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Gandhi racconta una storia vera, ma il film con Ben Kingsley ha cambiato più cose di quanto sembri

Gandhi racconta la vera storia del Mahatma, ma il film con Ben Kingsley si prende alcune libertà: ecco cosa è realmente accaduto e cosa è stato cambiato.

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Gandhi torna in TV questa sera, domenica 20 settembre 2026, alle 21:10 su Rai Movie, riportando sul piccolo schermo uno dei biopic più famosi della storia del cinema. Diretto da Richard Attenborough e interpretato da un incredibile Ben Kingsley, il film del 1982 è anche uno dei tentativi più ambiziosi mai fatti per racchiudere sul grande schermo la vita di un uomo che ha cambiato il destino di un intero Paese. Al centro c'è naturalmente Mohandas Karamchand Gandhi, il Mahatma, e il lungo percorso che lo trasformò da giovane avvocato indiano nella figura simbolo della lotta contro il dominio britannico.

La storia raccontata dal film è realmente accaduta, anche se non tutto ciò che vediamo deve essere preso come una ricostruzione perfettamente fedele: Attenborough ha condensato oltre mezzo secolo di storia e si è concesso alcune libertà narrative. Al centro c'è naturalmente Mohandas Karamchand Gandhi, il Mahatma, e il lungo percorso che lo trasformò da giovane avvocato indiano nella figura simbolo della lotta contro il dominio britannico. Il film sceglie di raccontarlo partendo praticamente dalla fine.

Le prime sequenze mostrano infatti il suo assassinio, avvenuto il 30 gennaio 1948, quando Gandhi venne ucciso a Nuova Delhi da Nathuram Godse. Da lì la storia torna indietro di oltre cinquant'anni, fino al Sudafrica del 1893. Ed è realmente lì che avvenne uno degli episodi destinati a segnare profondamente la sua vita. Gandhi, allora giovane avvocato, venne allontanato da un treno dopo essersi rifiutato di lasciare un compartimento riservato ai bianchi. Quell'esperienza di discriminazione contribuì alla sua presa di coscienza politica e alla successiva battaglia contro le leggi razziste.

Gandhi, fonte: Columbia Pictures

È durante gli anni trascorsi in Sudafrica che iniziano inoltre a prendere forma i principi che Gandhi avrebbe poi portato con sé in India. Il più importante è il satyagraha, termine che può essere tradotto approssimativamente come “forza della verità”: una forma di resistenza fondata sulla nonviolenza e sulla disobbedienza civile, nella quale rifiutare l'ingiustizia non significa però ricorrere alla violenza contro l'avversario. Quando Gandhi torna definitivamente in India nel 1915, la sua battaglia assume dimensioni enormemente più grandi.

Il film ripercorre così alcuni degli avvenimenti fondamentali della lotta per l'indipendenza, dalla protesta contro il dominio britannico fino alla celebre Marcia del Sale del 1930, con la quale Gandhi sfidò il monopolio imposto dagli inglesi su un bene essenziale. Anche uno dei momenti più sconvolgenti mostrati da Attenborough ha una base storica molto precisa. Il massacro di Amritsar avvenne realmente il 13 aprile 1919: le truppe comandate dal generale Reginald Dyer aprirono il fuoco contro una folla riunita a Jallianwala Bagh. Le autorità britanniche contarono almeno 379 morti, anche se altre stime furono molto più alte. La ricostruzione cinematografica di quella strage è stata indicata negli anni come una delle sequenze storicamente più accurate del film.

Il percorso conduce inevitabilmente al 1947, quando l'India ottiene finalmente l'indipendenza dalla Gran Bretagna. Ma la vittoria arriva insieme alla Partizione dell'India britannica e alla nascita del Pakistan, accompagnate da terribili violenze tra comunità religiose. Gandhi, contrario agli scontri tra indù e musulmani, utilizza anche il digiuno come strumento di pressione per cercare di fermare le violenze. Il quadro generale raccontato dal film è dunque reale, ma questo non significa che Gandhi sia un documentario.

Attenborough impiegò circa vent'anni per riuscire a realizzare il progetto e dovette comprimere oltre mezzo secolo di storia in poco più di tre ore. Inevitabilmente alcuni eventi vennero semplificati, altri spostati o condensati e diversi personaggi subirono modifiche per rendere il racconto cinematograficamente più lineare. Uno degli esempi più evidenti è Vince Walker, il giornalista americano interpretato da Martin Sheen. Quel personaggio non è realmente esistito nella forma mostrata dal film: è una creazione narrativa ispirata anche al corrispondente americano Webb Miller, che documentò la repressione durante la campagna del sale e contribuì a far conoscere all'opinione pubblica internazionale ciò che stava accadendo in India.

Più discussa negli anni è stata invece la rappresentazione di Muhammad Ali Jinnah, futuro fondatore del Pakistan. Diversi storici e commentatori hanno accusato il film di ridurre notevolmente la complessità della sua posizione politica, trasformandolo soprattutto nell'antagonista delle idee di Gandhi sulla futura India. Anche il Mahatma viene inevitabilmente idealizzato. Il film privilegia il leader della nonviolenza e il simbolo politico, lasciando molto meno spazio agli aspetti più controversi della sua personalità e della sua vita privata. È una scelta che ha accompagnato Gandhi fin dalla sua uscita e che ha alimentato un dibattito sulla distanza tra il personaggio cinematografico e l'uomo reale.

Attenborough, del resto, non voleva realizzare una cronaca enciclopedica dell'indipendenza indiana, visto che il suo obiettivo era trovare un filo umano attraverso una quantità enorme di avvenimenti e mostrare come un avvocato apparentemente comune fosse diventato una delle figure politiche e morali più influenti del Novecento. Una scommessa che gli richiese anni di tentativi e che alla fine cambiò anche la sua carriera. Gandhi vinse otto premi Oscar, tra cui Miglior film, Miglior regia e Miglior attore protagonista per Ben Kingsley, la cui interpretazione rimane ancora oggi uno degli elementi più celebrati della pellicola.

In sintesi, dietro Gandhi c'è davvero la storia del Mahatma e della battaglia che contribuì a portare l'India verso l'indipendenza. Ma c'è anche lo sguardo di Attenborough, che scelse di comprimere, semplificare e in alcuni casi modificare quella storia per trasformare decenni di politica, violenza e resistenza nonviolenta in un unico grande racconto cinematografico.

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