: quella vissuta dallo scrittore Chuck Palahniuk durante un campeggio.
Una miscela di violenza, ironia nera, nichilismo e critica feroce alla società dei consumi. Con questi ingredienti nel 1999 Fight Club spiazzò pubblico e critica. Oggi il film di David Fincher è considerato un cult, ma la sua consacrazione arrivò soprattutto negli anni successivi, anche grazie all'home video e al passaparola. Al centro c'è Edward Norton, nei panni di un uomo senza nome, un impiegato anonimo e insonne che possiede tutto ciò che dovrebbe renderlo felice e, proprio per questo, non riesce più a provare nulla. La sua vita cambia quando incontra Tyler Durden, interpretato da Brad Pitt, un uomo carismatico e apparentemente libero da qualsiasi regola.
I due si incontrano durante un viaggio di lavoro e il loro rapporto prende una piega decisiva quando l'appartamento del protagonista esplode. Privato improvvisamente di tutti i suoi beni, l'uomo si trasferisce nella casa decadente di Tyler. È lì che nasce l'idea apparentemente assurda di trasformare la frustrazione maschile in combattimento. Il primo Fight Club è quasi un gioco. Ci si incontra in uno scantinato e ci si picchia. Niente regole complicate, nessuna ricompensa: soltanto il dolore fisico come modo per percepire nuovamente il proprio corpo.
Il problema è che il gioco cresce: il Fight Club infatti diventa una comunità ("la prima regola del Fight Club....") poi un'organizzazione e infine il Progetto Mayhem, un movimento estremista che porta alle estreme conseguenze la ribellione contro il sistema. E mentre il protagonista cerca di capire chi sia veramente Tyler, la realtà comincia progressivamente a sfaldarsi. Il colpo di scena finale cambia completamente la lettura di ciò che abbiamo visto: Tyler Durden non è semplicemente l'amico ribelle del protagonista. È questa la curiosità più affascinante legata alla nascita della storia.
I colleghi videro le sue condizioni, ma nessuno gli domandò davvero cosa fosse successo. Secondo il racconto dello stesso Palahniuk, quella reazione lo colpì profondamente: non tanto la violenza subita, quanto l'indifferenza di chi gli stava intorno. Le persone sembravano preferire non sapere. Da quell'episodio nacque una domanda destinata a diventare il cuore di Fight Club: quanto siamo davvero interessati agli altri? E cosa succede quando una persona è talmente invisibile da poter tornare al lavoro piena di lividi senza che nessuno abbia il coraggio, o la voglia, di chiedere spiegazioni?
La violenza del romanzo nasce dunque da qualcosa di molto meno spettacolare di quanto si possa immaginare: un'esperienza di solitudine e di mancata empatia. Il primo nucleo della storia era comparso già nel 1995 come racconto breve di sette pagine. Palahniuk lo sviluppò poi fino a trasformarlo nel suo primo romanzo, pubblicato nel 1996. Ed è significativo che il film abbia mantenuto proprio questa idea di fondo: gli uomini che combattono non stanno semplicemente cercando di farsi male. Stanno cercando disperatamente di sentirsi visti.
La preparazione fu tutt'altro che superficiale. Norton e Pitt impararono anche a produrre sapone per rendere più credibile il loro mondo cinematografico. La lavorazione del sapone, infatti, non era un dettaglio casuale: il film costruisce intorno a quell'oggetto una vera e propria simbologia, trasformando qualcosa di associato alla pulizia in uno degli elementi più sporchi e disturbanti della storia.
Una delle curiosità più note riguarda la scena nella quale Norton colpisce Pitt all'esterno del locale. Il regista avrebbe chiesto a Norton di colpire davvero il collega, senza informarlo preventivamente. La reazione di Pitt che vediamo sullo schermo è quindi autentica. È uno degli episodi che contribuiscono a quell'impressione di fisicità incontrollata che attraversa tutto il film.
Tanto per cominciare, David Fincher disseminò il film di indizi. Il più famoso è la presenza subliminale di Tyler Durden prima ancora che il protagonista lo incontri ufficialmente. Singoli fotogrammi inseriti nelle immagini fanno comparire fugacemente la sagoma di Tyler, anticipando la sua presenza senza che lo spettatore abbia ancora gli strumenti per comprenderne il significato. È una soluzione perfettamente coerente con la struttura del film: Fight Club racconta una realtà che non è mai completamente affidabile. Lo spettatore guarda attraverso gli occhi del Narratore e, proprio come lui, non sa quando ciò che vede corrisponda davvero alla realtà.
Fincher inserì inoltre un'altra provocazione nei fotogrammi finali, coerente con il gusto dissacrante dell'intera pellicola. Oggi sembra quasi impossibile immaginare Fight Club come un film controverso o difficile da collocare, perché il suo status di cult è ormai consolidato. Eppure nel 1999 la situazione era molto diversa. Presentato alla Mostra del cinema di Venezia nel settembre di quell'anno, il film arrivò nelle sale americane il 15 ottobre. Il budget era considerevole, circa 63 milioni di dollari, mentre l'incasso mondiale della prima distribuzione fu poco superiore ai 100 milioni. Il film non fu quindi il trionfo commerciale che lo studio avrebbe potuto aspettarsi. La sua fortuna arrivò progressivamente, quando il pubblico iniziò a riscoprirlo al di fuori delle sale.